RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Itinerari letterari

L’orgogliosa scarpinata di Washington Irving da Frascati a Roma

Un casale nella campagna romana

Intorno al 1820, una signora inglese e sua figlia stavano visitando una galleria in Italia e si fermarono davanti a un busto di George Washington. Dopo un po' che lo guardava, la giovane ragazza si rivolse alla madre chiedendole: «Madre, chi era Washington?». «Ma come, mia cara, non lo sai?», replicò la madre, sbalordita. «Ha scritto Il libro degli schizzi!».
Questo aneddoto è solo uno dei tanti che il nipote di Washington Irving ha raccontato nei quattro volumi sulla vita e le opere del famoso autore di Rip Van Winkle e La leggenda di Sleepy Hollow, i due più celebri racconti contenuti nel fortunatissimo Libro degli schizzi (The Sketch Book, 1819). Figlio di un ricco commerciante newyorkese ed errabondo per natura, Washington Irving (1783-1859) conobbe il successo proprio in Inghilterra, dove visse diciassette anni a partire dal 1818, traendo ispirazione dai racconti popolari europei e trasportandoli in un ambiente affascinante com'era l'America di quei tempi. Al suo ritorno a New York, Irving fu accolto ed acclamato come il primo scrittore americano di fama internazionale, al quale più tardi si ispirarono autori del calibro di Hawthorne, Longfellow e Poe. Ma già nel 1809 il giovane Irving s'era fatto notare pubblicando A History of New York, una satira della vita nella colonia olandese che divenne poi New York. Scritto con lo pseudonimo di Dietrich Knickerbocker -- da allora knickerbocker divenne sinonimo di abitante di Manhattan -- il libro diede la prima rilevante testimonianza della letteratura umoristica nordamericana. Oltre al termine knickerbocker, Irving rese popolari altre due espressioni ancora oggi utilizzate: «The Almighty dollar» e «Gotham» per indicare New York City, come ben sanno gli appassionati di Batman. Parlando di cinema, nel 1949 la Walt Disney realizzò un lungometraggio che conteneva i due cartoni animati Il vento tra i salici e La leggenda della Valle Addormentata, mentre il regista Tim Burton, sugli elementi di quest'ultima novella di Irving, ha realizzato il film Il mistero di Sleepy Hollow, con Johnny Depp, uscito nelle sale italiane nel 2000.
Washington Irving aveva appena compiuto ventun anni quando, per ragioni di salute, lasciò la patria e intraprese un viaggio in Europa che durò due anni. Nel 1805 Irving si trovava a Roma, e da lì, una mattina di primavera, se ne partì per una gita ai Castelli... sventuratamente memorabile! L'episodio è inedito in Italia e non mi risulta che sia mai stato anche solamente indicato dai cultori della nostra storia locale, i quali, al pari di me, forse ignoravano addirittura che Washington Irving avesse calcato -- è proprio il caso di dirlo -- il nostro territorio. Questa piacevole scoperta scaturisce appunto dalla lettura dell'opera del nipote di Irving. A soli tre anni dalla morte dello zio, Pierre Irving poté avvalersi, oltre che dei suoi personali ricordi, di tutta una serie di carte private comprendenti la corrispondenza e i diari di Washington Irving. Da questi ultimi, che l'autore usò sapientemente estraendone di quando in quando passaggi significativi da intercalare nel testo, è emersa per l'appunto la vicenda, o meglio la disavventura, che vide protagonista un giovanissimo Washington Irving alle prese con dei nostri lontani compaesani.
Benché disposto a sottomettersi senza proteste alle varie estorsioni praticate sui forestieri in quel periodo in Italia, e tuttavia desideroso di viaggiare facendo attenzione all'aspetto economico, i seguenti brani tratti dal diario di Irving mostrano a quale prezzo di personale convenienza egli arrivasse talvolta per reagire alle imposizioni. L'aneddoto è caratteristico:
«7 aprile [1805]. Stamani mi proposi di visitare il villaggio di Frescati, a dodici miglia da Roma. Avevo commissionato al nostro valletto di procurare una vettura, ed egli riservò un trabiccolo chiamato calesso, qualcosa che somiglia alle nostre portantine, soltanto più alto e più instabile. Esso era tirato da un solo cavallo, e disgraziatamente il conducente lo aveva agganciato ad uno dei suoi animali più giovani e più testardi. La conseguenza fu che non avevamo percorso neanche quattro miglia da Roma, prima che il cavallo cominciò a mostrare la sua indole indisciplinata. Si fermava all'improvviso, scalpitava, indietreggiava, scalciava, e andava in tutte le direzioni salvo quella giusta. Tali ritardi divennero così frequenti, ed il cavallo si fece così indocile, che fui costretto ad abbandonare la vettura e proseguire a piedi, in mezzo al fango, verso Grotta Ferrata, distante all'incirca quattro miglia. Avevo detto a Joseph, il valletto, di non dare un soldo a quell'individuo, giacché ritenevo che meritasse una punizione per avermi imposto un animale così dispettoso. Joseph, tuttavia, che è un gran furfante al pari del vetturino, e senza dubbio un suo amico intimo, lo pagò un dollaro in diretta contravvenzione ai miei ordini. Lo rimproverai severamente per quello, ma lui si giustificò dicendo che, se non gli avesse dato qualcosa, temeva che lo avrebbe pugnalato con uno stiletto nottetempo. Quindi ci mettemmo faticosamente in cammino, e alfine raggiungemmo Grotta Ferrata».
A Grottaferrata, Irving si fermò ad ammirare gli affreschi del Domenichino presso il monastero dei monaci basiliani; dopodiché si diresse, insieme a Joseph e sempre a piedi, a Frascati. Durante il tragitto, lo scrittore non mancò di cogliere la bellezza dei paesaggi «vestiti dei gai colori e della lussureggiante verzura della primavera». Il diario quindi continuava:
«A Frescati riuscii ad ottenere una vettura che mi portasse in città. I furfanti pensavano di avermi in loro potere, e che sarei stato obbligato a prendere una carrozza al loro prezzo; pertanto mi richiesero delle tariffe a dir poco esorbitanti. Joseph li assecondò nelle loro richieste, e mi assicurò che non sarei riuscito a trovare una vettura più a buon mercato. Io m'ero già ben convinto della disonestà di quest'individuo, e vedevo chiaramente come fosse in atto una combutta per buggerarmi. Decisi per una volta di deluderli, e di punire Mastro Joseph. Perciò dissi loro che avrebbero visto quanto non fossi completamente in loro potere com'essi credevano; che avevo un paio di gambe sufficientemente forti da portarmi fino a Roma, e che avrei preferito fare a piedi tre volte tanto quella distanza piuttosto che sottomettermi alla loro imposizione. Di conseguenza mi misi in marcia, e ordinai a Joseph di accompagnarmi. I felloni, a quel punto, mi si fecero dappresso per mercanteggiare con me a un prezzo più basso, ma io ero risoluto a deludere le loro speranze, e continuai a camminare senza prestare alcuna attenzione al loro parlare. La distanza era dodici miglia, ed il povero Joseph era stremato dalla fatica prima ancora di giungere a Roma, dove arrivammo in tre ore. Fu allora che gli dissi di badar bene qual tipo di cavallo procurarmi la prossima volta, e a come approvasse le imposizioni d'ogni vagabondo».
Ci si aspetterebbe che il giovane «d'aspetto snello», come Irving descriveva se stesso in quella data, fosse disposto a concedersi un meritato riposo dopo una tale scarpinata; invece -- ci informa suo nipote -- il diario riporta che quella stessa sera Irving era presente «a una gremita assemblea che riempiva quattro stanze, costituita dal fior fiore della nobiltà di Roma e da diversi stranieri illustri».
Circa vent'anni più tardi, Irving dava alle stampe una raccolta di racconti intitolata Tales of a Traveller (Racconti di un viaggiatore). La parte terza dei Tales è dedicata a «The Italian Banditti», ossia a storie di briganti ambientate in Italia. Questi racconti, di cui sembra esistere soltanto una traduzione risalente al lontano 1864, sono per noi interessanti, sia storicamente che letterariamente, per il quadro che essi ci danno di una parte dell'Italia all'inizio dell'Ottocento e per l'uso che in essi viene fatto, per la prima volta da parte di un narratore americano, di scene e di personaggi italiani, non tanto immaginati al modo dei romanzieri «gotici» o terrorifici inglesi, quanto osservati direttamente nella realtà del nostro paese. Per scrivere questi racconti a sfondo italiano, Irving, oltre a fare ricorso alle fonti più disparate per rimpolpare il volume, si servì pure della sua esperienza italiana negli anni 1804-1805. Ed è stato un nuovo piacere riscontrare, nel racconto The Painter's Adventure (L'avventura del pittore), un'ambientazione tutta castellana: balzano agli occhi località quali Villetri, Rocca Priori, Frascati, Tusculum e La Molara. Tra tutti i suoi racconti di banditi, soltanto The Painter's Adventure sarebbe, per ammissione dello stesso Irving, una storia vera presa da un manoscritto, anche se gli studiosi sono concordi nel ritenere che in realtà si trattava del rapimento dell'artista svizzero Friedrich Salathe, avvenuto il 16 giugno 1819 in una villa di Olevano Romano, di cui i giornali riferirono con ampi particolari e che Irving poteva benissimo aver letto.
Ma questa, come si suol dire, è un'altra storia.

Fonti
Pierre Munroe Irving, The Life and Letters of Washington Irving (New York: G.B. Putnam, 1862-1864), vol. I, pp. 134-136.
Washington Irving, Tales of a Traveller, 1824 (trad. it. Racconti d'un viaggiatore, s.l., P. Bertolotti, 1864)

Per la rubrica Itinerari letterari - Numero 68 febbraio 2008