RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Archeologia

Speciale Natale e Capodanno

Il calendario romano e le festività di dicembre

Frammento del calendario romano

La moderna civiltà occidentale ha un enorme debito culturale nei confronti di quella romana: il calendario. Quelle che noi oggi utilizziamo sono, di fatto, ancora le regole di suddivisione del tempo introdotte da Giulio Cesare nel 45 a. C., articolate secondo uno stesso numero di mesi dalla medesima denominazione e con identica numerazione dei giorni. La mutuazione è evidente anche all'analisi attenta delle tradizioni e dei rituali che sono passati nelle nostre festività con identiche motivazioni e strutturazioni, sebbene gli aspetti pagani siano stati sostanzialmente trasformati in funzione moderna e "cristianizzati".
Il calendario romano ha subito un'evoluzione dettata dal graduale aumento delle necessità di precisione nel calcolo del tempo, in base alla sempre crescente complessità della società romana in ambito economico, civile, politico e religioso. Per comprendere ciò dobbiamo tenere presente che in antico non esisteva quella dicotomia fra Religione e Stato, che caratterizza, invece, la nostra società moderna. Ogni azione umana aveva un presupposto religioso ed era impossibile stabilire una netta divisione tra festa "religiosa" e festa "civile". I sacerdoti addetti al culto erano guidati dai magistrati e dal senato, anzi a volte erano loro stessi senatori e/o magistrati. Ogni avvenimento politico richiedeva di necessità la consultazione del parere divino, così come ogni evento pubblico o privato era sottolineato da una cerimonia religiosa e civile insieme.

Il calendario lunare
Il primo calendario romano era di tipo lunare, basato cioè sull'osservazione del ciclo lunare: sembra fosse stato istituito da Romolo sulla base di un anno di 10 mesi (da marzo a dicembre) e per un totale di 304 giorni. La tappa successiva nel perfezionamento del calendario è costituita dall'osservazione del ciclo solare: il sole consente di accordare il calcolo temporale con il ciclo naturale delle stagioni, mentre è estremamente difficile far coincidere l'anno lunare di 354-355 giorni con quello solare di 365. La tradizione romana attribuisce il merito di aver creato un calendario luni-solare al re Numa Pompilio, che riformò il calendario romuleo, ottenendo un anno di 355 giorni. Egli istituì anche il mese intercalare o marcedonico (da mercedes, pagamenti effettuati proprio in questo periodo) di 22 o 23 giorni, da inserire ogni due anni per ristabilire la concordanza tra il ciclo lunare e quello solare. Nonostante ciò, si crearono slittamenti di stagioni tali, da rendere necessaria una riforma calendariale operata all'epoca di Giulio Cesare.

Il calendario giuliano
Consultato l'astronomo alessandrino, Sosigene, nel 46-45 a. C., Cesare istituì il nuovo calendario (detto giuliano), che è tuttora in uso. Ogni tre anni di 365 giorni seguiva un anno di 366 e il giorno in più veniva inserito tra il 23 e il 24 febbraio, duplicando il sesto giorno prima dell'inizio di marzo. Il calcolo di Sosigene, però, difettava per eccesso di 11 minuti e 14 secondi, che accumulati nel tempo causarono nuovi slittamenti, cui si ovviò solo nel 1532, quando papa Gregorio XIII eliminò il giorno bisestile ogni 400 anni, rimediando a tale errore.
Circa i mesi del calendario romano, si è già detto che il primitivo conteggio prevedeva dieci mesi appena, partendo da marzo (i nomi di settembre, ottobre, novembre e dicembre, infatti, derivano da questo calendario, ma non occupano più il posto che il loro nome suggerisce); con la successiva riforma furono aggiunti gennaio e febbraio, sebbene fino alla metà del II secolo a.C. l'anno civile continuò ad aver inizio a marzo.

Dicembre e le sue festività
Dal 153 a.C. anche i consoli entrarono in carica il primo gennaio, che divenne a tutti gli effetti il capodanno romano. E come avviene ai nostri giorni dicembre era un mese ricco di festività che preludevano a questo capodanno, anzi, il nostro Natale mostra aspetti tipici delle festività pagane. Nell'antica Roma, tra il 17 e il 23 di dicembre si celebravano i Saturnalia, festività in onore di Saturno e in ricordo della mitica età dell'oro, durante la quale si viveva in pace e nell'abbondanza: il primo giorno veniva eletto un re della festa che rimaneva in carica per tutta la settimana tra banchetti, giochi d'azzardo e danze. In questo periodo ci si scambiavano doni, ai banchetti tutti gli ospiti ricevevano presenti e gli schiavi ottenevano, per il breve lasso di tempo di una settimana, gli stessi diritti dei padroni. L'ultimo giorno dei Saturnalia vedeva celebrata la festa dei Larentalia (23 dicembre) la cui istituzione è narrata da Plutarco, secondo il quale, al tempo del re Anco, il custode del tempio di Ercole avrebbe sfidato al gioco dei dadi il dio perdendo la cena messa in gioco: appare evidente come l'attività ludica connoti le principali feste del mese, dall'età più antica ad oggi.
La moderna figura di Babbo Natale, ammantata di rosso e con il buffo cappello a punta, invece, è strettamente legata a S. Nicola di Myra, festeggiato il 6 dicembre: la mitra e il mantello di vescovo hanno mutato il loro aspetto, ma sono sopravvissuti ai secoli. Nella sua incessante attività filantropica avrebbe distribuito ingenti somme ai poveri e salvato fanciulle da un destino ingrato, generosità che contraddistingue la simpatica icona del Natale moderno.
Anche i festeggiamenti del 13 dicembre destinati a S. Lucia, martire siracusana dell'età dioclezianea, palesano alcune caratteristiche delle feste antiche e moderne preannuncianti il capodanno: il giorno coincideva - fino al XIV secolo, per lo sfasamento tra anno solare e calendario giuliano - con quello del solstizio d'inverno, che a poco a poco trasformò la passio della martire facendone la santa portatrice di luce materiale e spirituale. Nel Medioevo, soprattutto nel nord Italia e nel nord Europa, si diffuse la credenza che la celeste fanciulla passasse la notte tra il 12 e il 13 nelle case per portare i regali ai bambini.
La prima fonte letteraria che associa invece il 25 dicembre con la nascita del Salvatore è un cronografo datato al 354 d.C. in cui è annotato, desumendolo da un calendario liturgico, quanto segue: natus est Christus in Betleem Judaeae. Poiché nei Vangeli non v'è indizio alcuno che permetta di stabilire una data precisa - e semmai alcune allusioni nei Vangeli indurrebbero a fissare la Natività tra primavera e autunno - questa è la prima attestazione della nostra festa di Natale. La scelta di questo giorno per gli antichi fu quasi obbligata perché in stretta connessione con il solstizio d'inverno (quando il nuovo sole si era alzato sull'orizzonte). Nello stesso cronografo è inoltre presente un calendario civile, in cui il 25 dicembre si vuole celebrata la festa del Sol Invictus, dio orientale ordinatore del cosmo, particolarmente amato nell'impero. Fu l'imperatore Aureliano (270-275 d.C.) a consacrare nel calendario il 25 dicembre alla divinità, da sempre associata all'iranico Mitra, figlio del Sole e Sole egli stesso, coadiuvato nella lotta contro le forze del male da Ohrmazd, personificazione del Bene. Nella tradizione orientale Mitra sarebbe nato da una roccia e i pastori che furono testimoni della sua nascita avrebbero portato al dio offerte. La Chiesa, per contrastare la diffusione del mitraismo, decise di fissare allo stesso giorno la festa del vero Sole, Cristo, e la data astrologica fu preferita a quella storica ipotizzata. Nel V secolo papa Leone Magno provvide a dare fondamento teologico alla data.

Il capodanno
Dopo il 25 dicembre il nostro calendario registra un capodanno legale: quello del 1° gennaio. Le prime notizie che ne abbiamo risalgono addirittura al 191 a.C. Il dio sotto la cui tutela erano posti tutti i passaggi (dalle soglie al calendario, appunto) era Giano bifronte che poteva guardare ad un tempo la fine e l'inizio dell'anno. Il primo gennaio i Romani erano soliti invitare a pranzo gli amici e consumare prelibatezze quali datteri e fichi generalmente accompagnati da ramoscelli di alloro, chiamati strenae (le nostre strenne), quale augurio di buona sorte e felicità. Se il passaggio dal vecchio al nuovo anno era sotto la protezione di Giano, il primo giorno del mese era per i Romani dedicato a Giunone, la sposa e madre divina per eccellenza: la Chiesa contrappose, ancora una volta, alla festa pagana una festa cristiana consacrando il primo gennaio a Maria, genitrice del Verbo incarnato.
Un ulteriore tentativo di connotare in senso cristiano il capodanno viene evidenziato dall'attribuzione a S. Silvestro del 31 dicembre: il papa avrebbe infatti battezzato Costantino, ponendo definitivamente fine all'era pagana.
V'è infine un'ultima data di capodanno principalmente legata al mondo orientale, ed è quella del 6 gennaio, l'Epifania, che ricorda la manifestazione sensibile della divinità ai pagani rappresentati dai Magi. Nei primi secoli dell'evo moderno, nel mondo egiziano soprattutto, si celebrava il solstizio invernale e l'arrivo del nuovo sole. Nel mondo cristiano orientale questa data fu connessa nello specifico alla presentazione del figlio di Dio al mondo facendola coincidere col battesimo nel Giordano e, a partire dal IV secolo, con la nascita del Salvatore quale luce del mondo. Dall'Epifania deriva, per aferesi, anche il nome della Befana, simbolo dell'anno trascorso e oramai da eliminare simbolicamente per far posto al nuovo anno e alla nuova vita.

Per la rubrica Archeologia - Numero 77 dicembre 2008
Maria Barbara Savo |
Per la rubrica Archeologia - Numero 77 dicembre 2008