RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Cibo per la mente

L’ultima capanna

Saga familiare, storia di iniziazione alla vita e all'amore, romanzo storico, saggio di storia locale... tutto questo è - pur senza pretendere di esserlo - l'ultimo appassionante lavoro di Cafarotti, che l'asciuttezza del formato e la leggerezza del tono narrativo affrancano da simili definizioni, consegnandoci un lavoro ricco di spontaneità, passione, freschezza del parlato e pensato quotidiano. I racconti, alcuni a sé stanti, molti interrelati per tematica o filo cronologico, aprono soprattutto ai giovani una finestra sulle condizioni di vita dell'immediato dopoguerra nelle campagne di Velletri, quando diverse famiglie di braccianti agricoli, per aver perso tutto o quasi a causa dei bombardamenti, si trovarono a vivere in alloggi fatti di paglia e fango ai piedi dell'Artemisio, cercando di settimana in settimana di che vivere e lavorare per sfamare le proprie famiglie, e condividendo con i "vicini di capanna" gioie, tragedie, amori, speranze. Si incontrano nei racconti personaggi comuni, ma anche boccacceschi, tragici, o addirittura mitici. Tragicomico è Fernando, cocciuto e prepotente, che muore per propria colpa in una disputa di confini e poi compare, nel sogno di una conoscente, «tignoso» perfino al cospetto di Domineiddio, tanto da incarnare perfettamente il Velletrano della comica originalissima rivisitazione che Cafarotti fa della creazione del mondo al capitolo XIX. Strano tipo pure Riccardo, cupo violento e solitario, ma la cui radicale trasformazione sorprenderà alla fine se stesso e gli altri. Valentino e Valentina, poi, neanche a parlarne: due eroi tragici la cui storia d'amore, che è ai limiti del mito, sembra così incredibilmente autentica da far venire i brividi. Ma è soprattutto la storia di una famiglia che va via via emergendo nel corso della narrazione: quella di Valeriano e Mirena, con i loro quattro figli; una vita di duro lavoro e sofferta ricerca di riscatto, fino alla conquista di un'occupazione dignitosa per i ragazzi e addirittura al conseguimento della laurea in medicina per il più piccolo, oltre alla sospirata costruzione di una casa in muratura: la loro vicenda diviene il simbolo dell'autenticità e solidità dei valori dell'amore e della famiglia; e psicologicamente delineata è la loro "crescita", che li vede affacciarsi al "nuovo", alla modernità senza lasciarsi sedurre da false promesse, ma facendo tesoro del proprio recente passato e degli insegnamenti ricevuti. Certo non sarà semplice adeguarsi alla nuova frenesia e agli accecanti lussi della vita cittadina: sembra prefigurarlo una visionaria allegoria della triforme dea della modernità che - attraverso gli occhi e i pensieri di Valeriano - rivela le amare riflessioni dell'autore; il quale a quel mondo contadino è evidentemente molto legato, sente nostalgia della sua autenticità, e non solo riesce a trasmettere questi sentimenti al lettore, ma neppure ce la fa a "nascondersi" troppo nella narrazione, e forse nemmeno volutamente se lo impone (come quando, nelle ultime righe, osserva assertivo: «... non poteva capire, Valeriano, che mai il mondo sarebbe stato più bello di come lo aveva vissuto lui!»). Proprio questo lascia in bocca il libro di Cafarotti: un sentimento di dolce nostalgia; per i gesti d'amore che racconta, fatti e ricevuti per aiuto reciproco con autenticità e disinteresse nella comune difficoltà, e che portano frutti insperati al momento opportuno; per le conquiste ottenute con difficoltà dai nostri nonni e padri e che forse non apprezziamo abbastanza; per un passato comune legato alla terra, madre che spesso dimentichiamo e maltrattiamo; per l'immagine della imponente bellezza dei boschi dell'Artemisio, monte quasi sacro a metà tra la terra e il cielo.

 


Colombo Cafarotti, L'ultima capanna, Roma, Robin edizioni, 2014

Per la rubrica Cibo per la mente - Numero 124 febbraio 2015