RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Cibo per la mente

I tamburi della pioggia

Ismail Kadaré
Milano, Il Corbaccio, 1997

Le montagne aspre e dure sono come sospese nell'aria e si stagliano come incubi rubando al cielo luce e colori. L'accampamento, con le sue tende multicolori, sembra una tavolozza di fiori.
E' l'apertura del romanzo a condurre il lettore dalla descrizione del paesaggio al cuore della tragedia, che diventa umana e singola, isolando la figura del Pascià che sgrana un rosario infinito, ogni grano un morto. Sarà lui la vera vittima.
E tra l'indifferenza della natura che beve il sangue dei caduti come maledizione eterna, l'ultima parola spetta alle donne, fonte di sempre nuove vite. Il libro, per l'episodio del cavallo arso dalla sete che cerca acqua intorno alla fortezza, per la morte del Pascià che è reale-irreale, come fosse un Dio olimpico, non ci tocca, ha delle sfumature da tragedia greca.

Per la rubrica Cibo per la mente - Numero 6 febbraio 2002