RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Biblioteca di Trimalcione

Qualcosa che non ho mai cucinato prima…

Il linguaggio del monologo interiore e gli ingredienti del racconto. Reminiscenze gustative e olfattive alla tavola dei sensi di Maryline Desbiolles

"Ci si ricorda raramente di ciò che si è mangiato anche se ci si ricorda del piacere che si è provato o meno, degli ospiti e forse di un momento della conversazione. Ma assaporare la cucina e più ancora farla, significa di certo mettere i propri ricordi in bocca, rimuginarli, distillarne i componenti e non solo averli sulla punta della lingua, ma avere l'acquolina in bocca e metterli alla prova del palato..."

Un'elegante narrazione autobiografica che attraverso un ammaliante e voluttuoso percorso evocativo celebra il cibo e l'atto della nutrizione, trasfigurandolo nella metafora della stessa esistenza.

In un piccolo e prezioso scrigno di parole composto da poco più di cento pagine, Maryline Desbiolles, poetessa e scrittrice nata a Ungine in Savoia, esponente del cosiddetto "extrême contemporain" - termine con il quale viene designata la produzione letteraria francese contemporanea degli ultimi vent'anni - racchiude un romanzo breve e due racconti in cui il cibo diviene fil rouge dell'intera narrazione. Perle letterarie di raffinata e squisita fattura, che sintetizzano mirabilmente il singolare rapporto tra letteratura ed arte gastronomica. L'autrice, che ha esordito nel 1987 con "Une femme de rien", testo sperimentale contraddistinto dalla pressoché totale assenza di segni di punteggiatura, nel 1999 con il romanzo "Anchise", si è aggiudicata il "Prix Femina", l'autorevole riconoscimento letterario francese istituito agli inizi del secolo scorso. Nella raccolta, pubblicata in Italia nel 2013 dalla Casa Editrice Sellerio con il titolo "Qualcosa che non ho mai cucinato prima", sono dunque ricompresi il romanzo breve "La seppia" ed i due racconti "Mangiare con Piero" e "Il risotto alla fragola". I testi nati dal perfetto connubio tra cibo e parola, sono caratterizzati dall'utilizzo di canoni stilistici strettamente connessi alle peculiarità della produzione letteraria dell"extrême contemporain" come la dimensione intimistica del racconto, la soggettività, il monologo interiore, la ricerca di identità del soggetto narrante, l'utilizzo della tecnica del frammento, le reiterazioni del testo, stilemi che possiamo ritrovare nell'intera opera narrativa di Maryline Desbiolles. In particolare nel romanzo "La seppia", il pregiato mollusco dalle spiccate abilità mimetiche, nasconde sotto il suo fluttuante mantello e le sue quattro paia di tentacoli, il vissuto esistenziale della stessa autrice. Così come il cefalopode, se molestato, emette una secrezione di colore nero, che gli consente di celarsi ai suoi predatori, allo stesso modo la scrittrice nasconde tra le pagine del romanzo, riferimenti autobiografici che fluiscono ad intermittenza, talora palesandosi nel ricordo di episodi legati all'infanzia, ora fondendosi e divenendo parte integrante della narrazione inerente il tempo odierno, alla stregua della seppia che attraverso i suoi cromatofori è in grado di uniformare la propria colorazione a quella del fondale marino. Tutto il racconto si svolge sotto forma di monologo interiore, un raffinato soliloquio scandito da dodici gradini di un'immaginaria scalinata che conduce alla scoperta della verità insita in tutte le cose, all'essenza stessa dell'esistenza; dodici capitoli, ciascuno dei quali preceduto dalla breve sequenza di una medesima ricetta di cucina - le seppie ripiene - che troverà realizzazione soltanto alla fine del romanzo. La preparazione di un piatto infatti, così come l'atto del consumarlo, rappresentano atti simbolici e sostanziali di affermazione della propria identità, gustose portate di un ricco simposio attraverso il quale non solo si da sostentamento al corpo ma soprattutto si trae nutrimento per lo spirito. In realtà la ricetta di cucina di Maryline Desbiolles, comincia con un errore; una ricetta diligentemente copiata contenente in realtà un preesistente abbaglio culinario del suo estensore: calamari scambiati per seppie, un fraintendimento avallato dallo stesso pescivendolo che sprovvisto dei succitati molluschi finisce col propinare all'incolpevole acquirente, protagonista del racconto, per l'appunto dei calamari. Dopo un affascinante preambolo costruito intorno alla dimensione morfologica e simbolica della seppia, che già nell'etimologia del nome, alla radice greca rimanda ad un'accezione di morte, di putrescenza, probabile riferimento al suo "sangue nero", il cosiddetto inchiostro o nero di seppia, l'azione si sposta in uno degli ambienti più intimi e quotidiani della casa - la cucina - dove una donna in completa solitudine, si appresta a preparare la cena per alcuni amici e per il suo amato. Come di consueto, regalerà ai suoi ospiti un nuovo piatto, la magia di sapori ed ingredienti per lei inconsueti, approntando "Qualcosa che non ha mai cucinato prima". E' proprio questa sublime e spasmodica incertezza sulle risultanze di tanto sforzo a rendere interessante la sperimentazione. Del resto cucinare non è forse trasformare gli ingredienti che abbiamo a disposizione in qualcosa d'altro? Ma come si afferma nel testo "La cucina è molto più di un maquillage" e grazie ad essa riusciamo a rendere edibile anche la morte, "riuscendo a far inghiottire ciò che non si potrebbe neanche guardare". Cucinando dunque riusciamo a strappare al sonno eterno qualcosa che inesorabilmente riprenderà vita sotto altra forma. E la scrittura ci permette di catturare e rendere intellegibili queste quotidiane metamorfosi. La seppia è quindi un simbolo - sappiamo infatti fin dall'inizio che essa morirà e sarà inesorabilmente mangiata - è l'emblema di tutto ciò che spesso non siamo in grado di vedere, della realtà troppo spesso ignorata, quella che sfugge alla nostra percezione o che semplicemente eludiamo serrando gli occhi. Nel testo sta dunque al lettore individuare la verità e farla propria. Tra ricette di vita, consigli di cucina ed erudite divagazioni letterarie Maryoline Desbiolles ci affida pertanto un messaggio di speranza e di apertura verso il mondo, una nuova consapevolezza "responsabile" che affida a ciascuno il compito di costruire un domani migliore traendo insegnamento dagli errori del passato, un futuro traghettato verso il nostro presente anche attraverso la paziente preparazione di un invitante e gustoso piatto di seppie ripiene... A raccogliere il testimone di questa maratona gastro-letteraria, è il racconto "Mangiare con Piero", che presenta un impianto strutturale analogo a quello del romanzo succitato, con numerosi spunti e riferimenti autobiografici. Anche in questo caso l'opera letteraria è il risultato di un processo evocativo che riporta alla luce dal profondo, reminiscenze gustative e olfattive di lauti pranzi consumati insieme all'amato, sulle tracce dell'insigne pittore quattrocentesco Piero della Francesca. Un viaggio che si dipana partendo dal minuscolo paese di Villa e che tocca poi Arezzo spingendosi sino a Monterchi e Sansepolcro, i luoghi dove sono conservati alcuni dei capolavori realizzati dal pittore. E il cibo assieme alla pittura diviene anche in questo caso, elemento catalizzatore del racconto: le visite che i protagonisti compiono nei musei e nelle pinacoteche per ammirare gli affreschi di Piero, si svolgono immancabilmente nelle ore dedicate ai pasti e per questo le abbondanti imbandigioni avvengono subito prima o successivamente alla visione delle opere d'arte. Pranzi sensuali consumati con vorace appetito, con la stessa insaziabile appetenza che governa la viscerale inclinazione per l'arte di Piero e che suscita e alimenta a sua volta il vortice della scrittura. Così mentre si assapora una conturbante "panzanella" avvolta d'olio d'oliva, dove "la mollica del pane addolcisce la crudezza del pomodoro ed esalta i suoi meriti", le parole cominciano inevitabilmente a fluire: "Non parole crude, ma cotte neppure, soprattutto non cotte, non parole candite...parole ancora ispide, riluttanti, ancora sorprese di venire alla luce". E alla geografia dei luoghi fa riscontro un paesaggio interiore, una geografia dell'anima, un catalogo di emozioni che si materializza e si fonde nel ricordo di torride estati ormai lontane nel tempo. I protagonisti del racconto, ad Arezzo, contemplano estasiati "La leggenda della Vera Croce", dove i personaggi sono rappresentati nella loro reale fisicità, non più mortificata nella sconvenienza della rappresentazione, grazie ai nuovi canoni stilistici dettati dall'Umanesimo; a Monterchi, "fagocitano" insaziabili, quasi si trattasse di un piatto appetitoso, la celebre raffigurazione de' "La Madonna del Parto" in cui la madre del Cristo trasuda dal corpo i segni di una commovente umanità. A Sansepolcro infine, il triangolo si chiude con la visione dell'affresco de' "La resurrezione", dove il Cristo, vincitore sulla morte e sul peccato, è rappresentato con le fattezze di un guerriero dal corpo possente e lo sguardo fiero; la sua tunica rosa richiamo alla regalità, per uno strano gioco di rimandi, riaccende il ricordo di uno degli ultimi pranzi consumati in terra di Toscana: nel menu uno stufato di cinghiale, pane bagnato e un'indimenticabile panna cotta. Il sensuale e suggestivo racconto è dedicato a John Berger, scrittore, critico d'arte e pittore, con il quale Maryline Desbiolles ha condiviso un tratto del suo cammino, un percorso imbevuto di passione, arte, e cultura gastronomica. Il convivio letterario continua idealmente anche nell'ultimo racconto incluso nella selezione, intitolato "Il risotto alla fragola", dove si disserta piacevolmente a proposito di uno fra i piatti più conosciuti della tradizione italiana. Nell'esposizione si rivelano i tanti aspetti legati alla straordinaria versatilità del riso, gustato con la zucca, con il pomodoro, condito con le rigaglie di pollo o imbevuto del saporoso brodo del bollito; o ancora per i palati più raffinati accompagnato da cosce di rana e soprattutto dal tartufo bianco per poi terminare con l'eccentrica ostentazione del risotto alla fragola. Il discorso costruito intorno a questo "anomalo abbinamento" riso-fragole, "quasi stridente se non fosse ridicola", è l'occasione per riportare alla memoria alcune immagini indelebili legate all'infanzia dell'autrice: come ad esempio la piccola stanza usata per cucinare, "tappezzata di apparecchi e mobili", dove trascorreva i pomeriggi ascoltando storie o scrivendo, immersa tra i rumori di cucina e i profumi di pietanze irresistibili cucinate dalla nonna. Sotto i nostri occhi di lettori il riso a poco a poco si trasforma dunque in risotto; le parole ne sottolineano la struttura, la consistenza, ne descrivono i colori, i sapori, gli aromi; le parole divengono gli ingredienti fondamentali del racconto e per questo devono necessariamente essere "dosate" con precisione e selezionate con estrema perizia perché "Per quanto spumoso, il risotto non deve far dimenticare i chicchi di riso che lo compongono". Anche questa è la magia della scrittura...