Vivavoce - Rivista d'area dei Castelli Romani

RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Itinerari letterari

Ironia e disincanto in trilussa ai Castelli Romani

Autunno
Indove ve n'annate,
povere foje gialle,
come tante farfalle spensierate?
Venite da lontano o da vicino?
da un bosco o da un giardino?
E nun sentite la malinconia
der vento stesso che ve porta via?

(Le Storie, 1923)

 

Legata al nome del famosissimo e amatissimo poeta Trilussa è Albano Laziale; nativo di Albano era il padre del poeta. Trilussa è lo pseudonimo anagrammatico di Carlo Alberto Salustri, nato a Roma il 26 ottobre 1871, morì a Roma il 21 dicembre 1950. L'infanzia di Trilussa fu poverissima. Il padre, Vincenzo, era un cameriere, la madre, Carlotta Poldi, era di Bologna e faceva la sarta.

Per quanto riguarda le origini albanensi di Trilussa, lo studioso Mario Valle così scrive sulla rivista Castelli Romani. Vicende, Uomini, Floklore: "Il padre di Trilussa, Vincenzo, discendente da una delle più antiche famiglie del Castello Romano [Albano Laziale], nacque nel 1839. Trasferitosi ben presto a Roma, fu maestro di casa della nobile famiglia dei marchesi del Cinque Quintili. Anzi, il marchese Ermenegildo, come risulta dagli atti parrocchiali di S. Giacomo in Augusta, volle essere padrino del neonato Carlo Alberto. Vincenzo, che ebbe tutto lo 'spiritaccio albanese' morì purtroppo di appena trentacinque anni di età, il 1° aprile 1874, per tumore al cervello, lasciando nella desolazione la moglie Carlotta e il treenne futuro poeta. Trilussa, durante la sua lunga vita, non dimenticò mai di fare una 'scappata', quando poté, ad Albano, ma ci consta che non ebbe cordiali rapporti di frequenza con i parenti ivi residenti. Dopo il 1870, dopo la breccia di Porta Pia, una ondata di anticlericalismo si riversò sul Paese e sorsero dappertutto innumerevoli circoli intitolati principalmente al nome di 'Giordano Bruno'. Ciò durò, con alternative più o meno tempestose, fin verso il '14. Il nostro poeta, sempre rispettoso della fede in Dio instillatagli dalla madre e dai 'Carissimi' del collegio S. Giuseppe, risentì, pur blandamente, dell'acceso clima di lotta imperante." Per questo Mario Valle confuta e dissipa con veemenza ogni sospetto che vuole Trilussa "ateo".

Trilussa aveva una sorellina, Isabella, che morì nel 1872 di difterite, a soli tre anni. La famiglia allora si trasferì a Roma prima in via di Ripetta e poi in piazza di Pietra, nel palazzo del marchese Ermenegildo dei Cinque Quintili, che fu padrino di battesimo di Carlo Alberto. Quest'ultimo frequentò le scuole elementari dal 1880 al 1886, prima nel Collegio San Giuseppe, infine all'Angelo Mai. Ultimata la scuola, Carlo Alberto si appassiona alla lettura dei sonetti di Belli e di Zanazzo, che fu fondatore e direttore de Il Rugantino. L'invenzione della stampa fu il suo primo sonetto pubblicato sulla rivista del folklore romano Il Rugantino esattamente il giorno 30 ottobre 1887.

Intorno ai trent'anni cominciò a scrivere un diario che fu interrotto però quasi subito, ma le prime pagine ci hanno lasciato il ricordo del suo ventottesimo compleanno, quello del 1899 trascorso ad Albano, in gita ai Castelli Romani, durante il quale aveva fatto una passeggiata in carrozzino a Nemi, insieme ad amici e al proprietario dell'hotel nel quale risiedeva. Scrive Mario Dell'Arco sulla rivista Castelli Romani, Vicende Uomini Folklore: "Dunque, il giovane Carlo Alberto, che in avvenire si mostrerà abbottonatissimo sulla propria età, in quell'anno di grazia 1899 non aveva alcuna ragione di nascondere al prossimo i suoi floridi quanto disillusi ventott'anni. A festeggiare il genetliaco va in quel d'Albano, che è il luogo di nascita di suo padre, un Castello dei più nobili, a poco più di venti chilometri da Roma, famoso per la schiettezza dei vini e la bellezza delle donne." Una visita a don Marco Palustri, lo zio canonico, una corsa a Nemi, una piccola colazione al ristorante De Sanctis mentre lo "specchio di Diana sonnecchia - scrive Dell'Arco - nella cornice verde dei boschi circostanti, e sull'acqua scivola appena una barchetta col pescatore affaccendato intorno alla rete. Nelle viuzze acciottolate del paesino passano i cavalli, i muli, i ciuchi, curvi sotto il peso della soma (la coppia di bigonce colme di grappoli d'uva), perché siamo nell'ottobre inoltrato, tempo di vendemmia, e l'afrore del mosto grava, come una spessa caligine, sulle casucce sbocconcellate dal tempo".

Come abbiamo visto sopra compì dunque studi irregolari ed esordì giovanissimo nel 1887; più tardi scrisse anche per il Don Chisciotte, il Capitan Fracassa, Il Messaggero e Il Travaso delle idee.

Scrive Pietro Pancrazi nella prefazione all'edizione di Tutte le posie per Mondadori: "l'incontro con la pungente e cangiante attualità del giornale fu per lui un definitivo scoprirsi a se stesso: gli si rivelò in quel punto la vocazione di poeta 'chansonnier' (l'occasione colta al balzo, il pronto avvertimento e commento al fatto del giorno), cui resterà a suo modo fedele tutta la vita." Questo spiega perché "Trilussa ebbe intorno a sé - scrive sempre Pietro Pancrazi - tutta la simpatia e la festosità dei folcloristi e degli aneddotisti, ma un certo riserbo e imbarazzo dei letterati di più stretta osservanza, i quali, confessando di divertirsi molto, anzi di divertirsi 'troppo' (Borghese), non sapevano però se Trilussa era da collocare tra i poeti d'arte che restano, o tra gli occasionali, gli improvvisatori, i popolari che passano".

Di carattere manierato, provinciale e madrigalesco è il primo libro di versi, Le Stelle de Roma (1889) che attirò l'attenzione di Filippo Chiappini, vecchio amico di famiglia e poeta romanesco di un certo valore. Le Stelle di Roma sono una serie di versi in dialetto ispirati a venti belle ragazze dei rioni della città e pubblicata nel 1888 su Il Rugantino. Questa fu criticata pesantemente in quanto Trilussa non aveva usato il vero dialetto trasteverino. Lungi dall'essere un intellettuale - da ragazzo Trilussa non aveva brillato negli studi - fonte della sua ispirazione erano le strade di Roma, molto più che i libri. Le sue prime poesie vennero esaminate dal suo insegnante di lettere, Francesco Chiappino (autore del primo dizionario romanesco mai pubblicato); ma egli disse chiaramente alla madre del giovane Carlo Alberto che suo figlio non sarebbe mai stato poeta. Poi la sua vena, prevalentemente satirica, andò via via affinandosi, trovando la misura più congeniale nel bozzetto di costume e nella favola moraleggiante di ispirazione esopiana: Quaranta sonetti romaneschi (1895), Favole romanesche (1901), Caffè concerto (1901), Er serrajo (1903), Nove poesie (910), Le storie (1913), Ommini e bestie (1914), La vispa Teresa (1917), Lupi e agnelli (1919), Le cose (1922), La gente (1927), Libro n. 9 (1930), Giove e le bestie (1932), Libro muto (1935), Mamma primavera (1937), Acqua e vino (1945), e altre ancora.

Se il sonetto del Belli è una cronaca satirica d'incidenti e minuzie della vita quotidiana, di compromessi dell'interesse e della vita politica, il vero genio di Trilussa invece si esplicita nella creazione d'un tipo di favola che, nella prima idea, avrebbe dovuto essere una sorta di parodia delle favole classiche, ma si sciolse subito in libere invenzioni, metricamente sempre molto variate. Nella sua Storia della letteratura italiana (1936) Attilio Momigliano considera Trilussa come il poeta satirico per eccellenza del ventesimo secolo, quello "che ha seguito le vicende morali e politiche dell'Italia con favole in cui gli atteggiamenti epigrammatici turbano la sua naturalezza di raccontatore e di ritrattista, le sue movenze romanzescamente apatiche, e la nobile - e talora lirica - malinconia di moralista e di descrittore".

L'assicurazzione de la vita
Dice ch'a Roma c'è 'na compagnia
de gente ch'assicureno la vita;
io 'sta frescaccia nu' l'ho mai capita
e dico ch'è 'na gran minchioneria.

Anzi me pare propio un'eresia,
perché quanno ch'è l'ora stabilita
ch'er Padreterno la vò fa' finita,
che t'assicuri? L'ossa de tu' zia?

E' 'na speculazzione immaginata
Pe' fa' sòrdi a le spalle de la gente
Che ce crede e ciaresta buscarata.

L'ha provato er sor Checco, er mi' parente:
co' tutto che se l'era assicurata
è morto tale e quale d'accidente.
(I Sonetti, 1895)

Ben presto le sue opere lo resero un personaggio popolarissimo, ma purtroppo durante la vita continuò ad essere sempre assillato da problemi economici, dovendosi mantenere con i proventi editoriali e le collaborazioni giornalistiche. Sulla scia del successo che aveva avuto, iniziò a frequentare i "salotti" nel ruolo di poeta-commentatore del fatto del giorno. Nel 1914 compie una tournée in Egitto. Proprio in questo periodo s'innamora di una ragazza trasteverina, che lancia come diva del cinema col nome Leda Gys. A Roma risiede in via Maria Adelaide, in uno studio
abitazione stile bohémienne, ideato da Hermann Corrodi. Era un enorme stanzone con oggetti di ogni tipo: arredi bizzarri, strumenti musicali, souvenir esotici, statuette, tappeti, quadri, libri, fotografie e molte caricature. In questa estrosa abitazione Trilussa riceveva ogni giorno amici, ma anche giornalisti, aspiranti poeti e ammiratrici. Non condividerà mai con nessuno la sua stravagante dimora, fatti salvi il gatto Pomponio e la governante Rosa Tomei. Nel 1922 la Mondadori iniziò la pubblicazione di tutte le sue raccolte di poesie. Sempre nel 1922 lo scrittore entra in Arcadia con lo pseudonimo di Tibrindo Plateo, che fu anche quello del Belli. E' del 1924 la sua tournèe in Sudamerica.

Politicamente si può dire che durante il Ventennio evitò di prendere la tessera del Partito fascista, ma per non compromettersi, preferì definirsi un non fascista piuttosto che un antifascista. Pur facendo satira politica, i suoi rapporti con il regime furono sempre tranquilli e improntati dalla reciproca prudenza. Se si leggono i sonetti però emerge senz'altro un animo palesemente conoscitore della "coscienza di classe", dei capisaldi del socialismo, consapevole del proprio status e della propria appartenenza, della distanza che separa i signori dalla povera gente, capace di prendersi gioco delle millanterie e della vanagloria della aristocrazia e della borghesia ma capace anche di un sorriso amaro mentre riflette sul popolo che lavora e i pochi parassiti che l'affamano e capace anche di sorridere dello spirito ribelle e rivoluzionario dei primi socialisti, stemperando nella satira le difficoltà e i pericoli che correvano quanti si opponevano al regime.

Lo sciopero
Fu er presidente de la Lega mia,
ch'era avvocato de li scioperanti,
fu proprio lui che disse: - Avanti! Avanti!
Scendemo in piazza! Evviva l'anarchia! -

A 'ste parole qui, per quanto sia,
ce s'infocò la testa a tutti quanti:
ma sur più bello ce sbucò davanti
uno squadrone de cavalleria.

Se la sommossa rivoluzionaria
quer giorno nun pijò 'na brutta piega
fu per via che sparavano per aria;

ma per un pelo un corpo de moschetto
ciammazza er presidente de la Lega
che s'era riparato in cima a un tetto!
(I Sonetti)

Il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi nominò Trilussa senatore a vita il 1º dicembre 1950, venti giorni prima che morisse; già da tempo malato, e presago della fine imminente, ma con immutata ironia, il poeta commentò: "Mi hanno nominato senatore a morte".
Il titolo di senatore a vita gli veniva riconosciuto per alti meriti in campo letterario e artistico: "Siamo ricchi!" fu il suo ironico commento alla vecchia governante nell'apprendere la notizia, proprio lui che veniva dalla miseria e aveva vissuto tutta la vita in povertà e ristrettezze, così commentò la prestigiosa nomina, ben sapendo che il titolo era solo una carica onorifica.
È sepolto nello storico Cimitero del Verano in Roma, dietro il muro del Pincetto; sulla sua tomba in marmo è scolpito un libro, sul quale è incisa la poesia Felicità. La raccolta di Tutte le poesie uscì postuma, nel 1951, a cura di Pietro Pancrazi, e con disegni dell'autore.

Con un linguaggio arguto e disincantato, appena increspato dal dialetto borghese, Trilussa ha commentato circa cinquant'anni di cronaca romana e italiana, dall'età giolittiana agli anni del fascismo e a quelli del dopoguerra. La corruzione dei politici, il fanatismo dei gerarchi, gli intrallazzi dei potenti sono alcuni dei suoi bersagli preferiti. Sicuramente anche dai Castelli Romani traeva lo spunto per quell'uso delle parole, tanto vivo e tanto ironico, che ritrovava nei vicoli, nelle piazze, vicino alle fontane, quello delle donne ai lavatoi o degli uomini nei lavori delle campagne o nelle botteghe, il parlare della gente comune che tanto avvicina le sue poesie all'anima e al cuore dei lettori e della gente.

Ma la satira politica e sociale non è l'unico motivo ispiratore della poesia trilussiana: frequenti sono i momenti di crepuscolare malinconia, la riflessione sconsolata e talora ironica, sugli amori che appassiscono, sulla solitudine che rende amara e vuota la vecchiaia. E anche qui non può essere taciuta l'ispirazione che trasse dai Colli Albani nel loro insieme, dalla Campagna Romana che sotto loro si distende e dalla bellezza dei luoghi che circondano Roma, quanti, letterati e artisti anche stranieri, hanno scritto sul paesaggio del nostro territorio, estasiati di fronte a tanta bellezza, hanno sempre detto trattarsi di una natura struggente e malinconica, per i suoi tramonti, per la vegetazione così folta, magica e misteriosa, per i suoi silenzi cupi, per la ferma caducità dei resti romani e delle rovine classiche. La natura dunque in tutte le sue manifestazioni fa da sfondo alla poesia di Trilussa:

Stella cadente
Quanno me godo da la loggia mia
Quele sere d'agosto tanto belle
Ch'er celo troppo carico de stelle
Se pija er lusso de buttalle via,
a ognuna che ne casca penso spesso
a le speranze che se porta appresso. [...]
(Acqua e vino, 1938)

La rassegnazione
[...] Tra er muschio verde e er vellutello giallo
ancora s'intravede una Fontana
piena d'acqua piovana
che nun se move mai: come un cristallo.
O tutt'ar più s'increspa
quanno la sera, verso una cert'ora,
se sente stuzzicà da qualche vespa
o da qualche zampana che la sfiora.
Pare che in quer momento
je passi come un brivido: un gricciore
su la pelle d'argento.
Eppure 'sta Fontana anticamente
se faceva riempì da un Mascherone
che vomitava l'acqua de sorgente:
un'acqua chiara, fresca, trasparente,
che usciva cor fruscio d'una canzone
e se la scialacquava allegramente.
(Le cose, 1922)

Primavera
Er sole che tramonta appoco appoco
sparisce fra le nuvole de maggio
gonfie de pioggia e cariche de foco:
cento ricordi sfumeno in un raggio,
cento colori brilleno in un gioco.

Sur vecchio campanile der convento
nun c'è la rondinella pellegrina
che canta la canzona der momento:
però, in compenso, s'avvicina
un trimotore da bombardamento.
(Acqua e vino, 1938)

La Seconda guerra mondiale lasciò un segno indelebile ai Castelli Romani, molti furono i paesi bombardati: Albano, Marino, Frascati, Lanuvio, Genzano. Oltre alla bellezza della natura, in dialetto Trilussa fissa le immagini malinconiche e funeste di quello che è stato uno dei momenti più drammatici della nostra storia. Lo fa con lieve pacatezza ma anche con una spessa amarezza che non lascia tregua.

Il sapore dolce e misterioso del "bianco" dei colli di Roma deve essere stato motivo di ispirazione per il poeta che coglie in più di una poesia, dal vino, l'occasione per riflettere sul destino dell'uomo, sulla sua vita erratica e fuggevole, sul suo passaggio spesso infame nel mondo, la sua ricchezza e la sua povertà, non materiale ma anche d'anima e d'azione. La solitudine, la tristezza e la malinconia di fronte all'eterno e all'immenso, cui l'uomo si trova di fronte, devono aver ispirato molti dei suoi versi:

Acqua e vino
"Se certe sere bevo troppo e er vino
me ne fa quarchiduna de le sue,
benché sto solo me ritrovo in due
Con un me stesso che me viè vicino
e muro-muro m'accompagna a casa
pe' sfuggì da la gente ficcanasa.

Io, se capisce, rido e me la canto,
ma lui ce sforma e pe' de più me scoccia:
- Nun senti che te gira la capoccia?
Quanno la finirai de beve tanto?
- E' vero - dico - ma pe' me è una cura
- Contro la noja e contro la paura.
[...]

(Acqua e vino, 1942)

La vera chiave di accesso e di lettura della satira del Trilussa si trovò nelle favole. Il suo insegnamento e la sua morale non furono mai generici e vaghi, bensì legati ai commenti dei fatti della vita. Non si accontentò della felice trovata finale, perseguì invece il gusto del divertimento per sé e per i suoi lettori. Trilussa fu un favolista chansonnier e favorì il dialetto della piccola borghesia romana a quello trasteverino della tradizione belliana. La sua poesia interpreta una semplice filosofia della vita ispirata a un'etica un po' accomodante e leggera, sempre divertita e divertente, i cui ingredienti sono: amore un po' nostalgico dell'onestà, rifiuto della demagogia delle "esagerazioni" di qualsivoglia sorta, indulgenza verso forme moderate di cinismo, ricerca di valori ridotti a misura borghese, buon senso comune utilitaristico. La parte migliore delle poesie di Trilussa è consegnata a quelle zone in cui si fa sentire più scopertamente la graffiante vena mordace con il gusto dei particolari su cui si diffonde la sempre indignata rappresentazione.
"Il primo e di gran lunga più popolare aspetto di Trilussa fu e certamente resterà quello di poeta favolista e satirico - scrive Pietro Pancrazi -. [...] fu la favola, l'invenzione geniale della favola che dette a lui la prima consapevolezza di sé e della propria originalità. [...] Le prime favole sue furono pungenti quasi a ogni verso, estremamente asciutte, epigrammatiche. [...] Trilussa non ebbe soltanto una eccezionale facilità combinatoria sugli elementi tradizionali della favola: ma ne arricchì lui il repertorio straordinariamente, inventando di sana pianta, e di disegno tutto nuovo, centinaia e centinaia di originali favole e apologhi".

L'Omo e la Scimmia
L'Omo disse a la Scimmia:
- Sei brutta, dispettosa:
ma come sei ridicola!
ma quanto sei curiosa!
Quann'io te vedo rido:
rido nun se sa quanto! ...
La scimmia disse: - Sfido!
T'arissomijo tanto!"
(Le favole, 1922)

Trilussa fu tra i precursori dei versi in dialetto romanesco, quei poeti romani che dopo la pubblicazione dei sonetti del Belli, iniziarono a scrivere anch'essi in dialetto. Durante gli studi giovanili, Trilussa non aveva dato il meglio di sé, anche per questo egli non venne mai considerato un vero e proprio intellettuale. La sua poesia è considerata poesia di strada tanto tagliente quanto diretta. Furono infatti le strade romane a fornirgli la maggiore ispirazione e non i libri. Furono i lettori quelli che gli diedero maggiore consenso, non gli eruditi. La sua popolarità gradualmente si trasformò in vera e propria fama. Già tra il 1920 e il 1930 era noto in tutta Italia, e tenne recital in diverse città in cui declamava le proprie poesie. Non frequentò mai i circoli letterari, preferiva le strade e le osterie. Ma la struttura sociale della città, presto sarebbe cambiata profondamente; così l'ispirazione che il poeta traeva tanto intimamente dalle vecchie atmosfere romane, era destinata a poco a poco ad abbandonarlo. Allo stesso modo Belli era stato ispirato dal netto contrasto fra le classi sociali alte e quelle più basse, e dalla lotta per la sopravvivenza che queste ultime quotidianamente sostenevano; ma la Roma fin de siècle aveva ben altra struttura sociale: la piccola borghesia era cresciuta, ed era la classe più rappresentata. Ora le poesie di Trilussa sono dunque popolate dei nuovi e tipici personaggi del mondo piccolo-borghese: la casalinga, il commesso di negozio, la servetta e tanti altri. Il dialetto usato da Trilussa è molto limato nei suoi tratti più vivaci e assai più vicino all'italiano, come d'altronde era quello che veniva parlato in quegli anni, era questo uno degli effetti del livello culturale della popolazione, che verso la fine dell'Ottocento si era notevolmente innalzato. Per questo motivo Trilussa ricevette critiche dai poeti dialettali del suo tempo, che si ritenevano maggiormente "puristi", eppure il grande merito di Trilussa fu quello di essere stato sempre un fedele specchio della mutata realtà.

 


Bibliografia utilizzata

Castelli Romani. Vicende uomini folklore anno III - n. 9, settembre 1958
Castelli Romani Vicende uomini folklore anno XVI - n. 12, dicembre 1971

Storia della letteratura italiana, diretta da Enrico Malato, Milano, Il Sole 24 Ore, 2005.
Enciclopedia italiana di scienze, lettere e arti, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1950
Enciclopedia della Letteratura, Milano, Garzanti, 2007

Trilussa, Tutte le poesie, a cura di Pietro Pancrazi, Milano, Mondadori, 1995.

Siti internet

wikipedia.it
riflessioni.it
roma.andreapollett.com
museodiromaintrastevere.it

 

Per la rubrica Itinerari letterari - Numero 115 aprile 2013