RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Itinerari letterari

L’Amore Iniziato

Edouard Schuré ai Castelli Romani

Villa Aldobrandini

Quello di Edouard Schuré (Strasburgo 1841-Parigi 1929) mancava all'appello. Un altro grande nome da affiancare ai tanti che hanno reso più cara e fiera, a noi castellani, la consapevolezza di vivere in un territorio davvero baciato dal destino.
All'età di trent'anni, insieme alla moglie Matilde e con il proposito di scrivere «in un'atmosfera di bellezza» un libro sulla storia del dramma musicale e Richard Wagner, Schuré decise di passare un inverno a Firenze. Era la prima volta che scendeva in Italia, un Paese -- come scriverà nell'autobiografia (Il sogno della mia vita, Bari 1929) -- che «incita ad amare la vita e fa credere all'incantesimo della Bellezza». Ma l'Italia, per Schuré, fu assai più che quello, poiché v'incontrò la maggiore rivelazione della sua vita, personificata in una donna che eserciterà un sovrano e sovrumano predominio su tutta quanta la sua esistenza, ispirandogli di fatto l'opera coraggiosa e sublime che gli ha procurato fama mondiale: I Grandi Iniziati (1889), la storia dei fondatori dei «misteri» -- Rama, Krishna, Ermete, Mosè, Orfeo, Pitagora, Platone, Gesù -- e dei loro insegnamenti, di cui si mostra la comune fonte di ispirazione collegandoli in modo tale da far emergere un unico grande disegno, una «religione universale».
Il fatale incontro a Firenze con Margherita Albana Mignaty, nativa di Corfù e sposata con un pittore francese, farà dire allo scrittore, nel ritratto biografico che le dedicò nelle Donne ispiratrici: «Non solo devo a questa donna straordinaria lo spettacolo unico di un'anima regale in un grande spirito, ma le devo ancora l'iniziazione a quelle verità che mi hanno concesso di scrivere I Grandi Iniziati. Le devo la resurrezione della mia anima sotto il raggio ardente della sua, la certezza di una luce trascendente e la sostanza della mia fede. [...] Non esagero affatto col dire che essa fu per me la "Suscitatrice del Dio ignoto", Colei che ci addita il nostro proprio ideale, rivelandoci i profondi misteri dell'anima».
L'intima e perfetta unione di sentimenti e di idee con questa donna, che egli considerò la sua guida durante la sua vita e il suo genio dopo la sua morte, maturò in poche settimane in un rapporto d'amore appassionato e romantico. Schuré avrebbe voluto non muoversi più da Firenze, per restare sempre accanto alla sua sfinge greca, ma Margherita Albana, dopo tre mesi di ebbrezza e persuasa che i destini delle loro esistenze, separate da ogni sorta di ostacoli, non avrebbero potuto unirsi, lo pregò di sospendere le sue visite per una quindicina di giorni. Sopra i due innamorati cadde come una cappa di piombo. Quando Schuré tornò a farle visita, trovò Margherita Albana pallida e languente, stesa immobile sul divano, i grandi occhi tristi e velati. «Ti giuro», le gridò abbracciandola in uno slancio di tenerezza, «che mi sento la forza di guarirti da ogni male! Sento che il nostro amore durerà tutta la nostra vita e anche oltre, a dispetto di ogni ostacolo!». Lei lo guardò a lungo, in silenzio, e con una singolare solennità infine mormorò: «In questi quindici giorni abbiamo attraversato la vallata dell'Ombra e della Morte. Ma ho meditato, ho misurato ogni cosa e ho compreso tutto e preveduto tutto. Ora il tuo sguardo e le tue parole me lo dicono: qualunque cosa succeda, noi entriamo nel regno del grande Amore, dove più non si estingue la Luce».
Così interamente perduti l'uno nell'altra, Schuré si convinse che era necessario separarsi, affinché ognuno ritrovasse se stesso. Decise quindi di seguire il piano già stabilito del suo viaggio in Italia, mettendo così fine all'isolamento di Matilde, a cui lo legavano i doveri coniugali e un affetto a suo modo profondo, e si preparò a vedere il nostro Paese in tre tappe: l'Umbria, Roma e Napoli.
Il viaggio durò tre mesi e costituì una delle più straordinarie esperienze della vita psichica dello scrittore (parole sue). Schuré visse una doppia esistenza: da una parte, il tragitto materiale coi suoi aspetti mutevoli e multicolori; dall'altra, il suo percorso sentimentale e spirituale con Margherita Albana, continuato attraverso le lettere appassionate che si scrivevano quasi tutti i giorni.
A Roma, Schuré si lasciò impossessare dallo «spettacolo grandioso» dei monumenti, degli archi di trionfo, delle imponenti rovine, delle statue mutilate, delle chiese e dei templi pagani. Eppure, quando apriva le lettere di Margherita Albana, o quando, «colla febbre nell'anima», scriveva le sue, tutto quanto lo circondava cessava di esistere: restavano solo queste due anime, l'una in presenza dell'altra, che insieme migravano verso altri mondi.
Per stordirsi dai pensieri e dalle inquietudini che lo ossessionavano, Schuré si volle concedere degli «intervalli» da tutti gli spettacoli e dalle «gravi lezioni» che la Città Eterna, coi suoi tre millenni di storia pietrificata, propone a chi la visita. Uno di essi, risalente presumibilmente alla primavera del 1871, vide protagonisti i vicini Colli Albani. Ecco come l'anziano scrittore li avrà a ricordare:


«Negli intervalli feci un'escursione a Frascati e ai monti Albani. Visitai il lago di Nemi, austeramente incassato nelle propaggini della montagna; lago solitario, dove le povere rovine di un tempio di Diana sono tutto quel che rimane dell'antica Alba Longa, la pacifica e sventurata rivale dell'implacabile e bellicosa Roma. Ammirai la superba villa Aldobrandini, fastosamente accampata sopra un'altezza da cui si domina tutta l'estensione del Lazio, e da cui i sette colli di Roma non appaiono all'orizzonte che quasi un gruppo di tumuli, dietro ai quali brillano, come una striscia argentea, il porto di Ostia e l'azzurro cupo del Mediterraneo. Sognai tutto un dopo pranzo, nel piccolo anfiteatro [sul Tuscolo, N.d.A.], così ben conservato con tutte le sue gradinate, vicino alla casa dove Silla si ritirò, dopo aver abdicato alla dittatura e fatto massacrare tutti i partigiani di Mario, e dove, senza dubbio, meditò sul nulla delle cose umane. Infine volli arrampicarmi fino all'albergo rannicchiato sulla vetta di Monte Cavo, cima desolata dei monti Albani, da cui il vasto semicerchio del Lazio si prospetta una volta di più insieme all'immenso vuoto della campagna romana».


Tornato da quel breve viaggio, ne fece subito una descrizione alla sua amata di Firenze, che rispose con una simpatia velata di tristezza per l'insopportabile distanza che li teneva separati e per il precario stato di salute in cui versava. Da quella lettera di risposta veniamo tuttavia a sapere che Schuré, oltre a Frascati, il Tuscolo, Monte Cavo e il lago di Nemi, visitò anche Albano. Poteva forse resistere a quel richiamo, così assonante col nome della sua Margherita? «Tu mi descrivi deliziosamente la notte di Albano», gli scrisse. «Ho riveduto tutto quello che tu hai veduto, ma, ahimè!, lungi da te!».
Nonostante lunghi periodi di separazione, i due rimasero indissolubilmente uniti per molti anni a venire, non solo attraverso una continua corrispondenza ma soprattutto grazie all'incantesimo di un amore vicendevolmente consapevole che seguitava a tessere una rete di fili, sottili ma infrangibili, attorno alle loro esistenze. Il 20 settembre 1887, quando la stesura de I Grandi Iniziati era ancora lontana dall'essere terminata, Margherita Albana morì. Fortunatamente Schuré era accorso al suo capezzale, avvertito da un telegramma, circa un mese prima e poté trascorrere accanto a lei il tempo che le restava da vivere. Neanche durante quei giorni, così pieni di languore e gravi di sofferenza, Margherita Albana aveva fatto mancare a Schuré la luce trascendente dei suoi pensieri ed il fresco calore del suo amore, ma con una dedizione quasi sovrannaturale, e perfettamente conscia della propria missione terrena, lo aveva accompagnato, ispirato, consigliato ed incitato lungo le ultime fasi di scrittura del suo Novum Organum, come amava chiamare I Grandi Iniziati.
Se Margherita Albana non poté vedere la pubblicazione del libro (a cui è splendidamente dedicato), fece tuttavia in tempo, presentendo un giorno la sua imminente dipartita, a sussurrare con voce melodiosa, a uno Schuré in lacrime, la promessa più bella e insieme la verità più alta che si possa ricevere: «Sii tranquillo», gli disse, «non ti abbandonerà la tua Musa: presto non sarà più soltanto intorno a te, ma vivrà in te».
Perché l'Amore Iniziato non finisce mai.

Per la rubrica Itinerari letterari - Numero 66 novembre 2007