RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Arte

Università di Tor Vergata – Villa Mondragone – 20 Giugno/30 Ottobre 2003

La campagna Romana

Luoghi costumi e paesaggi nelle incisioni dalla fine del ‘500 alla fine del ‘900

Acquedotto Claudio della Campagna Romana

Riportiamo le note introduttive del curatore della mostra Renato Mammucari.

 

La voce del silenzio.

Il collezionista, perlomeno quello vero e non il semplice e superficiale raccoglitore, deve avere il fiuto del bracconiere da far invidia al cacciatore, l'intuito dell'investigatore capace di seminare anche i poliziotti più scaltri, il gusto di un intenditore ancor più raffinato del buongustaio, l'obiettività dello storico che riesca a credere specialmente alle leggende, la prudenza di un mercante che non si lasci condizionare da ciò che ha in tasca e soprattutto l'amore per le cose rare oltre che belle e preziose.
Da questo crogiolo di istinti più che di qualità sono nate e prenderanno ancora anima infinite collezioni che la passione, attenta e instancabile, e il rigore filologico, severo e rigoroso, cementate assieme dal tema prescelto, tramuteranno come d'incanto anziché in una scontata somma di oggetti in un vero e proprio unicum, così come le tegole di un tetto che si danno l'acqua l'un l'altra.
La mia specifica scelta è stata determinata proprio da un atto di amore inteso come un risarcimento pur tardivo per un mondo scomparso, qual era quello della Campagna romana, un saldo forse fuori tempo massimo, ma proprio per questo ancor più dovuto, di un debito della memoria che l'inevitabile trascorrere degli anni, e da poco anche dei secoli, rischiava di liquidare frettolosamente quanto impietosamente.
"Una bellezza immortale intorno, e insieme la nullità di tutto ciò che è terreno, e nella nullità la grandezza, qualche cosa di profondamente triste, ma che concilia, solleva l'anima", scriveva Ivan Sergeevic Turgenev alla vista della Campagna circostante Roma, e concludeva questa sua struggente e melanconica immagine precisando con uno stupendo ossimoro che "non è possibile riprodurre quel sentimento; sono impressioni sonore che meglio di tutto potrebbero essere rese dalla musica!".
Tale spinta emozionale anziché creare in me un mortificante corto circuito è servita da efficace scossa che mi ha stimolato ad avventurarmi alla ricerca, novello esploratore in una gaugheniana Thaiti-for de porta, di incisioni, quadri, libri e quant'altro che ridessero voce a quel panorama definito dal Gregorovius "nulla di più bello e di più vero" e a quella Campagna che contemplata da poeta e da filosofo per Chateaubriand "non si può desiderare che sia altrimenti".
Per cogliere quell'atmosfera, per ricavare il massimo delle suggestioni dall'insostituibile fatto visivo, che nessun altro mezzo ha saputo darci e quando - con la fotografia - è accaduto, lo ha fatto con i limiti di sensibilità evocativa che gli erano propri, è sembrato necessario dare una prima attenzione al mondo che la produceva e ci si è affidati appunto alla parola, perché a noi che ci affacciamo al terzo millennio il mondo della Campagna romana e delle Paludi pontine sembrava riferibile ad un passato remoto che la comune memoria afferrava solo per allusioni.
E così volume dopo volume, trattato dopo trattato, tessera dopo tessera insomma, al pari delle rovine di quegli interminabili acquedotti romani disseminati nell'Agro, quasi punta di un iceberg che affiorando tra cespugli ed anfratti sembrano abbandonarsi a fantastiche cavalcate alla ricerca disperata di un tempo ormai trascorso, sono riuscito a ricostruire oltre al mero dato oggettivo soprattutto lo stato d'animo di quei luoghi.
Ad un certo punto della raccolta, però, la parola di artisti, letterati e viaggiatori che era servita solamente a sollecitare questa memoria è stata sostituita gradualmente ma sempre con maggiore intensità dalla forza evocativa dell'immagine che vive di un segreto, quello del silenzio, da intendersi come una lingua universale, dell'assenza del ricordo altrui; ho ceduto quindi il "testimone" alle carte topografiche, alle vedute panoramiche, alle piante prospettiche e ai costumi pittoreschi, visioni da considerarsi dei flash-back della mente, tessere necessarie per ricomporre quel puzzle del nostro passato che, pur prossimo, stentiamo a ricostruire ma che dobbiamo ad ogni costo far riaffiorare dal buio della nostra memoria - foto finish dell'anima - per ritrovare in fondo una parte di noi stessi.
Le raffinate e classiche acqueforti, così come le più dure e marcate xilografie e le delicate e fini litografie degli artisti che le hanno incise, quasi testimonianze a futura memoria, sono così divenute duplice documento, artistico e storico, che non può essere in entrambi i casi dimenticato, tanto è per un verso unico e insostituibile, quanto è per l'altro inscindibile, nelle due aggettivazioni; né importa la tecnica con cui questo documento venne redatto né tanto meno la materia sulla quale venne inciso dal freddo metallo al tenero legno sino alla levigata pietra.
Una suggestione per immagini non può essere, infatti, descritta, ma solo vissuta attraverso un personale rapporto spirituale che trova la giusta frequenza per il suo stabilirsi nella sensibilità di ciascuno; ogni mediazione va sostituita da questo personale ripiegamento interiore perché il racconto è lì, nelle cose, negli ambienti, nei paesaggi, nelle figure che lo narrano in prima persona.
Si tratta solo di saperlo leggere, e soprattutto intendere e collezionare.
Il che non è poco.