RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Archeologia

LANUVIO dalle remotissime origini…

Tra i vari villaggi, che sin dall'età del Ferro occuparono le zone strategicamente dominanti del Lazio antico, emerge quello di Lanuvio, alle estreme propaggini dei Colli Albani, proteso a Sud verso il Tirreno.
L'insediamento è assai antico: un villaggio risalente al IX secolo, le cui tracce sono state individuate nel 1980 sulla sommità del Colle S. Lorenzo, ha preceduto la città storica, mentre la più recente ricerca archeologica ha evidenziato una frequentazione del sito sin dal periodo preistorico, a partire dal Paleolitico. Di queste origini remotissime di Lanuvio avevano ben consapevolezza gli stessi Romani, che la ritennero, teste lo storico Appiano, una fondazione del greco Diomede, reduce dalla guerra di Troia; un'altra tradizione, risalente invece a Fabio Pittore, il primo annalista romano, menzionava quale eroe eponimo Lanuvius, alleato di Enea e Ascanio. Sulla base di quest'ultima attestazione Lanuvio risulterebbe l'unica tra le fondazioni mitiche del Lazio - fatta eccezione per Lavinio e Roma - ascrivibile ai Troiani: suggerita con ogni probabilità dai locali ceti filoromani, la tradizione è un'alternativa a quella della fondazione argiva di Diomede diffusa da Roma allorquando, per motivi assolutamente politici, l'Urbe volle creare un rapporto privilegiato con la Daunia (odierna Puglia settentrionale), principale centro di irradiazione del culto diomedeo. Allo stesso modo, quando la potenza romana si affacciò prepotentemente in Italia meridionale ci fu un alacre operare dei Greci d'Italia per portare Roma nel proprio ambito storico-culturale, uno sforzo culturale che si concretizzò in un prolificare delle pretese origini greche di città italiche. Si spiega così il motivo che spinse la città sicula di Kentoripa (Centuripe), all'epoca del secondo triumvirato, ad inviare a Lanuvio (e con tutta probabilità a Roma) una sua ambasceria per richiedere formalmente, documenti alla mano, il riconoscimento di parentela (syngheneia) tra i rispettivi abitanti.
Città dei prisci Latini, Lanuvio fu tra i membri della lega che aveva il suo centro cultuale nel santuario nemorense; assieme ai collegati combatté per aver libertà dal giogo romano; fu quindi baluardo della latinità proprio al fianco di Roma, divenendone - come dice lo storico Livio - fidelissima, contro l'avanzata dei Volsci nella pianura pontina. A documentare l'armamento che i cavalieri indossavano quando si recavano in battaglia in quegli anni cruciali di scontro v'è una delle scoperte più importanti di questa zona: quella, effettuata nel 1934, della cosiddetta "tomba del guerriero". Si tratta dell'unico sepolcro di cavaliere aristocratico noto nel Lazio arcaico. Nel sarcofago di pietra albana era deposto il corredo funerario (corazza ed elmo da parata, entrambi dorati, una spada ricurva e punte di lancia) nonché un disco da gara, su cui è raffigurato da un lato un cavaliere, dall'altro un discobolo. Il corredo è databile agli inizi del V secolo a.C. e la sua importanza è data dall'unicità della scoperta e dalla ricchezza dei materiali.
Di fatto intorno al 500 a.C. si può registrare l'inizio dello sviluppo urbanistico di Lanuvio, in concomitanza con l'erezione, sul margine meridionale dell'abitato protostorico di Colle S. Lorenzo, del grande tempio arcaico di Iuno Sospita il cui culto fu inserito tra quelli pubblici del popolo romano.
L'assetto urbanistico della città era caratterizzato da una serie di terrazzamenti digradanti, sui cui si ergevano gli edifici privati, pubblici e sacri, collegati tra loro da una via principalis mediana. Un'altra via, la circumlanuvina, correva a mezza costa al di fuori delle mura e metteva in collegamento la città con la via Appia. Nell'odierna via delle Selci Larghe si conserva il tratto meridionale di questa strada e un settore delle monumentali mura di terrazzamento e fortificazione, costruite in opera quadrata tra il V e il IV secolo a.C.
Il nucleo urbano dell'antica Lanuvio cominciò a decadere a partire dalla fine della repubblica, ma il sito continuò ad essere importante, perché nel suo territorio si diffuse un'edilizia residenziale di lusso, con la costruzione di numerose domus rusticae di patrizi romani e delle ricche famiglie locali. I resti conservati in località "la Villa", presso la via Appia, appartengono alla più importante di queste residenze, frequentata dagli imperatori della dinastia antonina. Da questa villa provengono numerose opere d'arte, tra cui alcuni ritratti degli Antonini, conservati ai Musei Capitolini. E proprio a Lanuvio nacquero gli imperatori Antonino Pio e Commodo.
Tra gli illustri abitanti ricordiamo anche Luscio Lanuvino, poeta comico contemporaneo di Terenzio, Q. Roscio, il più celebre attore romano della prima metà del I secolo a.C., L. Elio Stilone Preconino, il primo filologo romano, mentre la famiglia più facoltosa fu quella dei Licinii Murenae, imparentati con i Luculli e il cui rappresentante più noto, per l'orazione che Cicerone pronunciò in sua difesa, fu L. Licinio Murena, console nel 62 a.C. A lui si deve l'offerta nel santuario di Giunone di un donario, le cui statue (una quadriga e un gruppo di cavalieri) sono divise tra il British Museum, il Leeds City Museum e l'Antiquarium comunale di Lanuvio (si deve all'attenzione del direttore, Luca Attenni, la recente risistemazione).
Il villaggio medievale e moderno (ricostruito dopo le distruzioni della seconda guerra mondiale) occupa solo parzialmente l'abitato antico, che doveva estendersi su un colle stretto e lungo, delimitato a Nord dal colle San Lorenzo, dove si ergeva l'acropoli con il santuario di Giunone Sospita, e a Sud dalla zona dove è ora la chiesa delle Grazie.

Il santuario di Giunone Sospita (la dea salvatrice).
Il santuario, esistente già in età arcaica, fu uno dei più importanti del Lazio. La dea era raffigurata con la testa coperta da una pelle di capra, ai piedi i calcei repandi (calzature di tipo orientale a punte rialzate), nella sinistra uno scudo a due lobi (il cosiddetto scudo bilobato, di origine micenea) e nella destra una lancia. Giunone era perciò venerata nelle sue due valenze: matronale e guerriera, simile quindi alla Hera di Argo, il cui culto secondo la tradizione sarebbe stato importato da Diomede. Della dea si venerava anche l'aspetto ctonio, che si manifestava in un singolare culto del serpente, allevato in una grotta nei pressi del tempio. Ad esso una volta all'anno, in occasione delle feste della divinità, dovevano essere presentate le fanciulle di Lanuvio per provare la loro verginità: si trattava di una cerimonia propiziatoria per il mondo agrario.
Roma stessa, come già accennato, aveva in Giunone Sospita Mater Regina un nume tutelare della sua societas così come della sua res publica: i resti di un tempio eretto in suo onore sono oggi inglobati nella Chiesa di S. Nicola in Carcere, nel Foro Olitorio, e un altro tempio doveva sorgere anche sul Palatino.
Il complesso santuariale lanuvino si ergeva sull'acropoli ed era attraversato dalla lunga via principalis (attuale via di S. Lorenzo) che si prolungava fino ai limiti dell'abitato. I resti del tempio, del tipo con alae e di ordine tuscanico, testimoniano varie fasi, che vanno dalla fine del VI secolo a.C. (come documentano alcune antefisse fittili a testa femminile, conservate a Londra nel British Museum) all'età medio-repubblicana (IV-III secolo a.C.) e infine alla metà del I secolo a.C. circa. Le fondamenta, in parte conservatesi, sono costruite con blocchi di tufo. L'ala destra è purtroppo crollata a valle, con il muro di terrazzamento. Dell'ultima fase fanno parte la recinzione dell'area, in opera reticolata, e il sistema di terrazzamenti realizzato per regolarizzare il pendio della collina. La disposizione a terrazze, inoltre, conferiva al santuario quell'aspetto scenografico, caratteristico dell'architettura santuariale del Lazio nella tarda età repubblicana, di cui esempi illustri sono i monumentali complessi, ancora in parte conservati, di Palestrina (santuario della Fortuna Primigenia) e di Tivoli (santuario di Ercole). Sempre a quest'ultima fase appartengono i muri visibili nella Villa Comunale e il portico ad arcate, inquadrate da semicolonne doriche, conservato nella villa Sforza. Questo portico, in parte ricostruito all'inizio del '900, comprendeva in origine due piani; è realizzato in opera reticolata non molto regolare, risalente alla metà del I secolo a.C. In fondo al portico si apre la porta, da cui si accede a un complesso sistema di gallerie e ambienti scavati nella roccia, forse identificabile con la grotta in cui si venerava il serpente sacro.
Il santuario decadde ben presto: Plinio, già nel I secolo d.C., lo ricorda in uno stato di desolante abbandono sebbene un restauro, voluto da Adriano, sia testimoniato da una iscrizione. Con l'editto di Teodosio, che decretò la chiusura dei templi pagani, furono distrutti anche il tempio e il santuario di Giunone Sospita.

Il santuario di Ercole Victor
Un altro importante centro cultuale della cittadina fu quello dedicato al dio italico protettore degli scambi commerciali nonché della transumanza, Ercole. Il santuario sorgeva sull'imponente terrazzamento in opus quadratum che ancor oggi è visibile lungo la via delle Selci Larghe: i resti che se ne conservano non risalgono oltre il II secolo a.C., ma il culto doveva essere assai antico, anche e soprattutto in relazione con le origini stesse del sito lanuvino, il cui nome lo lega indissolubilmente alla lavorazione e al commercio della lana, esattamente come la capra della divinità epicoria per eccellenza, Giunone.

Il teatro
I resti del teatro occupano l'angolo settentrionale delle fortificazioni medievali: probabilmente eretto nel II secolo a.C., fu restaurato in opera reticolata in età augustea, come testimoniano i tratti ancora visibili nelle cantine di alcune case della zona.

Lanuvio in età tardoantica
Dopo la chiusura del santuario, nel 391 d.C., il sito di Lanuvio si riorganizzò in modo diverso, come documentano i resti di strutture databili tra la fine del III e gli inizi del IV secolo d.C. Anche le ville extraurbane mostrano rifacimenti di IV secolo e una continuità di vita fino al VI secolo.

Per la rubrica Archeologia - Numero 70 aprile 2008
Maria Barbara Savo |
Per la rubrica Archeologia - Numero 70 aprile 2008