RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Sistema Territorio

L’idea di sviluppo è ancora attuale?

Il territorio
Il Parco dei Castelli Romani è un'area protetta regionale, si estende per oltre 12.000 ettari e comprende 15 comuni, tutti molto importanti, quasi tutti piuttosto densamente abitati. Si tratta di un territorio che da tempo ha sommato alle positive identità dei singoli paesi, aspetti che lo avvicinano alle poliformi problematiche delle conurbazioni. Il saldamento edilizio nel versante dell'Appia e, meno pronunciato, in quello Tuscolano, sono i segni più evidenti della pressione alla quale questo territorio è sottoposto ormai da decenni. La densificazione edilizia conseguente è comunque visibile e chiaramente in atto anche in altre vaste porzioni di territorio.
La somma di case e macchine, mattoni e strade, pare inarrestabile. A Velletri, le campagne di agricolo hanno solo i toponimi, e quasi tutto è deputato ad un uso residenziale diffuso (il più costoso ed impattante); a Marino le vigne sopravvivono con qualche difficoltà tra strade e progetti di nuovi assi stradali di comunicazione veloce che non potranno risolvere il problema del traffico, ma al più spostare più a valle i punti di ingorgo. Per quanto il territorio dei Castelli Romani sia in effetti percepito come un unicum, in molti casi le scelte sono state lasciate alla buona volontà delle singole amministrazioni comunali, che non potevano andare oltre i loro confini, mancando quindi di una visione generale, sistemica.
Tra il livello locale dei Comuni e quello più alto della Regione, oltre ovviamente alla Provincia di Roma, esistono tutta una serie di soggetti, non strettamente istituzionali, che esercitano una notevole influenza e che sommandosi non aiutano a trovare soluzioni mediate in ambiti di area vasta. Quindi a Comuni, Provincia, Regione e Parco, vanno aggiunte le molte associazioni, gli istituti, le fondazioni, gli enti di promozione, la presenza del Vaticano, i consorzi di imprese, di operatori. Molti soggetti forti che sfuggono ad una programmazione pianificata, molti finanziati con fondi pubblici e con finalità qualche volta addirittura contrapposte. Il risultato è una situazione speculare a quello che fisicamente si vede attraversando questi territori: una specie di conurbazione delle idee (quando va bene), o una sommatoria di progetti per obiettivi che possono anche essere contrastanti. L'arcipelago delle competenze e delle specifiche normative conclude un quadro la cui complessità operativa si è spesso definita su esigenze diversificate.
A questo punto è l'idea stessa di "sviluppo" che viene a perdere significato. Che cosa significa in un territorio che pare abbia raggiunto i suoi limiti fisici (il laghi che si abbassano sono ormai qualcosa in più di un campanello di allarme)? In un territorio nel quale gli abitanti sono arrivati a 300-400.000? In un territorio dove il pendolarismo impoverisce l'identità dei paesi e abbandona alla dequalificata funzione di dormitorio della capitale i nuovi quartieri? In un territorio in cui sembra invece necessario fermarsi e capire che cosa si può fare?

Lo sviluppo
Il Parco si candida a diventare uno dei soggetti concorrenti che possano esprimere (pur nelle sue specificità operative) una gestione territoriale di area vasta, strategicamente basata sugli obbligatori e irrinunciabili concetti di tutela e conservazione della biodiversità. Non solo perché sono un banale obbligo di legge, ma perché sono l'essenza stessa della possibilità di mantenimento in vita delle pregevolezze dei Castelli Romani: tutti gli operatori, dal turismo alla gastronomia tradizionale, si poggiano su un filone aurifero. Sono le bellezze del paesaggio, del clima, delle stratificazioni storiche, culturali, tradizionali, archeologiche... In sostanza tutto quello che l'idea di sviluppo corrente tende a smontare pezzo per pezzo per sostituirlo con uno sviluppo panedificatorio fatto di "PIL" pronto, un tornaconto immediato che depaupera bellezza, complessità, storia e cultura dei luoghi, che sono risorse non rinnovabili per antonomasia.

Dallo sviluppo alla qualità
Ormai siamo sommersi da una declamata e omnipresente "sostenibilità" che ha aggettivato e sdoganato lo sviluppo. Ma dietro lo "sviluppo sostenibile" c'è un ossimoro la cui dualità a ben guardare appare insanabile: lo sviluppo contrasta intrinsecamente con la sostenibilità; la sostenibilità si ha riducendo gli impatti dello sviluppo e per molti versi lo sviluppo stesso. Insomma lo sviluppo sostenibile cerca di contemperare due concetti opposti, figli di un'idea di sviluppo fatta di interventi fisici e gestione utilitaristica delle risorse ambientali da una parte, e di sostenibilità intesa come attenta valutazione e mitigazione dei pesi e delle ricadute ambientali di quello stesso sviluppo.
Il concetto di sostenibilità si può riassumere nell'uso delle risorse ambientali in misura non superiore alle capacità rigenerative dell'ambiente. Se questo è relativamente semplice per un bosco (taglio tanti alberi quanto il bosco è capace di far ricrescere) è molto più complesso da valutare per altri ambiti, o addirittura impossibile, ed è legato solo a valutazioni individuali. Per esempio per valutare la sostenibilità di alcuni interventi urbanistici dal punto di vista paesaggistico.
Gli spazi e l'aria sembrano avere dei limiti, nelle nostre città il PM10 è in crescita. Dopo le sbornie sulla sostenibilità (quasi sempre solo nominale) potrebbero essere maturi i tempi per fare un passo avanti, non solo nella riorganizzazione sintattica di uno slogan, ma anche nella revisione dei concetti su cui è conformato. Assumere come concetto fondamentale il valore ecologico dell'ambiente (della biodiversità, delle differenze, delle culture...) e far diventare questo l'essenza di ogni iniziativa sul territorio (e non il suo blando limitatore), specie se si tratta di territori di pregio come il Parco dei Castelli Romani. Quindi non più lo sviluppo classico (che può essere pericolosamente contiguo con lo sviluppismo cementificatorio) che è limitato e circoscritto da una giusta e obbligatoria sostenibilità, ma che essendo pervasiva ha progressivamente perso nel tempo una sua specifica connotazione, ma un progresso, che non è la stessa cosa di sviluppo, che si può avere anche in senso afisico. È qualità della vita. È il progresso degli "Scritti corsari" di Pasolini, che è "una nozione ideale (sociale e politica): là dove lo sviluppo è un fatto pragmatico ed economico."
Progresso ecologico quindi. Una nuova parola d'ordine che ha dietro un'altra idea rispetto allo sviluppo sostenibile. In questo caso è l'ambiente che fonda le premesse per il progresso: le bellezze naturali, le risorse ambientali, le ricchezze culturali, la biodiversità di specie e di ecosistema, le qualità percettive di un territorio, sono la base per il suo progresso (estensivamente anche in senso economico, certo).
Se va bene salviamo quel che resta dei luoghi in cui viviamo, e non pare ci siano altre strade.
I parchi sono i luoghi dove tentare questa sperimentazione. In effetti il loro obiettivo non è solo fare le feste degli alberi, che non danno fastidio a nessuno, anzi le maestre delle elementari sono riconoscenti, ma promuovere una nuova economia ecologica. La cosa a prima vista può destare meraviglia, ma è così: se non proviamo qui, in queste aree pregiate, a ribaltare il modello economico prevalente, non riusciremo da nessuna parte. Quindi per uno sviluppo afisico del territorio e per una centralità dell'ambiente non rimane che tentare la carta del progresso ecologico, per poi riportare ad una normale condizione di preservazione dell'ambiente naturale l'intero territorio del nostro paese.

Per la rubrica Sistema Territorio - Numero 66 novembre 2007