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Le disavventure di Renzo nella Milano dell'assalto ai forni
 
 

Era l'11 novembre del 1628, il vicario di provvisione e Ferrer se ne erano andati.
Intanto la folla si era diradata, la gente tornava a casa dopo quella faticosa giornata.
In un secondo momento, un crocchio di persone si mise a discutere dell'accaduto, Renzo entrò nel discorso, iniziando ad esaltare la sua partecipazione alla vicenda.
Egli disse che approvava le leggi e le istituzioni, ma una "lega" ne bloccava il funzionamento; alludendo a dei suoi casi personali, gli ascoltatori non riuscivano a comprenderlo.
Renzo aveva chiesto delle informazioni su dove si potesse trovare una locanda, una persona si offrì di accompagnarlo in un posto che conosceva bene (la galera).
Durante il tragitto, per fortuna del giovane e dietro sua insistenza, entrarono in una osteria chiamata "La luna piena".
L'oste della locanda faceva dei disegni sulla cenere, sotto la cappa del camino e silenziosamente controllava la sala.
Il proprietario, appena vide Renzo con una spia pensò:<<Cane o lepre sei, appena aprirài bocca lo saprò il tuo nome.>>.
L'oste andò dal giovane e dall'accompagnatore per prendere le prenotazioni di ciò che volevano mangiare; il ragazzo chiese anche se fosse possibile passare la notte là.
Come previsto dalla legge, dovevano dire le loro generalità, però Renzo non voleva saperne; per non essere scoperto da Don Rodrigo e non fidarsi delle carte scritte.... Con il passare del tempo egli iniziò a ubriacarsi "blaterando" sulle grida, la scrittura, strumento dell'oppressione dei poveretti.
Lo "sbirro" diede le sue generalità, come Ambrogio Fusella professione spadaio.
La spia, per fargli dire il nome, inventò che voleva distribuire delle tessere per il pane a ogni famiglia; era necessario mettere nome, cognome e il numero dei figli.
Il giovane, tratto dall'inganno, lo scrisse, Lorenzo Tramaglino.
In questo modo lo "sbirro" poté andare al palazzo d giustizia, a dare i nominativi; il ragazzo intanto era diventato lo zimbello di tutta l'osteria.
Il narratore esprime il suo sollievo, perché il giovane non aveva detto il nome di Lucia.
L'oste accompagnò Renzo a mettersi a letto e, disse alla moglie di pensare lei alla locanda.
Intanto, iniziò a dirigersi verso il palazzo di giustizia pensando che il giovane era "un cocciuto di un montanaro", cioè doveva capitare per forza alla sua osteria e, metterlo nei guai la giustizia.
Arrivato ebbe un colloquio con il notaio criminale per denunciare Renzo, il notaio che sapeva già dell'accaduto; informato dalla spia.
Egli raccomandò l'oste di chiudere Renzo a chiave nella camera, prima dell'arrivo degli "sbirri".
Il ragazzo venne svegliato da due epoliziotti e dal notaio vestito di nero, Renzo aveva capito dall'aspetto preoccupato del notaio la situazione in cui si trovava, perse tempo per vestirsi; nel frattempo pensava all'ideazione di un piano.
Il notaio criminale credeva di essere furbo e scaltro, ma in realtà lo era poco; non poteva servirsi del suo potere come voleva; per l'assalto ai forni da parte della popolazione.
Egli cercò di usare molta diplomazia nei confronti di Renzo, dicendo agli "sbirri" di allentare i "manichini".
Il notaio gli disse di comportarsi normalmente, nel momento in cui dovevano camminare in mezzo alla gente; per non dare nell'occhio.
Il giovane ideò uno stratagemma per fuggire, cominciò ad urlare, catturando l'attenzione della folla.
I cittadini si diressero contro i poliziotti e il notaio per picchiarli, uscirono a stento dalla folla. Il furbo Renzo(in questa occasione), scappò e, il notaio si beccò il nominativo di "corvaccio".

 
- Martina Maria Santorsola - 2 B
 
Mercurio - n° 2 di Marzo 2008
 
 
 
 
   

 

 

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