RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Archeologia

LOCALIZZATO A CECCHINA IL LUCUS FERENTINAE

come Tarquinio il Superbo fece giustiziare Turno Erdonio, portavoce dell’opposizione dei Latini contro Roma

Una recente analisi topografica compiuta nel territorio di Cecchina, abbinata a nuove acquisizioni archeologiche, ha consentito di localizzare qui l'antico Lucus Ferentinae, ovvero il luogo dove si svolgevano le assemblee federali dei Latini in età arcaica. In precedenza una inesatta interpretazione delle fonti letterarie da parte di Ampolo fece collocare erroneamente il Lucus Ferentinae sul Monte Savello, presso Pavona, ipotesi in seguito smentita da Barzanò. In realtà l'abitato arcaico rinvenuto sul Monte Savello era già stato identificato in precedenza dal De Rossi con l'antica cittadella latina di Apiolae.
In seguito alla distruzione di Alba Longa i Latini scelsero come luogo per le proprie riunioni il bosco sacro (lucus) di Ferentina. Qui i Latini erano soliti radunarsi per discutere di problemi comuni e per amministrare le faccende militari e politiche di comune accordo tra loro.
In base ad alcune indicazioni topografiche forniteci dagli storici latini sappiamo che il Lucus Ferentinae era collocato nel territorio di Ariccia a non molta distanza da Corilla, variante in greco di Corioli (Dionigi IV, 45,4).
La presenza nella zona di un insediamento stabile fin dall'epoca protostorica è documentata da un abitato che occupava il bordo Sud-Ovest del cratere di Valle Ariccia, nel quale era presente un laghetto in epoca preistorica, oggi interamente prosciugato. I numerosissimi frammenti di ceramica rinvenuti in Via Perlatura permisero una datazione di questo abitato dall'età del Bronzo finale all'età del Ferro. L'analisi tipologica di questi frammenti di ceramica ha consentito di collocare cronologicamente la vita di questo abitato tra l'XI e l'VIII secolo a.C.
Vennero rinvenuti anche i resti di alcune abitazioni costituite da muretti a secco e pavimenti in argilla battuta con tracce di tre focolari. Le attività agricola e metallurgica nella zona sono attestate dalla presenza di molte macine e macinelli in pietra porosa, da numerosi resti di fornelli e da due frammenti di crogiuoli.
Il toponimo locale di Rufelli, variante toponomastica di Tufelli, si riferisce probabilmente proprio al costone di tufo qui presente, il quale costituiva una fortificazione naturale del colle di Poggio Ameno nel lato verso Valle Ariccia.
Nel corso dell'Ottocento non lontano da Via Rufelli vennero rinvenute alcune tombe arcaiche i cui corredi funerari restituirono delle fibule di bronzo a navicella, alcune con decorazioni a cerchi concentrici, e due vasetti di bucchero, lavorati a mano e ad alto manico; gli oggetti qui rinvenuti permetterebbero una datazione all'VIII-VII secolo a.C.
Il primo riferimento storico riportato dagli autori antichi a riguardo di Ferentina lo ritroviamo in alcuni avvenimenti risalenti al VII secolo a.C. In seguito alla distruzione di Alba Longa il re di Roma Tullo Ostilio mandò degli ambasciatori presso i Latini affinché riconoscessero la supremazia di Roma su di loro (Dionigi III, 34,3). Le città latine al momento non risposero nulla ma, indetta un'assemblea generale a Ferentina, votarono di non cedere ai Romani la sovranità sul Latium ed elessero inoltre due generali con poteri assoluti sia in tempo di pace che in tempo di guerra, Anco Publicio di Cori e Spurio Vecilio di Lavinium. Per questi motivi si verificò pertanto la guerra tra i Romani e i Latini che durò per 5 anni con andamento alterno.
Verso la fine del VI secolo a.C. il re di Roma Tarquinio il Superbo convocò i capi latini ad una riunione presso il bosco sacro di Ferentina, dicendo di voler trattare alcune cose di interesse comune, ma con l'intenzione in realtà di farsi riconoscere signore incontrastato di tutti i popoli latini, sulla base dei precedenti accordi stipulati dal nonno Tarquinio Prisco. Tarquinio convenne al concilio in ritardo, poco prima che il sole tramontasse, dopo che erano già stati trattati molti argomenti e dopo che a lungo si era discusso per tutto il giorno fra contrastanti opinioni. Durante l'assemblea Turno Erdonio di Ariccia si fece portavoce dell'opposizione contro il re di Roma dopo aver inveito con violenza contro Tarquinio, dicendo che non c'era da stupirsi se a Roma gli avevano dato il soprannome di Superbo.
Il discorso di Tarquinio all'assemblea di Ferentina mirava soprattutto a fargli riconoscere l'egemonia sulle città latine per diritto di guerra; promise poi di beneficiare enormemente quelle città che fossero rimaste in rapporti di amicizia con lui. Il discorso di Turno Erdonio invece tendeva a svalutare la validità di questi accordi; egli rispose che la supremazia sui Latini non apparteneva a Tarquinio di diritto e tanto meno era loro interesse concedergliela in quel momento. Elencò quindi molte delle azioni malvagie che Tarquinio aveva compiuto dopo essersi impossessato con le armi della sovranità su Roma. Turno accusò infatti Tarquinio di aver istituito a Roma una monarchia tirannica, in cui molti cittadini venivano uccisi, altri cacciati ed altri ancora privati dei loro beni, togliendo a tutti la libertà di espressione e di azione.
Tarquinio meditò subito di sopprimere Turno e, poiché non aveva l'autorità di farlo condannare direttamente a morte, lo tolse di mezzo intentandogli una falsa accusa. Attraverso alcuni cittadini di Ariccia della fazione politica avversaria corruppe col denaro uno schiavo di Turno, affinché lasciasse introdurre di nascosto nel suo alloggio una grande quantità di spade. Quindi Tarquinio, convocati i capi latini, giunse presso la casa di Turno a Corioli poco prima dell'alba, mentre ancora dormiva. Quando poi furono scoperte le spade nascoste in tutti gli angoli dell'abitazione e tra i bagagli dei suoi carri, Turno venne accusato ingiustamente di macchinare un complotto contro Tarquinio e contro le genti latine per ottenere da solo il potere sul Lazio. Quindi Turno fu incatenato e condannato a morte al termine di un giudizio sommario, durante il quale non gli fu concesso nemmeno di parlare per discolparsi. Riassumendo le versioni di Livio e Dionigi, è possibile ricostruire gli ultimi istanti di vita di Turno Erdonio. Inizialmente Turno venne gettato - con un graticcio carico di pietre al collo per farlo affogare - nella sorgente d'acqua di Ferentina (ad caput aquae Ferentinae), luogo riportato invece da Dionigi come barathron (burrone). In seguito Turno, sopravvissuto a questo primo tentativo di esecuzione capitale, venne sepolto mentre era ancora vivo.
In seguito a questo avvenimento Tarquinio il Superbo convocò nuovamente a concilio i Latini presso il bosco sacro di Ferentina, nel quale venne rinnovato il trattato di alleanza tra i Latini e i Romani, dove questi ultimi erano posti in condizione di superiorità.
L'episodio dell'uccisione di Turno Erdonio trova un riscontro pratico nei dati archeologici e topografici provenienti da Cecchina. Negli anni '60 in Via Sicilia a Cecchina, presso il Casale del Vecchio Montano, non lontano dalla stazione, venne riportata alla luce parte di un'antica necropoli di epoca arcaica. Vennero rinvenute in particolare 6 fosse rettangolari, lunghe 1,70 metri e profonde 40 cm., disposte leggermente a raggiera e all'interno delle quali erano ammassati, uno sopra l'altro, 2 o 3 scheletri alla volta, privi del cranio. Adiacente venne rinvenuta una fossa circolare, dal diametro di circa 1 metro, la quale conteneva più di 20 crani, pertinenti presumibilmente ai defunti qui sepolti. Alcuni oggetti qui presenti, tra cui una probabile elsa di spada, permisero alla polizia scientifica di quel periodo una datazione alla seconda metà del VI secolo a.C.
In particolare venne rinvenuto un anello d'oro che presentava due serpentelli simmetrici in rilievo con le fauci spalancate sui bordi del castone, nel quale era incisa una doppia S. Le tombe vennero quindi immediatamente reinterrate. Successivamente presso il casale venne rinvenuta anche una punta di lancia in bronzo con immanicatura a cannone. I pochi reperti rinvenuti sembrerebbero conferire a questi personaggi un'estrazione sociale medio-alta, compatibile con il loro rango di capi o rappresentanti latini.
Sorprende come la datazione riportata dalla polizia scientifica coincida perfettamente con il periodo storico nel quale si svolsero gli avvenimenti legati a Tarquinio e Turno (fine VI secolo a.C.), cosa questa che costituisce un prezioso indizio a dimostrazione di come ci troviamo in presenza del luogo di sepoltura di Turno Erdonio, ovvero il Caput Aquae Ferentinae.
Presso i Romani le aquae corrispondevano agli acquedotti in muratura, ma in epoca arcaica con questo termine venivano indicati gli sbocchi degli emissari oppure i cunicoli per il drenaggio delle acque.
È probabile quindi che il caput aquae corrisponda allo sbocco dell'emissario di Nemi presso Cecchina, raggiungibile oggi sia da Via Ginestreto che da Via Danimarca, il cui cunicolo costituisce una prosecuzione di quello di Nemi a Valle Ariccia ed è databile come questo al VI secolo a.C. In particolare l'emissario nemorense, giunto nei pressi dell'incrocio di Valle Ariccia, proseguiva attraverso un cunicolo scavato nella roccia, il quale in questo punto attraversava da parte a parte il bordo rialzato del cratere ariccino per poi fuoriuscire dalla parte opposta a Cecchina. Subito dopo lo sbocco dell'emissario di Nemi è presente sul fosso un invaso circolare per la raccolta delle acque, scavato nella roccia e profondo circa 3 metri, il quale andrebbe riconosciuto nel pozzo (barathron) dove venne gettato Turno.
Il tratto terminale dell'emissario di Nemi, tornato nuovamente ad essere a cielo aperto, faceva convogliare le proprie acque nel Fosso dell'Incastro, a non molta distanza dalla Via Nettunense. Nei pressi del casale del Vecchio Montano, all'interno del fosso, sono presenti numerosi blocchi squadrati di tufo, a dimostrazione di come gli argini del canale fossero stati rinforzati artificialmente.
Vista la vicinanza con lo sbocco dell'emissario di Nemi, e l'epoca di deposizione delle sepolture, sembra evidente quindi che ci troviamo di fronte al caput aquae Ferentinae, ovvero alla sorgente presso la quale venne condannato a morte Turno.
Dagli scheletri qui rinvenuti, ben 15, si può supporre che siano stati giustiziati tramite decapitazione anche altri membri della finta congiura o semplicemente coloro che si erano opposti al re Tarquinio.

Per la rubrica Archeologia - Numero 72 giugno 2008