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Vi ricordate di Khadija
 
 
Durante la rappresentazione teatrale che ha concluso lo scorso anno scolastico, al Palasport di Ariccia, un monologo, recitato molto bene da una nostra compagna di Fontana di Papa, aveva proprio lei per protagonista, Khadija. Si tratta di una ragazza somala in carne ed ossa che noi ragazzi, oggi di 3B, avevamo conosciuto per caso, ma la cui storia ci aveva così colpito che avevamo voluto proporre il suo inserimento nel copione dello spettacolo teatrale della nostra scuola. La sera del grande evento Khadija era presente, felice e commossa perché avevamo ricordato la sua storia… era nata un’amicizia, due culture si erano incontrate, arricchendosi a vicenda… Ma vorremmo ricordare, un’ultima volta, a tutti, qualcosa di questa ragazza coraggiosa dal cuore grande. Noi l’abbiamo incontrata per la prima volta il 27 gennaio 2004, e intervistata, per conoscere i problemi legati alla vita quotidiana di un paese povero. Khadija ci ha parlato con vero affetto della sua famiglia di origine, raccontandoci che erano in sette: la mamma e sei fratelli, tra cui Khadija, la più giovane; il padre era morto quando lei era piccola. Proprio l’assenza del padre, però, aveva reso più confidenziali e più semplici i rapporti comunicativi tra gli altri componenti della famiglia. La figura della donna, ad esempio, aveva assunto maggiore autonomia, cosa strana tra musulmani. Khadija, infatti, aveva scelto liberamente, col permesso materno, di rifiutare la proposta di matrimonio di uno sceicco arabo, che, per sposarla, avrebbe donato trentacinque cammelli a sua madre, risolvendo i loro problemi economici. Se il padre fosse stato in vita, Khadija non avrebbe potuto scegliere. La mamma e i fratelli, però, imponevano la loro autorità, quando lo ritenevano indispensabile per il bene comune. Khadija, infatti, fin da piccolissima, senza protestare andava al pozzo per attingere l’acqua, seguendo i suoi fratelli, per due lunghe ore, a piedi, fino al pozzo. A quel punto la calavano giù, per dodici metri, più di una volta. Lei, così piccola, era adatta a riempire tutti i recipienti, nel fondo del pozzo, finché la madre lo riteneva opportuno. Khadija ci ha raccontato anche che, già a cinque anni, aveva il compito di portare un piccolo gregge al pascolo. Un giorno le era capitato di incontrare una iena molto affamata che aveva cercato di aggredirla, ma si era salvata, perché era molto abile ad arrampicarsi sugli alberi. Questo non le aveva fatto abbandonare il suo posto e nessuno, in casa, glielo aveva proposto, perché…la vita era dura per tutti e neanche un bambino poteva evitare di collaborare. A undici anni, però, Khadija è arrivata in Italia al seguito della famiglia benestante della cugina, per cui lavorava, come baby sitter. Alla fine della nostra intervista Khadija ci ha confessato che da più di vent’anni non vede i suoi familiari, ma ha conservato un rapporto intenso e responsabile con loro. Li sente solo per telefono, perché se lei ha imparato a leggere e scrivere in Italia, i suoi sono rimasti analfabeti e hanno solo una “vaga idea” dell’Italia. Adesso, con la guerra civile in corso, i suoi fratelli le telefonano, affrontando settimane di cammino, solo quando hanno bisogno di soldi, per sopravvivere. Dai soldi che Khadija invia, infatti, dipende la sopravvivenza di ben sei famiglie. E’ trascorso un anno da quel nostro primo incontro con lei, ma noi ragazzi non abbiamo dimenticato le sue parole e proviamo per Khadija un affetto profondo, perché ci ha dato tanto… Sappiamo inoltre che ancora oggi questa coraggiosa ragazza, continua a sentire fortissimo il legame familiare, e vive in funzione di una breve comunicazione, che le permetta di far sperare ancora degli esseri umani.
 
- Classe - 3 B
 
Noi ci siamo - n° 2 di Maggio 2005
 
 
 
 
   

 

 

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