RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Sagre & Profane

La cultura dei saperi

So’stata a lavorà a Ponte Galera…

Racconto della vita delle comunità pastorali e contadine che hanno abitato la conca che divide il Vulcano Laziale dai Monti Lepini

La Campagna Romana si estendeva tra il settecento e l'ottocento fino a Monte Circello (S.Felice Circeo). Questo territorio nei secoli ha conosciuto alterne vicende di sfruttamento agricolo e di inselvaticamento con formazione spesso di ampie zone palustri a causa delle acque meteoriche non regimentate che lo attraversavano nel loro cammino verso il mare. Fu pertanto teatro di numerose opere di bonifica. Una delle tante bonifiche iniziò parzialmente nel settecento nell'agro detto romano per distinguerlo dalla parte più a sud detta agro pontino che restò impaludata fino al ventennio fascista. Dopo un lunghissimo periodo di abbandono, con il rifiorire della coltivazione del grano, nell'agro romano i campi impaludati vennero riguadagnati a coltura vaste zone boschive vennero "cioccate" e rese coltivabili.
Pressoché la totalità del territorio apparteneva a rampolli della borghesia cardinalizia che non lo coltivavano. Affittuari senza scrupoli (il Metalli li definisce Mercanti di campagna) ottennero in affitto, a pochi danari, grandi tenute e le presero a coltivare. Per lavorare i campi si servivano di mano d'opera reclutata da "caporali" nella vicina Ciociaria, in crisi di occupazione perché la pastorizia non era più redditizia. Le condizioni di lavoro, sia logistiche che sul piano della remunerazione erano miserrime.
Canta Luigina Fiasco nel 2005 a 99 anni "So'stata a lavorà a Ponte Galera/passai 'no fiume e la strada non c'era".
Nascevano conflitti anche tra gli affittuari e le comunità originariamente residenti che godevano di antichi diritti, "usi civici".Queste comunità mal sopportavano i tentativi degli affittuari, purtroppo sovente riusciti , di cancellare le antiche guarentigie ed imporre condizioni di lavoro ancora più severe. L'intervento della manovalanza ciociara fu dapprima solo stagionale. "Gavette" ( gruppi di operai ) scendevano per alcuni mesi dagli appennini e abitavano la campagna romana in alloggi di fortuna : tende, capanne realizzate con arbusti e foglie vegetali, ruderi di fabbricati abbandonati. Compivano prima i lavori di preparazione al raccolto del grano e poi la mietitura per lo più veniva affidata con un contratto detto "a cottimo". Si stabiliva un prezzo per ogni quintale di grano raccolto e poi i lavoratori decidevano autonomamente la quantità di energie da profondere e la durata. Nascevano forme apicali di organizzazione anche tra lavoratori (mietitore, mietina, barzarola, gregnarola, filarina).Forme di sfruttamento nello sfruttamento.
"Caporale della mia metina,tu mannamella a me na gregnarola /io te la manno a te 'na filarina".
Era davvero dura. Negli stornelli raccolti si protesta per il cibo " Padro'non me la da cipolla e l'aglio / se no la mietitura te la 'mbroglio";" Caro Patrone se non me dai lo cacio/ le gregne te le stegno tutte a bucio"
Si gridava alla sete " Padro' damme 'r barilozzo vengo meno" , al caldo "nnamoce amore mio 'nnamoce e tocca / ,nnamoce sotto l'ombra 'na mezz'oretta/ e non lo senti che 'l sole ce scotta", per la poca paga " So stato a lavora a Montesicuro/ 'nse possa di' se quant'ho sudato / lo posso di' però quand'ò guadambiato / ce manca quattro Paoli a no Scudo".
Ho studiato,solo per passione, la realtà di una zona molto marginale della Campagna romana e provo a raccontarvela. Forse la sua marginalità ne ha consentito di essere salvata da altre forme di aggressione (ad es. la cementificazione selvaggia che tanta distruzione ha apportato al cuore dei Castelli Romani).
Questo che vi racconto è un viaggio nella cultura delle comunità prima di pastori e poi di contadini che hanno abitato la conca che si diparte dal Vulcano Laziale (più noto come i Colli Albani) e precisamente il suo lato sud, fino a raggiungere i primi rilievi dei Monti Lepini. Lì ho vissuto e vivo.
In trent'anni di ricerca, da mero appassionato di etno-musicologia , ho rinvenuto "reliquie" di questo mondo ormai sull'orlo della estinzione.
Non mi sfiora neppure lontanamente l'idea di guardare nostalgicamente indietro a quel passato.
Ho solo tentato di oppormi a chi, per spingere le genti contadine verso "un nuovo modello di sviluppo", in luogo di effettuare politiche per una migliore redditività del lavoro in agricoltura, per uno sviluppo turistico che premiasse le enormi e non comuni valenze archeologiche, monumentali e ambientali tra le quali il clima, le ha convinte di essere prive di cultura ed incapaci di esprimersi. Erano coadiuvati in questo intento da "economisti ed intellettuali da palazzo", incapaci di capire che esistono le culture e non una sola cultura, molte lingue (dialetti) e non una sola , che la storia è quella scritta da tutti gli uomini e non solo da pochi "illustri" e gli altri "pecore" . Mi sono opposto a chi voleva spazzare via senza "memoria" un patrimonio culturale plurimillenario fatto di valori, riti, lotte,canti del lavoro, feste, preghiere, che ha rappresentato l'insieme delle esperienze di vita di moltissime comunità . Ho sempre ricercato l'anima, lo spirito, il vento (in greco arcaico "anemos ") che ancora soffiava dentro agli informatori , quello respirato quando veniva praticata quella vita, giova ripetere, fatta essenzialmente di dolori,di fatica e di fame.
Quel mondo ha saputo però produrre ad esempio tanta solidarietà, spiritualità, umiltà, gioia e serenità; ha dovuto far ricorso a tanta fantasia per inventarsi la vita, per superare le difficoltà quotidiane; ha avuto la capacità di accettare la sorte senza deprimersi nel dolore e senza esaltarsi nella gioia. Il contadino ha sempre usato una pacata e bonaria ironia. L 'ironia era l'arma sovente usata per farsi scudo delle ingiustizie che nei secoli hanno copiosamente subito.Cesare Chiominto, grande poeta dei contadini, così definiva l'ironia: La vita te cogliona ? e tu la recogliuni.
Coltivo la ingenua speranza che immortalando queste radici le nuove generazioni non dimentichino mai né le tribolazioni della povera gente né i valori nati nel cammino fatto per affrancarsi dalla povertà .

Il Vulcano Laziale
Sistema vulcanico che partendo dalla parte Nord dell'attuale Ciampino raggiunge ad Ovest i Colli Albani, ad Est i pratoni del Vivaro e Rocca Priora a Sud il Monte Artemisio ed il Maschio di Lariano nel territorio di Lariano e Velletri .Esploso nel pleistocene ha formato i laghi di Nemi e Castelgandolfo. I proietti lavici durante le esplosioni furono così violente da raggiungere Anzio, formando a valle del Vulcano un sistema collinare nella conca che divide il Vulcano laziale dalle prime propaggini dei Monti lepini dove si trovano le cittadine di Velletri ,Artena Lariano e Giulianello

Per la rubrica Sagre & Profane - Numero 65 settembre 2007