RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Itinerari letterari

Le strade sono quelle in cui sono cresciuta, che ho calpestato fin da piccola...

Riflessioni su uno scrittore di Albano Laziale


Che dire di un romanzo del quale hanno scritto positivamente autorevolissime voci della critica letteraria italiana, filosofi, scrittori e poeti? Che altro aggiungere su un libro tradotto in molteplici lingue e conosciuto in tutto il mondo? Perché farsi coraggio e scrivere pur intuendo che la mia voce non è pari alla voce di scrittori e critici tanto famosi quanto accreditati? Perché anch'io come Onorati scrivo ma soprattutto "leggo" dal di dentro, perché sono cresciuta ad Albano negli anni sessanta e perché ho ricordi nitidi, benché fossi solo una bambina, di mio nonno all'osteria che trangugiava il suo mezzo litro insieme agli amici e partecipava alla "sagra" quotidiana, quella ritualità che non aveva consapevolezza di mettere in atto, a quel ludibrio che dà il vino, la natura stessa dei Castelli Romani... Ho conosciuto Aldo Onorati in varie occasioni, ho avuto modo di ascoltarlo in convegni, conferenze, seminari e presentazioni di libri e ogni volta mi sono trovata ad ammirare la giustezza delle sue parole, delle sue riflessioni e delle sue argomentazioni, il tono forte ed autorevole col quale sa parlare di letteratura a pubblici spesso anche molto eterogenei, all'onestà e alla coerenza del suo pensiero che fanno venire in mente gli anziani professori universitari che parlano ai discepoli dalle loro cattedre ma anche alla sua umanità e al suo senso dell'umorismo. Perché prima d'ora non ho mai letto La sagra degli ominidi? Forse perché ciò che è veramente "nostro" viene a volte trascurato, per quella proprietà tutta umana di voler cercare le cose buone lontano da noi, forse perché abbiamo paura di specchiarci e riconoscere la nostra identità, il nostro vero volto, forse perché ricordare da dove veniamo ci imbarazza, ci costringe a fare i conti con noi stessi e a chiederci chi siamo veramente La genialità di Aldo Onorati ha maturato l'opera in età giovanissima, io tutto sommato non mi rammarico di non averlo letto prima, perché l'età adulta ci fa cogliere, nella letteratura, aspetti e consapevolezze diverse da quelle che avrebbe potuto cogliere una ragazza di vent'anni. A metà lettura mi sono accorta di avere tra le mani un capolavoro, un'eccezione, a metà lettura ho provato il brivido della scoperta che poche opere ti danno e ho pensato: "E' un romanzo straordinario!". Cosa mi ha maggiormente colpita? Se leggo Isabel Allende, poiché non ho mai visitato il Cile, dovrò fare uno sforzo immaginativo per ambientare la sequenza degli accadimenti e collocarli in uno spazio che risulti, perlomeno a me, abbastanza reale e credibile. Se leggo Aldo Onorati è forse l' unica e sola occasione di penetrare un romanzo senza aver bisogno di ambientare con l'immaginazione gli episodi; le strade sono quelle in cui sono cresciuta, che ho calpestato fin da piccola, di cui conosco ogni angolo e ogni più recondito anfratto, per quanto riguarda le osterie ho ricordi netti e precisi, anche se sono ricordi d'infanzia, e si collocano negli anni settanta; oggi ne sono rimaste molte poche. Le case del centro storico sono quelle di sempre e pregne di particolari e vive di racconti, di storie, di personaggi. Racconti e storie che ascoltavo in casa da mia madre, dai nonni materni, dai fratelli di mia madre e dagli amici di famiglia. La povertà, la miseria, il senso ineluttabile di prostrazione dato dall'indigenza estrema dei protagonisti che animano La sagra degli ominidi, anch'essa è documentata dai racconti orali della cultura nella quale sono cresciuta. Questo penso de La sagra degli ominidi. La sofferenza del giorno annega nei riti della sera e la sera si protrae fino a notte fonda e dalla notte... l'alba di un nuovo giorno; è il ritmo eterno che scandisce la natura. Io non ci scorgo tracce di religione, né di paganesimo bacchico, se qualcuno prega, ne La sagra degli ominidi, lo fa rivolto a Domineddio o alla Vergine Santissima oppure bestemmia. Ci scorgo piuttosto una tacita e inconsueta intimità, un patto stretto tra l'uomo e la natura potenza inarrestabile e inesorabile della quale pure l'uomo è partecipe. Il mondo contadino curvo sui filari di uva, il bene più prezioso della campagna romana, si riappropria del frutto del proprio lavoro di notte; è così che si compie il ritmo circadiano per gli ominidi. E' una sagra che si ripete in eterno e che regola la festa, il gioco, la vita intera. Per questo il romanzo di Onorati è ironico e festoso, a tratti ci fa divertire, ci rende partecipi del gioco fino in fondo, anche attraverso la riproduzione del linguaggio albanense e ariccino, ci strappa una risata, ci offre una comicità tragica. Se la sagra è la vita dopo la vita viene la morte ed anche questo è ritmo eterno: la vita ubriaca dei grappoli d'uva, frutti ubriachi di sole, muore la notte al chiaro di luna. E' per questo che siamo giustamente ieri come oggi "ominidi", come l'uomo primordiale, come l'uomo delle caverne, come le bestie e le stelle non siamo diversi noi, "homines tecnologici": la vita e la morte restano per noi un mistero al quale non avevamo possibilità di accesso milioni di anni fa, così come oggi, che abbiamo cambiato rituali e stati di ubriachezza. Concedetemi un'ultima riflessione sulle descrizioni specifiche della natura ne La sagra degli ominidi, trovo le descrizioni dei paesaggi e della natura squisitamente romantici ma raramente, ne La sagra degli ominidi, la natura è tanto romanticamente partecipe del destino dell'uomo, forse solo nel capitolo "Torna la preistoria", per il resto la natura è di un romanticismo leopardiano: fredda, distaccata, bellissima sui Colli Albani, dimentica di sestessa e dei suoi figli. Amata dai suoi figli.

Per la rubrica Itinerari letterari - Numero 29 febbraio 2004