RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Leggere i Castelli Romani

Lanuvio

Color locale in un romanzo ambientato a Lanuvio

Si tratta di una romanzo che si svolge per larga parte a Lanuvio, avvenimento piuttosto raro, di qui l'interesse per me e credo anche per molti altri cittadini dei Castelli Romani. Brevemente la trama: La protagonista è Serena, donna di 34 anni, madre di una bimba di sette anni , (intelligente ma dislessica) e sposata con il più bello del paese, Fabrizio. Vivono proprio a Lanuvio, paese adagiato su una collina che, come e' noto, e' l'ultimo sperone del Vulcano Laziale verso il mare Tirreno. I due hanno una casa in affitto, un auto, uno scooter, un abbonamento alla televisione satellitare, un gatto e sono, almeno all'apparenza, felici.
Serena, pero' oltre che moglie e madre è anche una giustamente ambiziosa e preparata borsista del dipartimento di storia contemporanea de La Sapienza ed è determinata a vincere il concorso per diventare ricercatrice, ultima occasione per un posto a tempo indeterminato: sogno e chimera di molti della sua eta'. Difatti il concorso se lo aggiudica un altro e allora il mondo sembra crollarle addosso, ma non fa in tempo ad avvertire il peso e la polvere delle macerie che una notizia lieta, ma sconvolgente, giunge a rivoluzionarle l'esistenza...
Il suo vecchio professore, ormai pensionato, le propone d'incontrare un amico e collega italoamericano: Philip Maletta. Questi ha una proposta per lei, di quelle alle quali e' difficile rispondere di no. Le offre un posto di ricercatrice alla Montclair University. Sembra tutto semplice: il lavoro sognato, ben rimunerato, il futuro garantito, ma... In America!
7000 chilometri di distanza, l'oceano Atlantico nel mezzo, un mucchio di problemi. Primo di tutti: come convincere la propria famiglia a lasciare il "natio borgo selvaggio", che e' nientedimeno che Lanuvio?
Comincia così la "guerra" di Serena. Ed è una guerra senza esclusione di colpi, combattuta contro le persone che ama di più, che diventano i suoi peggiori nemici. Riuscirà alla fine a partire? Naturalmente anche se non si tratta di un romanzo giallo, non svelerò il finale : dunque vincera' Lanuvio o l'America nell'"aspra tragedia" che coinvolge i personaggi della vicenda? I curiosi leggano il libro! Da parte mia l' intento non e' di scrivere una recensione, che alla fine riuscirebbe ben poco utile, ma di provare a mostrare se e fino a che punto l'Autore sia riuscito a rendere il "color locale" di quella che èuna delle cittadine piu' caratteristiche dei Castelli Romani e in cui chi qui scrive è nato ed ha vissuto per ben più di metà della sua esistenza. Intanto faccio osservare che l'Autore, Cosimo Calamini, è nato a Firenze nel 1975, ma vive e lavora a Roma, e quindi non solo conoscerà Lanuvio, ma potrebbe magari averci passato un periodo di vacanza, od altro, perchè in questo bellissimo paese, un poco discosto dalla grande via di comunicazione dei Castelli Romani che è L'Appia Nuova, il forestiere difficilmente arriva per caso. Ma ecco la prima apparizione della cittadina nel romanzo: "Lanuvi0 mi accoglie. Indolente, come sempre, con quella sua aria da piccolo paese addormentato che alza ogni tanto la testa a vedere che si combina a Roma". Ebbene sì, Lanuvio si delinea alla mente e allo sguardo di Serena ancora con i tratti che potrebbero essere ben riassunti, anche a livello di linguaggio, dai versi della prima strofa della celebre canzone "Che sara", portata al successo, a partire dal lontano 1971, dal cantante Josè Feliciano: "Paese mio che stai sulla collina, disteso come un vecchio addormentato, la noia, l'abbandono, il niente son la tua malattia, paese mio ti lascio, io vado via". Anche a me quando lavoravo nelle terre di mio padre, a qualche chilometro da Lanuvio, guardando il colle, ora purtroppo aggredito dal cemento, ma che allora offriva una vista ben piu' verde e bella, veniva in mente questa canzone, a parte naturalmente la "noia" e il "niente". I quali ultimi rappresentano bene, pero', l'umore di Serena che torna da Roma prostrata dopo aver perso il suo concorso (in letteratura si chiama "paesaggio stato d'animo"). D'altra parte Serena e' cresciuta a Lanuvio, assieme al marito Fabrizio, "il piu' bel ragazzo del paese" dal cognome in verita' assai poco lanuvino di Russo: "ci incrociavamo qualche volta in piazza o in via Roma, durante lo struscio adolescenziale, ciao, ciao e poco piu". Al mio paese, che ha molte piazze e piazzette, la "piazza" per eccellenza e' Piazza Carlo Fontana, la piu' vasta (adibita davvero un tempo, ma forse anche adesso, allo "struscio" e fornita, a quel tempo, del regolamentare "muretto" che io e i miei amici che lo occupavamo quando non battevamo un chiodo con le coetanee avevamo definito "della vergogna"), con la grande torre semaforica e la Fontana degli Scogli, che pare non aver destato particolare interesse in Calamini, pur con il suo aspetto a dir poco originale da "orrido" barocco, visto che, a parte un fuggevole accenno alla "fontana in pietra" della piazza è completamente assente nel racconto. La coppia si scambia il primo bacio "nei paraggi del ponte romano di Loreto, sulla via Astura, in mezzo al verde, alle cicale, sotto una quercia che ci faceva sembrare due pastori bucolici e romantici, di quelli ritratti dai pittori nordici durante l'epoca del Grand Tour". Qui faccio notare che effettivamente il luogo, a circa sei chilometri da Lanuvio, mantiene una indubbia suggestione, con il ponte in opera ciclopica, ad una sola arcata, restaurato da non molto tempo assieme al bel basolato della strada romana e che scavalca un torrentello, purtroppo maleodorante, in cui si stenta a riconoscere il mitologico e letterario fiume Astura. Inoltre il ponte non si chiama "di Loreto", come se Loreto fosse un nome di persona, ma ponte Loreto, probabilmente a causa di un bosco di allori (laurum, lauretum) che si trovava nei paraggi, e di cui ricorda i resti (la "quercia" del brano citato poco sopra) la mia memoria di bambino (io e mia madre passavamo sul ponte quando mi portava a piedi a trovare i miei nonni che abitavano allora in una fattoria poco più in là). Serena fa parte di un'associazione culturale denominata "Osso duro" (sic!) che si occupa fra l'altro di organizzare La Festa della Musica, da anni ormai molto popolare a Lanuvio. Riguardo a questa festa corre una leggenda per la quale, nel 2005, "tra il pubblico, come spettatore, per circa trenta minuti, comparve Bruce Springsteen", come sostenuto, nel romanzo, si badi, non nella realta' del mio paese, da due persone dalla donchisciottesca ma inversa figura (Calamini parla di uno "alto grasso e uno basso magro"), ostinatissime nel sostenere la veridicita' di questo improbabile episodio. La Festa della Musica per altro incontra a Lanuvio davvero un notevole successo: le piazze, le piazzette, i cortili, i parchi pubblici vengono occupati da un gran numero di gruppi musicali di ogni genere che vengono ascoltati da un pubblico sempre molto numeroso. Essa però causa anche qualche problema di vivibilità del paese : il sottoscritto stesso ricorda una tragicomica cena in casa di mia madre, situata nel torrido clima dei primi giorni dell'estate del 2003, in cui per poter scambiare qualche parola dovevamo urlare e le mura tremavano per l'eccesso di amplificazione degli strumenti e delle voci che imperversavano nella piazzetta dabbasso. Eppure la soluzione per non far odiare a morte la Festa dai residenti nel centro storico, per lo piu' anziani, è alquanto semplice: nessuna amplificazione e solo strumenti acustici nelle piccole e suggestive piazzette all'interno del castello, ogni tipo di sfogo musicale nei grandi spazi fuori porta che a Lanuvio davvero non mancano. Tra i personaggi del romanzo figura Fausto, lanuvino di 202 centimetri di altezza, "il piùalto del paese" come Fabrizio è il piu' bello. E qui mi ricordo un "forestiere" (un non lanuvino) denominato "albero" proprio per la statura spropositata, superiore ai due metri, che per qualche anno, quando io ero adolescente, ha abitato una delle piu' belle case del nostro centro storico, e che girava, con barba, baffi ed occhiali tondi da intellettuale, per il paese perennemente inferraiuolato fino agli occhi sia nella stagione fredda che in quella calda. Questi, di sera, ad orari decenti, elargiva ai vicini interi concerti di musica classica, soprattutto sinfonica, che deliziavano le mie orecchie di ragazzo privo, allora, di qualunque mezzo di riproduzione musicale. A pagina 149, come fulmine a ciel sereno, compare l'"orrenda posta di Lanuvio dove l'eta' media dei clienti trasforma gl'impiegati in geriatri provetti". Tratto effettivamente poco gradevole questo disegnato dal Calamini, ma che rientra però, nel cliche' del paese metafisicamente addormentato (uno dei capitoli del romanzo e' intitolato effettivamente "Il paese metafisico"), in cui la velocita' e l'efficienza dei servizi pubblici sono in relazione alla sua vituperata, ma anche invidiata placida calma, che avra' fatto pensare l'Autore ad una specie di locale "fine della storia", da paragonare in piccolo alle "citta' del silenzio" nella "Laus vitae" di D'Annunzio e alla metafisica pittura di De Chirico fatta di ombre e silenzi urbani, ma senza troppo inquietanti presenze, almeno a Lanuvio. Accenno velocemente ad un altro personaggio lanuvino, Beatrice, la quale insieme al marito Flavio gestisce la tabaccheria principale del paese e che, amicissima di Serena, quando viene a sapere che questa si appresta a trasferirsi in America, secondo le parole di quest'ultima "proprio non riesce a capire perche' devo andare in America quando a Lanuvio c'e' tutto quello di cui ho bisogno. Questo breve episodio manifesta un tratto di vero "color locale" non da poco visto che per ogni lanuvino che si rispetti il proprio paese è l'effettivo centro del mondo ed in un contesto di pensiero oggettivamente un po' regressivo e' come il liquido amniotico materno dentro il quale non si puo' mancare di nulla. Muore all'improvviso il maestro e mentore di Serena, il professor Alfredo Leonardi e scopriamo inopinatamente le sue origini lanuvine, tenute nascoste perchè il professore, "fiero antifascista", si vergognava del padre Leonardo Leonardi, fascista della prima ora (inutile sottolineare l'assoluta non lanuvinita' del cognome). La funzione religiosa si svolge nella chiesa di Santa Maria della Pace, in realta' non piu' esistente nel paese perche' distrutta nel corso dei bombardamenti della seconda Guerra Mondiale, ma che comunque era gia' da tempo sconsacrata: le chiese effettivamente funzionanti a Lanuvio sono la chiesa madre di Santa Maria Maggiore, quella dell'Immacolata di fatto ceduta alla ormai numerosa comunita' romena di fede ortodossa e la Chiesa della Madonna delle Grazie. La ragione di questa incongruenza del Calamini deve essere rintracciata nella volontà, evidente in tutto il romanzo, di non chiamare troppo direttamente in causa cittadini esistenti in vita (diritto alla riservatezza), dal momento che la percezione negativa da parte di Serena del prete "gonfio e occhialuto" qualche risentimento lo potrebbe anche suscitare. Poi il corteo funebre si avvia verso il cimitero dalle "lapidi color ghiaccio", che e' in realta' una notazione piu' adatta alla rappresentazione dello stato d'animo travagliato di Serena che al piccolo cimitero di Lanuvio, che non diro' "ridente" per non generare un ossimoro, ma che ben poco ha di lugubre, posto com'e' su una delle parti piu' splendidamente panoramiche della collina (c'è un "sole raggiante" mentre si svolge il funerale). Ormai e' comunque chiaro che per la protagonista del romanzo, Lanuvio e' un paese da lasciare, ma ci riuscira? Per saperlo, ancora una volta leggete il romanzo! Ultima apparizione degna di nota di un contesto lanuvino, nel bel mezzo di una drammatica vicenda riguardante la figlioletta di Serena e Fabrizio, e' quella del "Belvedere dell'Immacolata, sotto la chiesa nuova, scarna, con la facciata di anonimi mattoncini rossi. Scendiamo verso il parcheggio e davanti a noi si apre la piana di Aprilia, con il mare lontano e il sole che sta calando a vista d'occhio sotto la linea dell'orizzonte". Si parla anche di uno "strapiombo" sul quale si affaccia un angosciato Fabrizio ; ma qui probabilmente l'Autore ha condensato a scopo di intensificazione drammatica, in uno solo due luoghi del paese: l'effettivo Belvedere dell'Immacolata e l'altro scenario panoramico che si apre dietro la statua della Madonna Immacolata situata in Piazza Santa Maggiore sulle alte ed effettivamente strapiombanti mura del castello (scultura che nei silenziosi pomeriggi estivi richiama la montaliana "statua nella sonnolenza del meriggio"). Da ultimo dovrei accennare alla indubbia sofisticazione del congegno narrativo ideato dal Calamini mediante l'inserto nella storia portante di brevi racconti di emigrazione risalenti ai primi anni del novecento; ma sono finiti il tempo, lo spazio ed anche la pazienza!