Vivavoce - Rivista d'area dei Castelli Romani

RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Itinerari letterari

Marino: 6 e 25 nell'orologio della torre

(tratto da: Quer pasticciaccio brutto de via Merulana
di Carlo Emilio Gadda, Milano, Garzanti, 1958)


[...] Il ventitré marzo, dunque, nella caserma dei Reali, a Marino. Levatosi a notte, disceso a bruzzico, un milite attendeva nel cortile. Il Pestalozzi apparve, scura persona, da sotto il volto: camminò alla macchina: si distingueva la bandoliera, bianca, a rilevare la speditezza degli atti in un elegante apparato d'autorità. Poche parole al subalterno, breve ispezione alla bestia inzaccherata fino al muso. Una volta in sella, con un piè a terra, il sinistro, diede il cicchetto al motore: con il destro. Il piantone aveva spalancato i battenti come per una uscita di gran cocchio, di principe romano apostolico e duca di Marino. Pestalozzi pareva soprappensiero. Mercoledì ventitré, pensò. Difatti. Levò gli occhi alla torre, che una sgrondatura di luce pressoché gialla, da una lampadina schermata, tingeva ad alto e di striscio, poco sotto la ruvidità superstite del cordòlo in fastigio. Sei e venticinque nell'orologio della torre: quanto nel suo proprio, esattamente. In accompagno aveva comandato quel milite, che già gravava col boffice sul retrosella e stava per tirare i piedi in barca a sua volta, stringendo il superiore alla vita, con le due mani, e attendendo il primo sparo del motore. Lui, col destro, calcò: reiterò sull'avvìo. Il cilindro principiò alfine a gorgogliare, tutta la macchina a fremere, a batter l'ali. Il piantone salutò sull'attenti: fu superata la soglia.

La svolta non diede luogo a ruzzolata. Ma pesavano, i due, sui fascioni. Il ciottolato era lùbrico, in forte pendio: una pellicina di belletta, in qualche tratto, lo rendeva più pericoloso. La cavalla coi due cavalcatori in groppa rotolò giù rattenuta, bofonchiando, piegò a dritta, poi a manca verso la porta del borgo, tra muraglie di peperino nere ed ombre, sotto a finestrette quadrate, cui munivano rugginosi ferri ad incarcerare la tenebra. Alcuna civica lampadina dondolò suo saluto ai fuggenti, in quella povertà scura e petrosa di paese: mensola dai licheni e dai muri che si ritraevano a scarpa, quasi di cortine di castella: fiore dai volenterosi bilanci, singhiozzo postremo dalle viscere del vice-sindaco per la solitudine antelucana d'una strada donde rovaio sibilando precipita, a notte: o scirocco vi si allenta e si spenge, tre notti dopo. Discesero fino alla porta del borgo.

Passato l'archivolto, la strada prese a dilungarsi verso l'Appia: andò tra uliveti appena argentati dall'alba e proni scheltri di viti nelle vigne. Poi rigirava, come stola, sopra le bagnate spalle del monte. Al primo tornante rigirò pure la veduta. Il Pestalozzi levò il capo un attimo, spense il motore, frenò, fermò la corsa, con una certa cautela: sostò due minuti, da strologare il mattino.[...]

Per la rubrica Itinerari letterari - Numero 33 giugno 2004