RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Cibo per la mente

Le voci di Marrakech

Canetti, Elias
Adelphi, 1996

E' il 1954 quando Elias Canetti decide di trascorrere un certo periodo di tempo in una delle più belle città del Marocco, Marrakech.
Il viaggio, la permanenza, l'esperienza di trovarsi in un posto nuovo è un'operazione che egli affronta con un approccio minimalista; evita di cadere nella banalità di credersi un turista, non desidera stancarsi, ne cercare un'oasi di riposo, cosi come non intende prodigarsi "antropologicamente" nell'incasellare il massimo delle informazioni che gli proverranno da questa dimensione diversa, a lui estranea. Semplicemente si lascia vivere con abbandono fatalista dalle sensazioni e dalla inevitabile casualità degli eventi.
Questa disposizione consente a Canetti, alla sua alta sensibilità lirica, di scoprire la vera anima della città, dei suoi abitanti, dei volti e dei suoi angoli più remoti: in questo Marrakech lo ricambia grandemente, premiandolo con visioni e spazi poetici, ammalianti, di una forza estrema e abbagliante, così come estreme sono molte delle condizioni umane in cui ci si imbatte.
Marrakech è un contenitore multiforme e multicolore, ricco e caotico, assordante, vivido e intimo, e la cosa più intelligente che si può fare è quella di scegliere di regalarsi a questa complessità, di immergersi con l'animo consapevolmente scevro di ogni possibile pregiudizio, ripuliti di ogni sovrastruttura di pensiero, liberi da mediazioni.
A Canetti tutto ciò riesce molto bene, egli dona alla città un terreno della mente "incolto", vergine, pronto ad essere dissodato dai suoni, dai sapori, dai mille stordimenti delle tante voci che vendono, che pregano, che inveiscono, che gioiscono, che vivono.
Solo così la forza di Marrakech emerge in tutta la sua espressione, con essa si viene ricambiati egregiamente per la fiducia accordata e la prova di umiltà, chiave d'accesso per poter entrare nel suo significato, è premiata; la città elargisce preziosità di poesia e di malia a chi ha la sensibilità di coglierne una sua visione fugace, di trattenere uno sguardo sensuale, a chi come Canetti accetta di affrontarla e di confondersi in essa, spogliandosi della supposta rispettabilità dell'uomo colto occidentale.
Il grande autore riesce a tradurre le sue sensazioni con una scrittura fluente e molto piacevole, che necessariamente diviene descrittiva, analitica, fino ad entrare negli atomi degli sguardi, quasi a diventare uno scandaglio con cui rilevare le valli, i rilievi, le polveri e le voci di Marrakech, città che trattiene qualcosa di chi riesce a conoscerla.
"...a Londra, dopo Marrakech. Sta seduto in una stanza con dieci donne sedute a vari tavolini, tutte non velate. Lieve irritazione...".

Per la rubrica Cibo per la mente - Numero 20 aprile 2003