RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Arte

ARTE E SCIENZA: IL CASO DI VINCENZO PENNACCHI

Sarà forse perché non contiene la parola 'techne' (dal greco, arte), se la figura dell'ingegnere (che però include il latino 'genius') ha rappresentato nella storia il lato freddo, matematico e calcolatore della progettazione, della costruzione e dell'edilizia. Tutto ciò che riconduce semanticamente all'ingegnere (e l'ingegno è la facoltà dell'intelletto di intuire ed escogitare, è vivacità di mente, creatività e perfino fantasia) è paradossalmente messo da parte. Dio è il divino, l'eterno architetto (non il divino ingegnere!). Leonardo è 'architetto' quando realizza gli apparati decorativi e teatrali alla corte di Giangaleazzo Sforza, progetta il nuovo palazzo mediceo a Firenze e il palazzo reale a Romorantin ma è 'ingegnere' allorché concepisce le macchine da guerra e le fortificazioni militari. La mancanza di una connotazione culturale, artistica, estetica ed addirittura umanistica ha caratterizzato da sempre la figura dell'ingegnere, differenziandola in tal senso da quella dell'architetto.
Diciamo la verità: un architetto che fa l'artista è cosa comune, ma un ingegnere è assai più raro. Eppure le opere di Anish Kapoor o di Anselm Kiefer, per citarne solo qualcuno, sarebbero inconcepibili senza un considerevole supporto ingegneristico. Arte, scienza, ingegneria, chimica, sono discipline che appartengono ad un'unica grande branca: la ricerca. E gli artisti sono ricercatori tra i ricercatori, ricercatori, dunque, a tutti gli effetti. Le opere di Vincenzo Pennacchi, ingegnere e artista veliterno, si muovono sul filo sottile che separa/unisce arte e scienza, testimoniando e supportando la difficoltà di trovare un limite preciso ai due ambiti di ricerca. Sono molti, come è noto, i medici, i chimici, gli scienziati che dipingono, ma qui è tutt'altra cosa. Singolare è l'uso e l'applicazione delle sue conoscenze chimico-ingegneristiche per la realizzazione dei pezzi: Pennacchi non è un ingegnere che dipinge, ma un ricercatore tout court. Il suo modo di procedere è neo-rinascimentale, in cui, senza soluzione di continuità, l'ingegnere si fa artista e l'artista ingegnere, ma forse, più esattamente, 'goethiano', ovvero vedere-verificare il fenomeno (scienza) e, nel suo manifestarsi, cogliere l'universale (arte). La dimestichezza con la quale usa gli acidi sulla lamiera, con la stessa pratica con cui un pittore utilizzerebbe i colori sulla tavolozza, gli deriva dalla conoscenza dei materiali che l'ingegneria richiede. Ma l'aspetto più interessante, accanto a quello tecnico, è sicuramente nella rilettura degli effetti dell'acido, con gli occhi di un ricercatore - ma che altro sono gli artisti se non ricercatori? - attento a cogliere l'attimo della metamorfosi della materia. I suoi lavori sembrano immagini satellitari del nostro pianeta, fiumi in piena, vulcani in eruzione, distese desertiche e barriere coralline viste dall'alto di una ripresa aerea. Ma prima di tutto, o forse solo e semplicemente, sono l'effetto di un'energia (l'acido) che si è scatenato su una vittima (la lamiera) e ne misura gli effetti. Se Burri durante la prigionia dovette 'arrangiarsi' con quello che trovava - è così che nacquero i suoi celeberrimi Sacchi - Pennacchi si 'arrangia' con i materiali più a sua portata di mano (le lamiere, gli acidi). Scienza-conoscenza per la forma e per la materia, unita all'arte-stupore-meraviglia di fronte ad un'energia che interviene, si scatena, trasforma ma non distrugge, sono le chiavi di lettura per opere solo apparentemente astratte, ma concretamente vere e reali.

Per la rubrica Arte - Numero 72 giugno 2008