RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Folklore

Quando streghe, spiriti e folletti popolavano i Castelli Romani

Streghe, spiriti, folletti. L'immaginario popolare nei Castelli Romani e non solo. è stato pubblicato il nuovo libro di Maria Pia Santangeli, narratrice di tante storie sugli usi e costumi di Rocca di Papa e dei Colli Albani. Ora torna ai suoi lettori con un'opera sui racconti di paura che numerosi popolavano le sere e le notti buie degli abitanti dei Castelli di una volta...

Lei nella sua opera ha scritto e studiato molto le usanze e le credenze popolari, secondo Lei perché è tanto presente l'elemento "magico" nella cultura popolare?
Se si riferisce al mio libro " Streghe, spiriti e folletti- L' immaginario popolare nei Castelli Romani e non solo ", più che elemento " magico" io parlerei piuttosto di elemento misterioso, inconoscibile. Ma questo può essere riferito solo ai malefici delle streghe, ai modi in cui venivano operati. Entravano nelle case e nelle stalle, ma come? Portavano via i cavalli per andare dove? Non c'erano risposte a queste domande che inquietavano, impaurivano. Di fatto le streghe, i folletti, le Anime Sante, gli spiriti erano ritenuti del tutto reali e facevano parte della vita quotidiana come gli animali domestici, gli arnesi di lavoro e gli utensili casalinghi. A Rocca di Papa e a Genzano le benefiche Anime Sante apparivano al tramonto sotto la forma di farfalline notturne e poi, anche se invisibili, passavano ogni sera per le strade: per questo non si buttava l'immondizia fuori della porta. I folletti, i vari léngheli dei Castelli, facevano compagnia, oltre che i dispetti, e gli spiriti percorrevano le strade vicino ai cimiteri in lunghe processioni. Il fatto di parlarne, di raccontarli li faceva essere ancora più presenti. L'invisibile e il visibile esistevano in una sorta di continua comunicazione.

Ma oltre l'elemento "magico" esiste anche l'affanno quotidiano. Gli abitanti di Rocca di Papa, il "popolo", trascorreva la giornata tra il lavoro duro nei boschi o nelle campagne, tra gli affanni quotidiani. Potresti parlarcene?
E' impossibile riassumere in poche righe quanto ho scritto nei due libri Rocca di Papa al tempo della crespigna e dei sugamèle e Boscaioli e carbonai nei Castelli Romani. Citerò solo alcune parole di uno dei miei testimoni, il fascettaro Dante Gentili: "Tutti bisognava guadagnarselo il pane, anche a undici, dodici anni e per farsi le scarpe bisognava aspettare la stagione buona, che non avesse fatto la grandine, che non avesse fatto malattie per l'uva. E quando si vendeva l'uva ti potevi comprà un paio di pantaloni. La vita era sacrificata: se non vendevi quel mezzo quintale di patate, quei dieci chili di castagne, se non vendevi le mele, le scarpe non te le potevi fa. Era come la formica, se non lavoravi, rimanevi asciutto".
Queste poche parole mi sembra diano l'idea della fatica quotidiana a cui tutti si sobbarcavano. Una fatica in stretto, familiare contatto con il bosco e la campagna, fittamente coltivata. La "natura" non era lontana dalla vita quotidiana come la intendiamo noi oggi, qualcosa da proteggere per chi ci crede, ma ci vivevano immersi, consapevoli che dalla terra dipendeva la vita di tutti, come nella maggior parte dei paesi dei Colli Albani e di altre regioni italiane.

Come si poneva questo stesso popolo nei confronti della religione e della fede ?
Durante le mie numerose conversazioni non c'è stata mai l'occasione di approfondire il discorso sulla fede, ma dalle donne - e solo dalle donne - mi sono state recitate molte preghiere in seguito alle mie domande sull'inizio e la fine della giornata di lavoro. Infatti le preghiere popolari di Rocca di Papa, molto semplici e, oso dire, ingenue, venivano distinte in preghiere del mattino e della sera. Ad eccezione di quella che io ho definito " del viaggio", perché veniva pronunziata - solo da alcune donne - al momento di uscire di casa per andare a lavorare in campagna.
Per tornare ai racconti della sera, devo dire che non c'era alcun contrasto fra la fede e la credenza nelle streghe. In moltissime case la sera si recitava il rosario e poi si raccontavano le storie paurose delle donne-streghe. Inoltre si credeva che mettendo un pettine nelle acquasantiere della chiesa durante la Messa di Natale, le streghe presenti non sarebbero più potute uscire e dunque si sarebbero dovute svelare chiedendo di togliere il pettine.

Nella sua opera complessiva troviamo preghiere, poesie, filastrocche e canti: un lavoro degno di un vero e proprio antropologo. Perché è così importante "disseppellire" la storia e ricordare, tenere viva la memoria su ciò che è stato?
Sono contenta che alla fine i miei libri cosiddetti di tradizioni popolari servano anche alla memoria del passato, ma il mio primo intento non è stato quello di tramandare, quanto innanzi tutto di conoscere, cioè di entrare nello spirito di un territorio che non mi era familiare perché non ci sono nata. E per penetrarlo non mi bastava la storia dei Colonna, ma volevo quella della gente comune e poi, una volta che me ne sono innamorata, c'è stato il bisogno di raccontarla, - tanto era interessante per me, di portare alla luce la vita del popolo, di dare voce alle donne che hanno fatto il bucato con la cenere e lavorato nelle vigne cantando, ai boscaioli, ai carbonai, ai fascettari, ai mulattieri. Le filastrocche, i canti, le preghiere popolari erano parte integrante di quella vita. Chiare conferme delle mie intenzioni mi sembra possano essere le epigrafi che ho scelto per le premesse: nel primo libro, quello sulla vita quotidiana di Rocca di Papa degli anni '20 ( mio padre era nato a Rocca di Papa nel 1901 ), una frase di Cicerone: Dovunque entriamo, poniamo i piedi in qualche storia.
Nel libro sui Boscaioli e carbonai prima Celine: Tutto quello che è interessante accade nell'ombra davvero, non si sa nulla della vera storia degli uomini. A cui segue Singer: Quando un giorno finisce non esiste più. Cosa ne rimane? Niente più di un racconto.

Le storie raccontate al focolare, e non solo, quelle di esseri misteriosi e invisibili, hanno tuttora un fascino e un'attrattiva che ci tieni incollati alla parola. Ma, secondo Lei, cosa ne resta oggi dell'antico focolare? Quali altre narrazioni sono intanto sopraggiunte?
Credo che non sia rimasto quasi nulla. Dopo tanti secoli in cui la parola orale ha avuto un ruolo fondamentale, tutto è cambiato velocemente - penso agli anni precedenti alla seconda guerra mondiale quando all'osteria venivano ancora cantati (cantà a poeta) versi della Divina Commedia, della Gerusalemme Liberata, e interamente quelli della Pia de' Tolomei. Anni non tanto lontani. E' stato l' avvento della televisione, la prevalenza dell'immagine sulla parola, insieme ad una maggiore alfabetizzazione, a operare questo mutamento? Certamente le cause di questo cambiamento sono molteplici, complesse da indagare e non è questo lo spazio adatto per farlo, possiamo solo prenderne atto. Forse le varie telenovele e i programmi di storie vere (quanto manipolate ?) hanno preso il posto dei racconti del focolare.

Ci parla del suo ultimo lavoro "Streghe spiriti e folletti" dove tutto è incentrato sui racconti di paura, che Lei ha accompagnato a un sapiente lavoro di comparazione con la letteratura "colta"?
Il libro delle streghe è nato dal fatto che nella mia infanzia in Toscana non avevo mai sentito parlare di streghe se non di quelle delle fiabe. Venendo ad abitare a Rocca di Papa ho trovato invece che le streghe erano ritenute persone in carne e ossa - potevano anche essere parenti, vicine di casa - e così in molti dei Castelli. Sentirne parlare come protagoniste di avvenimenti realmente accaduti, mi ha dato l'idea - ogni volta - che le fiabe assumessero vita, che si concretizzassero in quelle cucine dove stavo ad ascoltare.
Il libro è nato per condividere con gli altri questo senso di meraviglia, questo piacere, a cui si è aggiunto il mio personale piacere della narrazione, e infine - veramente questa volta - per "salvare" quanto dell'immaginario popolare è ancora presente nei Castelli.
Il fatto di aver comparato usanze, credenze popolari con brani della letteratura colta è stato spontaneo e fa parte di quel senso di meraviglia di cui ho parlato prima. Quando ascoltavo una delle varie storie, che poi ho scritto nel libro delle streghe, ecco che inaspettatamente veniva fuori un particolare che avevo letto in precedenza in Calvino, o nella Deledda, nel Belli, in Carlo Levi, addirittura in Shakespeare... Secondo me era interessante far comprendere questa circolarità di usanze e di tradizioni.

Lei ha parlato di mistero della vita e mistero della umana condizione universale. Quale risposta cerca dal lavoro sui suoi libri, da questo scavo, da questa ricerca strenua di materiale umano?
E' vero. Credo che alla fine sia stato proprio il cercare di scalfire il mistero dell'umana esistenza che mi ha fatto ascoltare con grande attenzione ed empatia le parole delle tante persone intervistate. I miei libri per adulti sono stati per me viaggi umanamente avventurosi - l'ho scritto nella premessa dei Boscaioli - nella vita di uomini e di donne che non saranno ricordati nei libri di storia, ma non per questo di una umanità di minor valore. Uomini e donne che hanno attraversato il tempo avuto in sorte pieni di coraggio e di amore per la vita.
Da questi libri-viaggi ho imparato molto, molto di più di quanto poi ho scritto - penso a quanto rimane fuori da questo genere di libri. Certamente il valore umano dell'ascolto mi è rimasto dentro.

Ti sei dedicata anche a fiabe per bambini. Che cosa ti ha spinto a rivolgerti ad un pubblico così giovane?
Mi ha spinto il fatto che dopo storie "di verità" avevo bisogno di sentirmi libera di inventare, di giocare con la fantasia senza steccati. Secondo me non ci sono che le fiabe, in cui tutto può accadere, che diano la libertà assoluta. Ho insegnato molti anni, forse per questo - o nonostante questo, non so - è rimasta in me una parte infantile, giocosa che ha voglia di divertirsi. Purtroppo non è facile scrivere per bambini perché - si sa - il linguaggio cambia velocemente e i bambini sono lettori esigentissimi e sinceri. Il breve romanzo fiabesco avventuroso, Arbìn bambinoalbero, pubblicato nel 2008, è scritto in un linguaggio molto semplice e, mi sembra, vicino al mondo infantile, mentre le quattro fiabe de Il Principe degli specchi, pubblicate nel 2000 e nate per adulti, hanno bisogno di una rinfrescata linguistica. Spero di poterci lavorare per una prossima ristampa.

 

 

 

Per la rubrica Folklore - Numero 124 febbraio 2015