Vivavoce - Rivista d'area dei Castelli Romani

RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Cibo per la mente

AriciAntica a fumetti

copertina del libro

Le tappe fondamentali della storia di Ariccia e dei popoli vicini narrate con l'immediatezza e lo stile accattivante del fumetto, da punti di vista molteplici e integrati, esposti in forma didascalico-dialogica dal canonico Emmanuele Lucidi in persona - colui che fu autore, sul finire del Settecento, delle celebri Memorie storiche dell'antichissimo municipio ora terra dell'Ariccia. Un progetto della Provincia di Roma attuato da Antonio Dal Muto - per i disegni -, Alberto Silvestri e Maria Cristina Vincenti (Archeoclub Aricino-Nemorense) - per i contenuti - ha dato vita, nel febbraio scorso, a questa originale pubblicazione, narrata con rigore critico attingendo a solide fonti archeologiche e documentarie, nella gradevole forma del fumetto, adatta ai ragazzi ma utile anche a quegli adulti che volessero ripassare, o scoprire ex novo, con leggerezza, l'antica storia dei nostri territori.
Ripercorriamo insieme i punti nodali della pubblicazione, rimandando comunque alla visione insostituibile della stessa per la ricostruzione precisa di paesaggi e monumenti aricini del passato, realizzata in modo così puntuale da avvicinare in alcuni punti le tavole del fumetto allo stile dell'incisione settecentesca.
Siamo nel 1771. Un contadino di Vallericcia, Aristodemo, trova lavorando nei campi un frammento di antica trabeazione. Non è la prima volta che gli capita di trovare vecchie pietre; così, decide di recarsi in città dal Canonico don Emmanuele Lucidi, appassionato di archeologia. Questi gli dà appuntamento per l'indomani, per narrargli «come Ariccia fu fondata e da chi». Così, partendo dai più antichi racconti mitici sulle origini della città, i quali - se non possono considerarsi storicamente attendibili - comunque riconducono Ariccia ad ascendenze greche oltre che latine, gli racconta del giovane Ippolito, che maledetto dal padre Teseo in seguito alle calunnie di Fedra, sua matrigna, sarebbe morto sbalzato dal carro durante la fuga da Atene, ma resuscitato per pietà, alle falde del Mons Albanus, da Artemide/Diana ed Esculapio, sarebbe stato posto in veste di sacerdote di Artemide nel bosco sacro del nemus aricinum col nome di Ippolito/Virbio. Avrebbe poi sposato una ninfa della dea Diana, di nome Aricia, generando Virbio, che si sarebbe scontrato con Enea unitosi al re latino dopo l'approdo a Lavinio in seguito alla sconfitta di Troia. Si narra inoltre (Ovidio, Metamorfosi) che il secondo re di Roma, Numa Pompilio, avrebbe amato e sposato Egeria, ninfa del bosco della valle di Aricia; morto il re, la ninfa avrebbe pianto così tanto da sciogliersi letteralmente in lacrime e trasformarsi in una sorgente perenne (donde il nome della sorgente Egeria presso lo sbocco dell'antico emissario del lago di Nemi, in Vallericcia). Ippolito stesso, nascosto redivivo nel bosco di Diana, avrebbe cercato, senza effetto, di consolarla.
Secondo un'altra leggenda, sarebbe stato Oreste, figlio di Agamennone, a portare nel nemus aricinum il culto di Artemide, fuggendo dalla regione dei Tauri con la sorella Ifigenia sacerdotessa di Diana Tauropolos (per secoli le spoglie mortali di Oreste riposarono in effetti nel tempio sull'acropoli di Aricia, per poi essere portate nel tempio di saturno a Roma). Un autore latino, Gaio Giulio Siculo, scrive invece che Aricia sarebbe stata fondata da un certo Archiloco Siculo... Un altro nome che comunque richiama le sue origini greche.
Siamo quindi trasportati dal mito alla preistoria (osserviamo i protolatini villaggi di capanne - IX/VIII sec. a.C.) e alla storia: è il VI sec. a.C., e dall'acropoli di Aricia (più o meno il colle dov'è oggi l'ex chiesa di San Nicola) possiamo vedere, a valle, l'agorà. Un impianto urbanistico greco, dunque, come anticipato dai mitici racconti delle origini.
Apprendiamo la storia della Lega latina, a partire dalle prime forme associative dei popoli dei Colli Albani attorno agli antichi santuari: una trentina di popoli, che partecipavano ogni anno al banchetto comune - Feriae latine - sulla vetta del Mons Albanus (Monte Cavo) presso il santuario di Giove Laziare, cui si arrivava tramite la Via Sacra. Nell'odierna Vallericcia, presso lo sbocco dell'antico emissario, c'è il luogo sacro a Diana, dove si riuniscono periodicamente i rappresentanti della Lega.
Ripercorriamo quindi gli episodi salienti che parlano dei primi rapporti di Aricia, Tuscolo, Lanuvio, Velletri (appartenenti alla suddetta Lega) con la vicina Roma: scopriamo il tradimento mortale di Tarquinio il Superbo nei confronti di Turno Erdonio, dictator di Aricia, ritenuto troppo potente benché utile strumento contro le mire espansionistiche del re etrusco Porsenna, il quale, dopo aver marciato su Roma nel 506 a.C., punta a distruggere la Lega latina e a dirigersi verso Cuma, per avere libero commercio sul mare con le città del sud... Il Superbo si rifugia a Gabii (non lontana da Tuscolo, al confine con l'odierna Monte Compatri); i legati di Tuscolo convocano i popoli della Lega latina nel sacro bosco di Aricia, informandoli dei fatti, e spronandoli a raggiungere Ardea e Anzio e a prendere contatti con Cuma; mentre Aricia si prepara all'attacco etrusco, facendo provviste e armando i suoi uomini. Resisterà a un assedio di due anni, grazie ai rifornimenti che le giungono dagli alleati attraverso le numerose gallerie e sorgenti del sottosuolo. All'arrivo dei Cumani, assieme agli Ardeati e Anziati, si svolge la famosa Battaglia di Aricia (504 a.C.), che cambia il corso del destino per il popolo etrusco: la vittoria arride alla Lega latina alleata di Cuma, Ardea e Anzio. Il dictator tuscolano Egerio Bebio dedica nel sacro bosco di Ferentina un sacro recinto a Diana Trivia; Ariccia viene posta a capo della Lega latina.
I Romani hanno collaborato con Porsenna per ottenere una resa onorevole; dunque, in seguito alla Battaglia di Aricia, i loro rapporti con i popoli latini si inaspriscono... Finché, 5 anni dopo, i capi della Lega latina pretendono che i Romani si presentino nel sacro bosco aricino in veste di accusati... Al loro diniego, dichiarano guerra a Roma. È il 499 a.C.: i latini, capeggiati da Ottavio Mamilio, dictator di Tuscolo, vengono sconfitti in un sanguinoso scontro al lago Regillo (in territorio tuscolano) dal romano Aulo Postumio (che pare avesse fatto voto addirittura a Castore e Polluce per ottenere il successo...). Con la morte di Mamilio e la partenza per Cuma di Tarquinio il Superbo, i popoli latini conoscono un periodo di relativa tranquillità, pur in una continua "guerra fredda" con Roma, che terminerà realmente solo nel 338 a.C., quando ciò che resta della Lega latina (Aricini Veliterni Lanuvini e Anziati) è annientato dal console Menio presso il fiume Astura. Aricia diviene un municipio romano, mantenendo comunque il titolo di repubblica e una propria amministrazione. Nel 312 a.C. il censore Appio Claudio sistema, fino a Capua, il primo tratto di quella che sarà la via Appia, lastricata nel 301. Lasciata Roma, Aricia è la prima stazione per il cambio dei cavalli... Dalla gens Azzia di Aricia, forse discendente dal troiano Ati, giunto nel Lazio al seguito di Enea, verrà addirittura Augusto (il cui nonno materno fu Azio Balbo, originario di Aricia). Augusto era figlio di Azzia Aricina e Ottavio di Velletri...
Si fa un cenno infine al lago di Nemi e alle navi di Caligola. Il legame con Nemi, in una "storia" di Ariccia, si deve al fatto che il nemus aricinum giungeva fin sulle sponde dello speculum Dianae: all'epoca di Caligola c'era infatti continuità "di bosco" fra Ariccia e l'odierna Nemi; non esistevano né Albano né Genzano: sui Colli Albani c'erano solo Aricia, Tuscolo, Lanuvio, Velletri, e verso Roma Bovillae.
Infine si rivede la tesi del Lucidi secondo cui il sacco dei goti di Alarico, nel 411 d.C., avrebbe cancellato tutta la gloria di Aricia, con la popolazione costretta a ritirarsi sull'acropoli, e la città bassa avviata gradualmente alla rovina... In realtà - rettificano gli autori del libro - l'Antica Aricia sarebbe rimasta vitale fino all'amministrazione gotica di Teodorico, fin quando, verso la metà del VI sec. d.C., le guerre gotico-bizantine, poi la discesa dei Longobardi avrebbero gettato Aricia e tutta l'Italia nel buio dell'epoca altomedievale.
La città sarebbe risorta sotto i Savelli (1223-1661), poi sotto i Chigi, che avrebbero trasformato la parte del borgo attraversata dalla via Appia in un "gioiello" frequentato dalla migliore nobiltà romana, grazie alla maestria del cavalier Gian Lorenzo Bernini e dei suoi validi collaboratori.

 

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A. DAL MUTO - A. SILVESTRI - M.C. VINCENTI
AriciAntica a fumetti,
Ariccia, Eurograf Sud srl, 2008

Per la rubrica Cibo per la mente - Numero 71 maggio 2008