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SEBASTIANO DEL PIOMBO: LA LUCE DI VENEZIA ALLA CORTE DEI PAPI
 
 

Il 7 febbraio si è aperta a Roma, presso Palazzo Venezia, una grande mostra monografica dedicata al pittore veneziano Sebastiano Luciani (1485 ca. - 1547), meglio noto come "Sebastiano del Piombo" in virtù dell'incarico di piombatore pontificio accordatogli da Papa Clemente VII nel 1531.
Come racconta il Vasari nelle sue "Vite" (1568), Sebastiano esordì dapprima come musico; divenuto abilissimo suonatore di liuto, "vennegli volontà d'attendere all'arte della pittura" ed entrò nella prestigiosa bottega dell'ormai anziano Giovanni Bellini, autore di innumerevoli capolavori e maestro del grande Tiziano Vecellio. Poco ci è noto della prima attività di Sebastiano: i suoi primi dipinti "pubblici" - esposti oggi a Roma - sono, accanto alla pala di San Giovanni Crisostomo, le splendide portelle d'organo per la chiesa di San Bartolomeo (la stessa chiesa ove pochi anni prima Albrecht Dürer aveva eseguito uno dei suoi capolavori assoluti, la Pala del Rosario) e l'incompiuto e monumentale Giudizio di Salomone, conservato a Kingston Lacy. Compare già, in queste prime creazioni, una tendenza al "gigantismo" che diverrà presto cifra stilistica distintiva di Sebastiano, un'impostazione compositiva che si ritrova anche nelle prime creazioni romane, all'indomani del trasferimento avvenuto nel 1511 al seguito del banchiere Agostino Chigi, e segnatamente nell'imponente Ciclope eseguito ad affresco presso la Villa Farnesina. Nel passaggio da Venezia a Roma, Sebastiano stabilisce un ponte tra due linguaggi stilistici apparentemente inconciliabili: la luce di Venezia, ravvivata dalla "maniera moderna" giorgionesca da lui rapidamente appresa, e il disegno toscano, che egli assimila voracemente da Michelangelo, uscito vincitore proprio in quegli anni dalla sfida titanica della volta Sistina. Del connubio Michelangelo-Sebastiano, quanto mai sorprendente considerato il temperamento saturnino del toscano, poco incline a collaborare con altri artisti e decisamente avverso all'idea di accogliere allievi nel proprio seguito, ci informa ancora una volta il Vasari. A parer suo, Sebastiano si sarebbe giovato in molteplici occasioni dell'aiuto di Michelangelo, pronto a fornirgli disegni utili a migliorarne le invenzioni e a rinvigorirne la forza plastica. Sarebbe nata così, a quanto pare, la straordinaria Pietà di Viterbo, creazione magistrale ed unica nella produzione del Luciani: opera struggente, in cui il dramma della morte del Salvatore viene illustrato con un linguaggio austero e asciutto, quasi crudele nella esposizione disincantata del dolore della madre, lasciata sola a levare un grido disperato che sembra lacerare il paesaggio notturno. Si colgono qui, secondo alcuni, i prodromi dell'inquietudine che dominerà gli anni a venire: matura in questi anni il disagio spirituale che accompagnerà l'evolversi della crisi luterana fino alla catastrofe del Sacco di Roma (1527). Di questa inquietudine Sebastiano sarà un interprete partecipe e attento, come rivelano i bellissimi ritratti da lui eseguiti per alcuni dei protagonisti dell'entourage di papa Clemente VII: disposti a raggiera nella grande sala centrale dell'allestimento curato in Palazzo Venezia da Luca Ronconi, questi personaggi sembrano penetrarci con i loro sguardi intensi e assorti. Nella loro vivezza, nella vibrante luminosità, ci colgono di sorpresa, ci interrogano con sguardi indagatori; inducono in un imbarazzo che raramente la pittura riesce a suscitare, porgendo domande indicibili, rivelando segreti che non sarete in grado di esplicitare.


Notizie utili - "Sebastiano del Piombo 1485-1547". Dall'8 febbraio al 18 maggio. Roma. Palazzo Venezia. Dal 28 giugno al 28 settembre. Berlino. Gemäldegalerie. A cura di Claudio Strinati, soprintendente del polo museale romano.
Biglietti: intero 10 euro; ridotto e gruppi 8; gruppi scuola 4.
Orari: tutti i giorni 10-20; venerdì e sabato 10-22. La biglietteria chiude un'ora prima.
Informazioni e prenotazioni Associazione Cultura Italia 06-681 92 230;
www.associazioneculturaitalia.it

 
- Irene Baldriga
 
Mercurio - n° 2 di Marzo 2008
 
 
 
 
   

 

 

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