Vivavoce - Rivista d'area dei Castelli Romani

RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Primo piano

Tempo di vino

Castelli in festa


Uva, vendemmia, vino. È ormai da qualche mese che i Castelli sono concentrati su questo versante dell'economia e del turismo, e, a farsi un giro, sembra proprio che tale attenzione stia dando buoni frutti. E non solo da un punto di vista commerciale, dato che si avverte un clima di carattere soprattutto celebrativo. Da "La festa della cortesia" a Frascati, a "La festa del vino novello"a Lanuvio, a "La festa dell'uva" a Marino, dovunque si assiste a un proliferare di occasioni di incontro comunitario per spettacoli, danze, canti, musiche e degustazioni (gratuite) a volontà.
D'altra parte, per noi mediterranei (e confinanti), il binomio vino-festa non è un'assunzione recente. È un'atmosfera che respiriamo da tempi antichissimi, che ha attraversato senza interruzione, anche se con alti e
bassi, tutta la nostra cultura. Dalle Antesterie ai Saturnalia, dalla Pesah al Purim, dalle Nozze di Cana ai fasti del Rinascimento, non c'è traccia di grandi feste o importanti eventi collettivi, di tipo religioso e non, in cui il vino non abbia avuto un posto di rilievo. Perché la sua origine è divina; perché è un dono che dispensa gioia di vivere, amore, entusiasmo, sollievo dagli affanni.
Ce lo raccontano i miti, ce ne parlano i più antichi testi letterari, dalle Sacre Scritture al Nuovo Testamento, ai poemi epici. Lo sostengono filosofi, poeti, artisti, profeti e letterati. Tuttavia, fin dalla sua comparsa, il vino ha mostrato la sua natura ambigua. Così, se per i pensatori antichi fino a Platone il vino, per lo stato di ebbrezza che provoca, favorisce la ricerca della verità che ama nascondersi; da Aristotele in poi, con l'affermarsi di una ricerca basata sulla razionalità, l'alterazione della lucidità causata dal vino, non può certo ritenersi veicolo affidabile per la conoscenza.
Sempre nell'ambito del pensiero, e dell'arte, bisognerà aspettare l'Ottocento e il Novecento per rivalutare lo stato psichico indotto dal vino, non solo per essere efficace consolatore di malesseri e dolori, o via di fuga dalla stessa tragica condizione umana, ma anche perché, libero da censure e inibizioni, favorisce l'immaginazione e permette di indagare nelle profondità dell'animo, le più nascoste, ignote, o cadute nell'oblio.
Ce lo dicono Baudelaire, Leopardi, Svevo, Bataille. Per non parlare di Hemingway e Bukowski.
E oggi, al di là delle implicazioni filosofiche e letterarie?
Nell'ultimo secolo, ma all'insegna dell'imperativo "bere poco, bere bene"", si è andato affermando come prodotto costitutivo della nostra tradizione, favorendo lo sviluppo dell'enoturismo, stringendo legami addirittura con la finanza e conquistando attinenza persino con la cultura ispirata: il più antico premio letterario legato al vino fu istituito a Firenze nel 1931, ma anche i Castelli hanno il loro vanto. Il "Premio poesia città
di Frascati" ebbe inizio nel 1959 col nome Premio "Botte di Frascati", al vincitore si conferivano 1000 litri di vino, e a giorni verrà celebrata la 43° edizione (29 novembre 2003, ore 18.00. Scuderie Aldobrandini).
Tuttavia l'ambiguità del vino non cessa di turbare, e seppure ormai se ne riconoscano le virtù benefiche, grazie alla presenza di antiossidanti naturali e alla sua azione preventiva delle malattie cardiovascolari, tumorali e neurodegenerative, non si possono certo negare gli effetti deleteri dovuti a un suo consumo eccessivo. Lo testimoniano gli incidenti, le azioni violente, l'alcolismo come fenomeno diffuso.
Forse, scusate il moralismo, dovremmo ricordare che è un dono, e come tale, trattarlo con rispetto.
E allora buona ebbrezza, ma bando all'ubriachezza.

Per la rubrica Primo piano - Numero 26 novembre 2003