RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Itinerari letterari

Il resto di niente

Tomba degli Orazi e Curiazi

Enzo Striano
Avagliano Editore, 2002

Lenòr, splendido ritratto di donna e di rivoluzionaria, è Eleonora Pimentel Fonseca. Ancora adolescente affronta il viaggio che la conduce da Roma a Napoli, attraverso la via Appia. Perplessa e curiosa si accinge a raggiungere la città sconosciuta che sarà la sua nuova patria...

Come sarà questa Nápolis in cui fra poco ci trasferiremo? Sospirò, si strinse con le braccine che cominciavano a tornirsi. Non ne sapeva molto... S'andò via all'alba splendida dell'otto settembre. Eccitati i giovanissimi, un po' svogliati, cupi, i grandi. Era un po' stordita, per la levataccia, la confusione dei sentimenti, ma pian piano, mentre la diligenza srotolava i cerchioni giganteschi sui ciottoli dell'Appia, strano, sottile entusiasmo d'avvenire, d'ignoto, l'avvivò. Le piacquero lo zoccolare cadenzato e tondo dei cavalli di Francia, il sentore di stalla, fieno, finimenti che impregnava la diligenza. Era bello soprattutto guardare fuori, contro il cielo azzurrissimo, lo sfilare dei grandi pini verde cupo, delle macerie antiche. I cavalli andavano di buon passo ai fischi del postiglione, nonostante la via s'inerpicasse. Ora si succedevano cipressi, frassini, pioppi, ancora nel rigoglio dell'estate recente. E vecchi casali stonacati, osterie con festoni di salami, formaggi, inghirlandate da curiose pallottole lisce, color del burro. "A'nvedi li lattarini de Nemi!" esclamò qualcuno nella diligenza. "Ah! Uh!" gridò il postiglione, e schioccò la frusta. La strada s'era fatta erta, i cavalli avevano rallentato l'andatura. "State attenti ragazzi" ammonì titìo. "stiamo salendo sui Colli Albani. Tra poco arriveremo in un paese che sorge dov'era l'antica Alba Longa. Ve ne accorgerete da una porta pretoria romana con tre fornici all'ingresso."Provò emozione. Le avveniva agli incontri con gloria e antichità: viveva i fatti, vedeva i personaggi. Anche adesso, mentre andavano per le vie percorse dagli eserciti di Roma e d'Alba, l'antichissima madre. Tra quelle schiere marciavano i sei gloriosi, decisivi fratelli, fantasticò, mentre la diligenza traversava il fornice centrale della porta. Sobbalzò quando, all'uscita del paese, titìo indicò una costruzione bianca, sommersa da tralci. "Dicono sia la tomba degli Orazi e dei Curiazi" spiegò, incredulo. Anche Vovò si strinse nelle spalle, borbottando: "Como è posivel?" Provò addirittura astio verso loro: perché non ci credevano? Era possibilissimo, anzi vero. Lo sentiva. Lì avvenne lo scontro dei guerrieri. Si battevano per la patria, è così bello che un uomo abbia una patria da amare su ogni cosa, fino al punto da morire per essa. Mandò un bacio mentale a quel sepolcro, mentre la diligenza rotolava, con orrendi sobbalzi, sull'acciottolato sconnesso. Alla posta di Velletri, prima di ripartire con i cavalli freschi, il postiglione ammonì: "Nun ve scordate gnente? Ve siete scaricati? Avete fatto proviste? De qua a Teracina nun se potemo fermà più." "E perché?" domandò Miguelzinho. Titìo rispose, serio: "Perché dovremo traversare le paludi pontine"

Tratto da: Enzo Striano, Il resto di niente, Avagliano Editore, 2002.

Per la rubrica Itinerari letterari - Numero 24 settembre 2003