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Edizione 2021 - 2022

 
 
 
     
   
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Girovagando dai Macchiaioli a Burri
 
 

La redazione segnala ai lettori la mostra sui Macchiaioli, da poco conclusasi al chiostro del Bramante di Roma; l’esposizione permanente delle opere di Alberto Burri  al Museo Burri di Città di Castello, terra natale dell’artista.
 
La prima ci ha arricchiti di vibranti emozioni visive, ci ha fatto cogliere appieno i peculiari aspetti dell’ affascinante e felice movimento pittorico dei Macchiaioli, il più importante nell’Italia dell’800; nato a Firenze, rappresentò anche una originale avanguardia nell’Europa della seconda metà dell’800.
 Protagonisti furono Giuseppe Abbati, Cristiano Banti, Giovanni Boldini, Adriano Cecioni, Nino Costa, Giuseppe De Nittis, Serafino De Tivoli,  Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Telemaco Signorini, Federico Zandomenighi.
Secondo le parole di Telemaco Signorini: “la macchia fu inizialmente una accentuazione del chiaroscuro pittorico”.
Per loro la macchia era un mezzo per costruire l’immagine in modo essenziale e concreto, basato sul contrasto primario. Lo rivela l’opera del più “costruttivo” dei Macchiaioli, Giovanni Fattori, che spinge la ricerca fino all’essenzialità dei bianchi dei suoi muri e dei suoi sentieri polverosi, ai neri assoluti di un toro o di un cavallo.
Il decennio 1860-70 fu il più felice per la pittura di macchia. Gli artisti lavoravano a piccoli gruppi, affini per temperamento e per ricerca, erano amici e amavano trarre la loro ispirazione dalle campagne intorno a Firenze, dalle marine di Castiglioncello, dalla campagna senese e la Maremma, dalla vita nei borghi, dai soggetti storici e militari.

La seconda ci permette di incontrare Alberto Burri, (Città di Castello, Perugia 1915 - Nizza 1995), uno dei pittori più significativi dell'arte italiana di metà Novecento, sperimentatore di materiali e tecniche fra le più diverse. Arruolatosi come ufficiale medico nella seconda guerra mondiale, Burri venne fatto prigioniero e mandato in Texas al campo di Hereford: fu qui che iniziò a dipingere. Tornato a Roma, si fece conoscere al pubblico nel 1947 con una personale alla Galleria La Margherita. In seguito fu a Parigi e compì numerosi viaggi in gran parte del mondo. Nel 1951 prese parte al Gruppo Origine con Ettore Colla, Mario Ballocco e Giuseppe Caporossi. Per il suo lavoro, che fin dall'inizio fu orientato verso l'arte astratta, ricorse sempre a materie inconsuete. Ai catrami e alle muffe seguirono i sacchi, dove la trama della tela diventava un mezzo espressivo da contrapporre al colore (Grande sacco, 1952, Galleria nazionale d'arte moderna, Roma). Invitato a esporre a New York al Guggenheim Museum, Burri incontrò il favore della critica americana. Nel 1956 comparvero le sue prime 'combustioni', realizzate con materiali plastici. Fu poi la volta dei legni e dei ferri, dei cellophane e delle nuove plastiche, dei 'cretti' e dei 'cellotex'. Con l’uso di questi materiali, nel suo piccolo e inconsciamente, riusciva a ridonare vita a tutti quegli oggetti che poi sarebbero finiti in un inceneritore. Se ci si è riusciti una volta, anche se da una mente geniale quale quella dell’artista umbro, ci si potrebbe riuscire una seconda e via discorrendo. Certamente non chiedo che ogni tipo di spazzatura che si produce occorra trasformarla in arte, ma almeno perderci un quarto di secondo in più, dando una giusta e ultima collocazione all’immondizia, con il fine di guadagnarci anche sul punto di vista energetico e non solo su quello ambientale. Un motivo in più per ammirare il Museo Burri,  Palazzo Albizzini (Città di Castello) oltre che per visitare una splendida città.

 
- Gabriele Patrizi (ILB)
 
Enjoyce - n° 2 di Marzo 2008
 
 
 
 
   

 

 

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