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Della scrittura
 
 
"Barbara, dovresti scrivere qualcosa per il prossimo numero del giornalino; sai, il preside preme perché pubblichiamo al più presto il nuovo numero e manca solo un tuo articolo!". "Ok, Rocco, non ti preoccupare, so già cosa scrivere!" E invece no, questa è una bugia bella e buona, perché in genere non so mai cosa scrivere! Certo, di argomenti da trattare  nel mio cappello a cilindro ce ne sono tanti: la cronaca, la politica (ma non si può, siamo in campagna elettorale), la scienza, il Papa, il coniglio alla cacciatora (lo so, può sembrare blasfemo l'accostamento, ma da un cilindro nero salta sempre fuori un coniglio, anche se cerchi altro!), ma questa volta non so proprio decidermi: ho il classico panico da foglio bianco!
Mi ricordo che un mio amico, all'epoca del liceo, mi raccontava sempre che un suo professore gli diceva che (help!) bisognava riuscire a scrivere su tutto, anche sull'importanza dell'uovo sulla bistecca, ma come fare? A volte è più facile buttar giù qualcosa su un argomento ben definito, ma il cosiddetto "tema libero" può essere ben più difficile, lo so benissimo ragazzi!
Eppure la scrittura è ciò che caratterizza l'essere umano: i miei alunni, che mi conoscono, sanno bene che dico sempre loro che quando l'uomo inventò la scrittura l'umanità fece un enorme balzo in avanti, non per nulla uscì dalla preistoria, e da allora ha sempre scritto, su tutto ed  in tutti i modi. Da Omero a Montale, da Apuleio a Pirandello, quanto ha scritto l'uomo? Attraverso i secoli gli esseri umani hanno cercato, scavato, scritto e cancellato, limato per vite intere singoli versi o interi romanzi, senza stancarsi, per raggiungere mete grazie alle quali possiamo essere fieri di appartenere alla razza umana (se non vediamo ciò che siamo stati capaci di fare in ben altri campi!): perché tutto questo? Perché l'uomo si è così affannato a lasciar scritto qualcosa? Per se stesso, per i posteri a cui va sempre l'ardua sentenza? No, penso che la scrittura sia un bisogno che ti nasce dentro, irrefrenabile, una specie di scia da seguire per arrivare all'ignoto e riportarlo agli altri, come qualcuno ben  più famoso di me ha già detto! Il bisogno di scoprire ciò che gli altri non vedono e non sanno, come una "missione" (not impossible per i Grandi), fatta di giornate intere al tavolino, alla luce di una candela, fino a consumersi gli occhi, che tanto non servono per vedere l'invisibile.
Una sorta di viaggio con la sola luce della poesia: non per nulla Dante si è  fatto accompagnare da Virgilio in buona parte del suo "tour" :chissà se ha preso un "last minute"? in soli tre giorni s'è fatto un bel giro! Però non ha fatto come i giapponesi, è anche sceso dal pulman, ha incontrato un sacco di gente, ha spezzato rami, si è arrampicato su  pendii scoscesi, ha pianto ed è svenuto, ma proprio grazie a questa guida eccellente è riuscito ad arrivare alla sua meta (insomma, non ha poi dovuto scrivere a "Mi mannda Rai 3"). Virgilio, la poesia per antonomasia, e Dante con la corona di alloro, la pianta sacra ad Apollo, il dio del Sole, il dio della luce, della conoscenza, e per questo il dio dei poeti....
Certo, io non sono Dante, non ho neanche il naso aquilino, e quindi mi riesce difficile scrivere e soprattutto buttar giù qualcosa di grande. Da ragazza scrivevo tantissimo, soprattutto poesie, come quasi tutti i ragazzi, ma adesso, tra un problema di geometria da risolvere, una fiaba da leggere, l'arrosto che brucia, il telefono che squilla (con qualcuno che ti vuole vendere qualcosa, perché gli amici, come tutti, non hanno più tempo di telefonare!), diventa un po' più difficile concentrarsi e scrivere un articolo decente.
Perciò mi rimetto al giudizio della Corte: se vi avrò annoiato, considerate tutte le attenuanti del caso, se sarò riuscita a distrarvi per qualche istante, sarà per me un onore ottenere la vostra clemenza!(Prof., bastano due colonne?).
 
- Barbara Altieri
 
Mercurio - n° 2 di Marzo 2008
 
 
 
 
   

 

 

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