RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Storia locale

DEDICATO A BRUNO MARTELLOTTA

Quando l’architetto Antonio di Pietro Averlino (Filarete) visitò la ferriera di Grottaferrata

La ferrie

Il mio primo pensiero è andato a Bruno Martellotta quando mi sono imbattuto in una descrizione di epoca rinascimentale, finora ignorata, di una ferriera «a una badia chiamata Grottaferrata». Bruno, infatti, con il quale avevo stretto amicizia appena pochi mesi prima della sua morte, una ventina d'anni fa aveva condotto e pubblicato un'accurata ricerca sugli antichi insediamenti industriali nel Vallone di Grottaferrata, ossia la cartiera e, appunto, la ferriera. Se a quest'ultima dedicò solo un paio di pagine, non fu perché la ritenesse meno importante della cartiera, ma semplicemente perché, ieri come oggi, mancano o non si conoscono documenti significativi sulle diverse ferriere che sorgevano lungo il rivo della Marrana nel territorio di Valle Marciana. Del resto le prime tracce di questa attività industriale risalgono al Medioevo, mentre per la cartiera, avviata nel Seicento, disponiamo di copiosa documentazione e di importanti testimonianze dirette che furono anche tramandate oralmente. Ma le ferriere di Grottaferrata ebbero larga e durevole rinomanza, e un poeta del Seicento, tale Giulio Antonio Ridolfi, amò sostenere, in un panegirico in latino dedicato al nuovo commendatario dell'Abbazia, il cardinale Francesco Barberini, che Grottaferrata si chiamasse così perché sempre l'arte operosa qui domava il ferro: Cryptam me duro ferratam nomine dicunt / quod semper ferrum hic ars operosa domat...
Credo che Bruno sarebbe stato felice di leggere ciò che vado a presentarvi, non solo perché si tratta di un testo finora mai segnalato (neanche dal Passamonti, il che è tutto dire), ma soprattutto perché siamo di fronte a una testimonianza oculare e per di più di un valente «tecnico»: proprio il tipo che piaceva di più a Bruno, al quale dedico questa mia piccola scoperta.

Antonio di Pietro Averlino, o Averulino, detto il Filarete, ossia «colui che ama le virtù», fu uno scultore e un architetto che visse dal 1400 al 1469. Era nato a Firenze, dove fece il suo apprendistato nella bottega di Lorenzo Ghiberti, e lavorò presso diverse corti (Firenze, Arezzo, Venezia, Roma, Milano), realizzando, ad esempio, i battenti bronzei per la porta centrale della Basilica di S. Pietro e lavorando alla Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, alla torre di facciata del Castello, all'Ospedale Maggiore e al Duomo di Bergamo. Tra il 1460 e il 1464, Filarete compose i venticinque volumi del Trattato di Architettura, un'opera sull'arte della costruzione ispirata ai modelli romani, scritta in volgare e dedicata a Francesco Sforza, di cui soltanto nel 1972 è apparsa un'edizione commerciale. È appunto nel Trattato, e precisamente nel sedicesimo libro, che è contenuto il brano sulla ferriera di Grottaferrata... Ma non è stata quella la mia fonte! La scoperta, come al solito, è avvenuta per vie a dir poco traverse. Avevo tra le mani la History of Western Technology del tedesco Friedrich Klemm e leggendo il capitolo dedicato alle ferriere nel primo Rinascimento ero stato catturato dalla descrizione di una ferriera visitata dal Filarete in nord Italia. Klemm citava ovviamente dal Trattato, di cui nel 1896 era apparsa una traduzione parziale tedesca. Io leggevo il tutto in inglese. Dopo una magistrale descrizione di un forno di fusione e dei grandi mantici idraulici che lo alimentavano, improvvisamente ai miei occhi erano balzati il nome di «Grotta Ferrata» e il termine «hammer», ossia maglio o martello. Ricordavo che Filippo Passamonti aveva scritto come i vecchi raccontassero che nella ferriera, chiusa nel 1856, agiva un grossissimo maglio che, quando batteva, se ne udiva il suono fino a Grottaferrata... Mi bastava: avevo trovato una cosa che non avevo mai neppure immaginato di poter cercare.
Il brano di Filarete che appresso riporto è tratto dall'edizione italiana del libro di Klemm, uscito nel 1959 con il titolo Storia della tecnica. All'epoca il testo italiano del Trattato era ancora inedito (come ho detto, uscirà solo nel 1972), ma per l'edizione italiana del libro di Klemm ci si avvalse dell'opera di una studiosa che trascrisse appositamente il brano dal codice autografo conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Pertanto ciò che segue non è una traduzione dal tedesco o dall'inglese, ma è il testo come lo scrisse originariamente il Filarete:

«In questo luogo ancora non era adattato né fornito da poterlo battere [il ferro, nda]; ma io dico come stava uno che io ne vidi essendo a Roma, il quale era circa di dodici miglia di lunga da Roma, a una badia chiamata Grottaferrata, dove che stava monaci che ufficiavano al modo greco. Il luogo è assai bello, e così la badia, e circuito d'essa come uno castello, e murata intorno. Vero è che per lo mancamento degli abitatori del paese il luogo è assai inselvatichito, e selvi intorno assai sono.
Donde che questo luogo di questo maglio è così un poco di fuori di questo circuito, dove che una acqua, la quale corre per lo sito, che viene a essere un poco in monte. E in quello luogo sparta una valle, d'uno monte dall'altro, dove che giù per la valle corre questa acqua. La quale adattata per uno canale, in modo che ruote fa voltare: una delle quali fa soffiare i màntaci, e l'altra fa battere il martello.
El modo del quale stanno non come quegli di forno, dove si scola, ma solo un paio di màntaci, fatti come quelli che usano i fabbri, e così hanno una fucina quasi in quella forma fatta, e in essa ricolano il ferro, e gittano cotali pezzi secondo loro vogliono poi fare, e con quello martello e acqua poi il battono, e quasi in questa forma che qui si vede sta.
Infino a qui è inteso. Ora è da vedere e intendere la vena, in che modo l'acconciano innanzi si metta al forno a scolare.
Come la vena è cavata, la quale cavano di certi luoghi del monte, e pòrtonla al luogo dove è il forno; ed ivi in una fornace de calcina la mettono, e dànnola il fuoco, e fànnola bene infocare; e pro freddarla tutta la rompono, e pèstanla tutta, come dire fave; e poi la crivellano, e poi la mettono nel forno, e mettono uno suolo di carbone e uno di questa vena. E così vengono facendo di dodici ore in dodici ore.
Cavano il ferro, e comunemente da venti a venticinque pesi ne fanno per dì, secondo loro dicono. E quando si trae puzza forte di solfo, sicché credo tenga di solfo assai; e così la fiamma che esce del forno esce di colore quasi come fa quando solfo s'ardesse, e ancora più variati colori si dimostra in esso: massime la sera, che a vedere le persone appresso che la fiamma dia allo scontro della persona, cioè del viso, paiono uomini morti a vedere, è la più strana cosa del mondo, e massime a quegli che stanno a quello servigio, i quali non altrimenti che quegli che tormentano l'anime dannate paiono».

Un'osservazione prima di concludere. Il Filarete finì di scrivere il suo Trattato nel 1464 e sappiamo che egli fu a Roma nel 1445, sotto papa Eugenio IV, per completare i battenti bronzei della porta di S. Pietro. Risalirebbe, dunque, a quel periodo la sua visita alla ferriera di Grottaferrata. Ma ammettendo anche che abbia fatto la sua visita più tardi - e per più tardi non si può comunque intendere oltre il 1464, per non parlare del 1469, anno della sua morte -, come si spiega il fatto che egli parli della Badia «circuito d'essa come uno castello, e murata intorno»? Per quanto ci è dato sapere, infatti, la fortificazione dell'Abbazia avvenne sotto la commenda del «bellicoso» cardinale Giuliano della Rovere, eletto nel 1473, e gli studiosi sono concordi nel ritenere che la costruzione della fortezza sia avvenuta tra il 1485 e il 1490, cioè alcuni decenni dopo la visita del Filarete... C'è qualcosa che mi sfugge? Se è così, chiedo lumi.

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Filippo Passamonti e il suo Archivio

E' costituito da una raccolta di materiale eterogeneo (notizie a stampa, cartoline, lettere, biglietti, fotografie, documenti, disegni e volantini) fisicamente ordinato e rilegato dallo stesso Passamonti in 63 volumi e da un fondo librario su Grottaferrata e Castelli Romani di circa 500 volumi.
Filippo Passamonti (Grottaferrata 1876- 1940), discendente diretto di Giovanni, primo sindaco del Comune nel 1848, partecipò attivamente alla vita politica del paese. Eletto più volte consigliere viene annoverato tra i promotori e fondatori dell''Università Agraria di Grottaferrata e della "Cassa Cooperativa Grottaferratense" .
Il fondo, donato dallo stesso Passamonti ai monaci basiliani dell'Abbazia di Grottaferrata è conservato presso il loro Archivio monastico.
La Biblioteca Provinciale di Roma possiede un altro fondo di Filippo Passamonti costituito da testi sui Castelli Romani.

Per la rubrica Storia locale - Numero 71 maggio 2008