RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Cibo per la mente

Anghelos

Il romanzo narra le vicende di Nikefòros dell’antichissima stirpe degli Anghelos, Conte di Thera (l’odierna Santorini), un vampiro che, poco prima dell’anno Mille, scappa dall’isola inseguito dallo spietato vescovo Alèxandros. Arriverà a Benevento spintovi da una voce misteriosa. La serva Eirene lo aiuterà a riscoprire e leggere il “Libro Oscuro”, che svelerà al vampiro il suo passato.
Fra avvenimenti magici e passioni troppo umane, sullo sfondo di una edenica Santorini e di una affascinante e tetra Benevento, l’autrice, con uno stile che alterna un realismo crudo a tratti più lievi o a quelli piani della lingua parlata, dipana una complessa storia, in cui confluiscono e vengono sintetizzati miti e leggende provenienti da culture ed epoche diverse.

Il tuo romanzo può essere definito “post-gotico” dal momento che prende le mosse dal genere gotico classico per svilupparlo in base anche all’esperienza del cinema, dei fumetti e di romanzi di autori più recenti?

“E’ difficile, credo, inserirlo in una precisa categoria. In realtà, anche se rivendico la passione per il romanzo gotico classico (Polidori, Stoker, fino ai recenti vampiri della Rice), ho scritto un libro che potesse interessare varie fasce di lettori, sia quelli che amano questo genere, sia, viceversa, coloro che apprezzano di più il romanzo storico. In questo senso spero che il romanzo possa essere considerato fruibile da tutti, anche se può essere letto a vari livelli interpretativi”

Che cosa ti ha affascinato di più nel mito del vampiro al punto da crearne una versione originale come quella di Ánghelos, ironico, impaurito, debole e con sensi di colpa?

“Il vampiro per me rappresenta la fragilità umana in generale, ma anche la fragilità e le contraddizioni di identità del mondo occidentale di oggi. Poi simboleggia anche la morte e il lato sensuale dell’esistenza, andando così ad incarnare le caratteristiche dell’eros greco, sempre unito al concetto di morte, thanatos”

Il “Libro Oscuro” può essere considerato una metafora dei mezzi di trasmissione del sapere, che possono rivelare una verità ma anche mistificarla?

“Io l’ho inteso più come elemento rivelatore, anzi come uno specchio. Nella tradizione il vampiro non appare mai in uno specchio, per questo Nikefòros ha immense difficoltà a comprendere il “Libro Oscuro”. In realtà non riesce a specchiarsi perché non vuole capire. Solo alla fine del libro il processo di presa di coscienza del suo passato sarà pieno. Il vampiro, in questo caso, può rappresentare l’uomo che capisce se stesso, solo se si accetta per quello che è ed è stato”.

Uno dei miti che hai rielaborato nel tuo romanzo è quello ebraico di Lilith, la prima moglie di Adamo che abbandona il marito perché non accetta la subordinazione e che diventa un creatura vampiresca e maledetta. E’ ancora attuale e destabilizzante la sua carica “protofemminista”?

“Credo di si. Io ho dato una interpretazione sintetica di questo mito molto complesso. Dalla sua figura traspare grande indipendenza, dolore e le molteplici sfumature del Bene e del Male”.

In un dialogo tra il vampiro e Pandolfo II principe di Benevento, quest’ultimo afferma: ”un popolo senza simboli è alla stregua di un uomo senza memoria: niente”

“Oggi c’è poca memoria, ma anche un grande visiono di ricordare. Troppo spesso “buttiamo” il passato, non sappiamo insegnarlo e tramandarlo. Ma il passato è l’unica cosa certa che abbiamo.
Anche i simboli sono importanti, ma bisogna saperli interpretare perché possono essere un’ arma a doppio taglio ed essere utilizzati per seminare odio e conflitti”

Perché proprio Benevento fa da sfondo alla parte principale del romanzo?

“Perché è un luogo che ha un fascino speciale ed è legato alle leggende sulle streghe, che hanno origine da un antico rito longobardo. Nella Benevento medievale ho trovato un mondo complesso, in cui culture differenti coesistevano, influenzandosi a vicenda, ma restando distinte”.

Che rapporto c’è stato fino ad oggi tra il tuo libro e il contesto culturale dei Castelli Romani?

“Dai dati che conosco sembra che il libro venga letto e richiesto, anche se quasi tutte le presentazioni, sono avvenute fuori dai Castelli Romani.”.

Come scrittrice di Velletri che cosa pensi del territorio in cui vivi dal punto di vista degli eventi, delle manifestazioni culturali.

“Credo che nel nostro territorio ci sia molto fermento culturale e molte potenzialità”.

Hai frequentato le biblioteche del Consorzio dei Castelli durante la scrittura del romanzo?

“Sì, infatti buona parte della prima stesura del romanzo l’ho realizzata a penna nella biblioteca di Velletri”

La storia del tuo libro avrà un seguito?

“Ci sto lavorando”

Alessia Rocchi 34 anni, vive a Velletri dove è nata. Laureata in lettere con una tesi in archeologia cristiana, coltiva interessi diversi: dalla musica, che ama tutta, ai viaggi, anche solo della mente, allo sport in particolare la pallavolo e il nuoto. Le piace andare al cinema e naturalmente le piace leggere. Tra i film privilegia gli horror, i thriller e quelli di attualità. Anche tra le letture è presente l’attualità insieme a romanzi storici e saggistica.

Alessia Rocchi, "Anghelos", Milano, Rizzoli, 2006

Per la rubrica Cibo per la mente - Numero 60 marzo 2007