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Racconti del mistero
E' troppo presto
 
 
Accadde tutto quel giorno d’ottobre. Stavo facendo i compiti di sera, ero appena tornato da casa di mio padre, e fuori pioveva molto. Un pò stanco riuscii a finirli, non era molto tardi, saranno state le dieci e mezzo. Decisi allora di guardare la tv, ero solo, non mi preoccupavo più di tanto del ritardo di mia madre che era andata a prendere i miei fratelli al campo sportivo che distava circa mezz’ora di macchina da casa mia. Era venerdì e sapevo che c’era il mio programma preferito: C.S.I. Las Vegas, un programma di investigatori appunto a Las Vegas. Ero intento a seguire la ricostruzione di un omicidio, quando sentii una macchina che si avvicinava a casa, ero sollevato a sentire quel rumore, perché sapevo che era mia madre, voglio dire lo avevo dedotto: la mia era l’unica casa in quella via. Per sicurezza mi affacciai dal terrazzo, sicuro di trovare la bianca Opel di mia madre,ma con enorme stupore a primo sguardo non vidi nulla.La cosa era strana, ero sicuro di aver sentito il rombo di un motore, ed ero certo che fosse una macchina. Un pò sconcertato rientrai con una lieve sensazione di paura, ma forse era la stanchezza che mi giocava degli scherzi. C.S.I. finì e mia madre non era ancora rientrata, dicisi allora di chiamarla al cellulare. Il telefono mi rubò un pò di tempo prima di sentire l’odiosa voce del robottino della Vodafone che mi comunicava che al momento mia madre non era raggiungibile. A quel punto, la sensazione di timore di prima si faceva più forte, sentivo un vuoto dentro di me, forse é meglio che mi spieghi: erano le undici e mezzo di notte, mia madre non era a casa, al telefono rispondeva la segreteria e non avevo ancora mangiato. Cercai di passare il tempo leggendo, ma l’idea non era molto buona, a casa avevo solo un romanzo di Stephen King. Tentai allora di accendere la tv, ma lo schermo era grigio, si scurì fino al punto di spegnersi da solo. Finalmente un’altra macchina si avvicinava , a quel punto non esitai a guardare dalla finestra e con grande sollievo riconobbi l’ Opel bianca di mia madre. Non so perché lo feci, ma corsi subito giu per le scale per accogliere mia madre con i miei fratelli. Quello fu l’inizio di una storia che ancora non so come si conlcuse. Guardai dentro la macchina, ma non c’era dentro nessuno: era parcheggiata nel posto dove parcheggia di solito mia madre ed era molto polverosa; sembrava che fosse lì da un tempo indeterminato, i sedili erano ancora più sporchi e e l’automobile era aperta. Per sicurezza guardai nel libretto d’appartenenza della macchina ma mi accorsi che non era mai appartenuta a nessuno. Tutto ciò non si spiegava, io ero sicuro che era la macchina che conoscevo e comunque cinque minuti prima era in moto e si avvicinava a casa mia. A quel punto un forte mal di testa prese il sopravvento e non riuscivo più a ragionare. Ero legato ad una sedia, e l’unico ricordo chiaro che avevo era la sigla del programma televisivo che della mia esistenza.Aprivo gli avevo visto prima di quel momento,in cui mi rendevo conto dinon capire più molto occhi a stento e quel poco che vedevo era poco chiaro, sfocato. Riuscivo solo a distinguere una forte luce bianca ed una figura di cui non conoscevo la provenienza: era seduta su una sedia minuscola per la sua stazza, aveva una carnagione molto chiara, forse più chiara della luce che vedevo. Iniziò a emettere qualche suono che non capivo, ero ancora stordito. Alla fine capii dove ero: la stanza era quella dell’aula scolastica, non potevo confondermi, ci passavo troppo tempo per sbagliarmi, per esattezza erano stati quattrocentocinquanta i giorni che avevo trascorso lì dentro. Solo dopo due ore riuscii ad avere una visione chiara dell’ambiente circostante. Non avevo alcun vestito addosso al di fuori di uno straccio bianchissimo che mi copriva dalle anche fino alle caviglie. Davanti a me con uno strano sorriso un professore mi stava ponendo delle domande, ma non capivo nulla di ciò che diceva, vicino a me tutti ridevano e facevano strane smorfie. Non capivo nulla. Ad un certo punto, un suono acuto squillò nelle mie orecchie rimbombando per ben quattro volte. Quello fu il colpo di grazia. Caddi a terra e sentivo un dolore insopportabile alla schiena. Non vedevo nulla, contai i secondi che passavano e ogni numero che sentivo nella mia mente mi dava ricordi che avevo cancellato. Solo allora iniziai ad avere una visione di me di quando avevo quattro anni, piccino, piangevo, piangevo fortissimo. Intorno a me alcuni ragazzi dicevano che ero patetico, mi ricordai allora dello stupro commesso nei miei cofronti da due uomini mascherati. Da quel giorno era come se vivessi in due mondi, uno di un povero bambino che giocava con un giocattolo nel cortile dove aveva perso l’anima in età troppo tenera per ricordare e troppo indifeso per dimenticare. Poi in un mondo dove lo stesso bambino era cresciuto e aveva cercato di nascondere i dolori e i ricordi terrificanti di un’ infanzia mai vissuta e mai passata come quella degli altri. In questo secondo mondo, il bambino aspetta un ritorno che non ci sarà mai: quello di una madre morta e di due fratelli mai esistiti.
 
- Michael Ben Yehuda - 3 D
 
Noi ci siamo - n° 2 di Maggio 2005
 
 
 
 
   

 

 

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