RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Cinema

Divagazioni tra Ranieri, Leopardi, Martone e i Castelli Romani

Pubblichiamo volentieri questo piccolo saggio su "Ginevra o l'orfana della Nunziata" che ci ha regalato Umberto Coldagelli, nonostante superi i limiti dei nostri articoli, perchè convinti possa suscitare interesse anche per i non addetti ai lavori e curiosità non solo per gli appassionati di Leopardi ma per tutti coloro che anche da profani hanno visto in questi giorni il bel film di Martone Il giovane favoloso (E.D.)

Antonio Ranieri (Napoli, 1806-1888) è famoso nella nostra letteratura soprattutto per essere stato amico, e in qualche modo, protettore di Giacomo Leopardi negli anni che vanno grosso modo dal 1830 al 1837, anno della morte del grande poeta di Recanati. è famigerato per aver scritto su questi anni di umano e intellettuale "sodalizio" (era la parola che Ranieri preferiva adoperare) una memoria dal titolo appunto "Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi" (1880) che fu definita già nel 1897 una "sventura postuma di Giacomo Leopardi" da Franco Ridella che proprio così intitolo' un grosso volume critico-biografico indirizzato alla demolizione dello scritto del Ranieri che peraltro suscitò immediatamente, alla sua comparsa, un coacervo di polemiche dovute al fatto che il poeta non usciva certo con onore dai ricordi del suo sodale. Leopardi emergeva dal libro come un malato fastidioso e capriccioso, che faceva "della notte giorno e viceversa", eccedeva in materia di dolci e di gelati, non voleva a nessun patto cambiarsi di camicia e delle altre biancherie, ma in compenso gratificava Antonio e l'"angelica" sorella Paolina Ranieri di manifestazioni poco piacevoli derivanti dalle precarie condizioni di salute come "sputi sanguigni", "bronchiti purulente", "vomiche", "spaventevole ftiriasi", "idropisie", e (con bellissimo giro di frase) "benefizio quotidiano del ventre". E non stupisca la proprietà scientifica dei termini, perchè Ranieri era esperto di medicina.

D'altro lato Leopardi nell'operetta, oltre che maltrattato è anche totalmente muto: infatti, l'amico il quale egli considerava come un "giovane d'ingegno raro, di ottime lettere italiane, latine e greche, di cuore bellissimo e grande", non riferì nel libro nemmeno una frase del poeta, nè un motto di spirito, un aforisma, una battuta, niente di niente (si ricordi che stiamo parlando dell'autore dei "Canti", delle "Operette morali", etc, che pure, io credo, qualcosa d'interessante avrà avuto da commentare magari anche sulle materie più correnti).

E dire che Ranieri, secondo quanto riferisce egli stesso, aveva "ragionato con lui tutte le ventiquattr'ore del dì per lunghi anni e lunghe avventure", ascoltandone (ma non registrandone, evidentemente) gli "altissimi e quasi più che umani concetti". Oggi sappiamo che la verità fu molto diversa anche in merito alla protezione che Ranieri offriva a Leopardi : ad esempio era Leopardi che raccomandava "il bello, colto e gentile" (secondo Giambattista Niccolini), ma spiantato Ranieri, ad intellettuali, letterati e finanche alla bellissima Fanny Targioni-Tozzetti (l'Aspasia del famoso ciclo di poesie leopardiane), che a sua volta definiva graziosamente il poeta un "camorro" (ossia brutto, sconcio, malsano, uggioso e sofistico, come dicono i vocabolari, e scusate se è poco!). Cosi, infatti, avvenne che attraverso Leopardi Fanny arrivò al bello e aitante Ranieri che era il suo vero obiettivo e si intrecciò tra di loro una tenace relazione amorosa. Aggiungo solo che allo stesso modo era Leopardi che anche a Napoli, nell'ultimo periodo della sua esistenza, provvedeva al sostentamento di se stesso e del suo sodale, magari piegandosi a chiedere soldi al padre Monaldo.

Ma per quanto riguarda il Ranieri infedele biografo leopardiano ritengo che basti, anche se mi piace ricordare lo scoppio di irritazione di Alberto Arbasino in una nota all'edizione dei "Sette anni di sodalizio..." pubblicata da Garzanti nel 1979 : "Questo imbecille di Ranieri... ". Non era un imbecille, ma si era messo in testa evidentemente di santificare se stesso e la sorella a spese di Leopardi.

In realtà la frequentazione con Leopardi accese le sue energie creative (non si dimentichi che i due amici a Napoli scrivevano gomito a gomito) consentendogli di darci se non la sua opera più riuscita, quella più importante.

Si tratta del romanzo "Ginevra o l'orfana della Nunziata" che viene ideato a partire dal 1833, prende forma l'anno dopo, e comincia ad essere pubblicato nel 1836, suscitando le ire della censura borbonica che ne sospende la pubblicazione dopo il primo volume per la pericolosità del suo contenuto (in pratica per le ragioni che già avevano indotto il blocco della pubblicazione presso l'editore napoletano Starita delle opere dello stesso Leopardi). Poi l'opera del Ranieri, che procurò al suo autore anche un periodo di carcere, avrà un suo percorso editoriale abbastanza accidentato fino all'edizione definitiva che uscì nel 1862.

A questo punto comincio dal far notare come l'ombra di Leopardi si affacci già a partire dalla dedica: "L'autore dedica queste carte scritte non per odio ma per carità dè fratelli alla memoria del suo immortale maestro Giacomo Leopardi" ; ma è presente già nel titolo : infatti più di uno studioso ha notato che si presenta in esso l'eco del leopardiano "La ginestra o il fiore del deserto" si badi all'assonanza "Ginevra" "Ginestra" ed all'impiego del sottotitolo in entrambi i casi (e qui mi si passi una breve digressione sulla somiglianza certo non casuale tra certi titoli: penso a quello del recente film di Mario Martone su Leopardi, "Il giovane favoloso", da confrontare con quello della raccolta di scritti di Carlo Michelstaedter, grande ammiratore di Leopardi, pubblicata dall'editore Adelphi a cura di Sergio Campailla col titolo "La melodia del giovane divino" ; giovane era Leopardi, morto a 39 anni nel 1837, ancora più giovane Michelstaedter suicida a 23 anni nel 1910, cosi come lo era il "giovane divino", cioè il grande compositore Giovanni Battista Pergolesi, di solo 26 anni sul quale la raccolta presenta uno scritto).

Ma il canto leopardiano è esplicitamente citato nel romanzo, e la contemplazione celeste di Ginevra che fa seguito alla lettura da parte sua di un libro di astronomia (Leopardi aveva scritto ancora ragazzo una "Storia dell'astronomia" e Ginevra è sembrata a più di un lettore una specie di Leopardi in gonnella in molte delle sue vicende), ricorda molto la grande strofe cosmica della Ginestra: "Sovente in queste rive,/ che, desolate, a bruno / veste il flutto indurato, e par che ondeggi, / seggo la notte ; e su la mesta landa / in purissimo azzurro / veggo dall'alto fiammeggiar le stelle ... ", con quel che segue (è il brano recitato da Elio Germano-Leopardi alla fine del film di Martone).

Ma non posso qui insistere sulle innumerevoli parafrasi di brani leopardiani contenuti nell'opera e quindi veniamo brevemente alla trama: si tratta della storia, narrata come una confessione al "padre penitenziere", di una "figlia del peccato" dell'orfanotrofio della Nunziata di Napoli. Una volta uscita da questo infernale immodezzaio umano, passa di mano in mano come un oggetto, nel contesto di una Napoli rappresentata come una città terribile, mostruosa, dove tra megere, delinquenti e sbirri non meno crudeli e depravati dei delinquenti, subisce ogni sorta di soprusi e di sfruttamenti (a soli quattro anni viene impiegata da una donna di malaffare come esca per guadagnare l'elemosina) ; il peggio però avviene sempre quando viene ricacciata alla Nunziata dove viene perfino violentata da un prete che era riuscito a corrompere la sua innocenza. In seguito, dopo innumerevoli peripezie nel corso delle quali partorisce due figli (uno è costretta ad abbandonarlo, l'altro muore), viene gettata nel Tevere a Roma da un amante traditore salvandosi a stento, e dopo una parentesi di serenità che dura tre anni (vedremo in quali luoghi), muore infine di consunzione a 24 anni nell'ennesimo convento.

Come si vede anche da questo breve riassunto si può rilevare la scottante contempotaneità della materia trattata: la brutalità e l'indifferenza nei confronti dei più deboli, la crudeltà e la violenza nei confronti dei bambini e delle donne, l'abbandono totale delle classi più basse nella scala sociale alla miseria più squallida e all'ignoranza, le vergogne e le deficienze dei servizi di assistenza del governo borbonico.

Alla lettura non si puo' non avvertire ben più di una eco di situazioni che si ripropongono drammaticamente ai nostri giorni. Comunque sono questi i contenuti che hanno meritato, secondo alcuni studiosi, alla "Ginevra" il titolo di primo romanzo sociale della letteratura italiana se non addirittura di quella europea (si ponga attenzione al fatto che l'opera del Ranieri sembra precedere l'Oliver Twist di Charles Dickens pubblicato a puntate tra il 1837 e il 1838 e che presenta non poche somiglianze con la "Ginevra" per quanto riguarda l'argomento, senza naturalmente che i due scrittori abbiano avuto notizia l'uno dell'altro). Eppure anche al livello della rappresentazione coraggiosa di una materia così scabrosa e così compromettente al cospetto delle autorità di quel tempo, ho il sospetto che Ranieri debba qualcosa al suo grande maestro.
Come è noto Leopardi non si separava mai nel corso dei suoi viaggi da una cospicua quantità di manoscritti di proprie opere edite e inedite, e tra l'altro tutto questo materiale rimase, dopo la morte del poeta, in possesso di Ranieri che tra il 1843 ed il 1845 curò la pubblicazione del proprio lascito leopardiano. Ora, tra le carte di Leopardi, a cui naturalmente Ranieri aveva accesso anche quando l'amico era ancora vivente, si trovavano le due famose canzoni "rifiutate" del 1819. Su una di queste, quella dal titolo già di per sé significativo di "Nella morte di una donna fatta trucidare col suo portato dal corruttore per mano ed arte di un chirurgo", conviene soffermarsi brevemente.

La canzone trae spunto da un fatto di cronaca avvenuto in quello stesso anno 1819 e che ebbe per vittima una giovane di 24 anni (la stessa età di Ginevra, sarà un caso?), e Leopardi non solo si ispirò ad un aborto finito tragicamente, ma ne descrisse nella canzone tutte le fasi chirurgiche e gli stadi del dolore della vittima, con una crudezza di rappresentazione che è temperata solo in parte dall'ampio giro neoclassico del verso leopardiano e da una probabile suggestione classica proveniente dalla lettura del trattato di medicina di Celso, dove il medico romano, nel settimo libro aveva descritto molto realisticamente l'estrazione di un feto morto dall'utero.

Anche con queste precisazioni il linguaggio di Leopardi rimane molto esplicito; nella quarta stanza infatti il corpo della giovane viene rappresentato nella lacerazione della sofferenza : "Misera, invan le braccia / spasimate tendesti, ed ambe invano / sanguinasti le palme a stringer volte, / ... gli smaniosi squarci e l'empia mano", e si legga l'ipotiposi del chirurgo "carnefice nefando, uso nè putri corpi affondar l'acciaro" (invece qui sta affondando i ferri chirurgici in un corpo giovane e bello).

L'intento di Leopardi, (che passa a Ranieri nel romanzo) naturalmente, non è quello di produrre una rappresentazione gratuita, priva di scopi poetici e morali, della crudeltà, del macabro, del brutto, del ripugnante, ma quello di esprimere una volontà ideologica addirittura rivoluzionaria. Si consideri, infatti, che siamo nell'epoca della Restaurazione, in un paese arretrato appartenente allo Stato della Chiesa, e ci parla un poeta educato nel contesto di un ambiente famigliare cattolico-reazionario e che aveva tutte le intenzioni di pubblicare una poesia che tratta di uno degli argomenti più imbarazzanti e scabrosi per la morale allora corrente (ed oggi?), dove l'autore prende senz'altro le parti della donna, riscattandola dalla parte di colpevole che, secondo le norme religiose e sociali, le sarebbe stato riservato per assegnargli quella di vittima senza se e senza ma, e qui bisogna di nuovo citare la canzone : "Per consolarti io canto o donna mia / canto perch'io so bene / che non ha chi m'ascolta un cor di pietra, / nè guarda il fallo tuo ma le tue pene".

Il supplizio della giovane, tra l'altro, viene definito "cruciato", che forse è una parola che colpisce un po' duramente il nostro orecchio per il suo carattere arcaico, ma nel contesto è estremamente pregnante, con la sua radice che ovviamente è la stessa di croce e che fa perciò (a me perlomeno) sospettare che Leopardi volesse alludere ad una grande Vittima crocifissa che però non nomina per non stabilire una troppo precisa corrispondenza che sarebbe stata troppo sconveniente.

Insomma la sorte che subisce la donna di questa canzone assomiglia molto, se non nei minimi particolari, nella generalità del contesto, a quella della Ginevra di Ranieri, che quindi mi considero legittimato a considerare derivante da efficaci suggestioni leopardiane che sono operanti anche per noi che ci troviamo nel terzo millennio e che siamo subissati dalle cronache dei nostri mass-media che ci raccontano degli stessi fatti rappresentati da Leopardi e Ranieri, solo che li chiamiamo "femminicidio", stalking, sfruttamento della prostituzione minorile, frutti della stessa crudeltà e dello stesso impulso alla violenza e alla sopraffazione dei più deboli che imperavano nel XIX secolo, e dunque stiamo parlando di opere che hanno molto da dirci pur essendo cosi lontane nel tempo.

Ora torniamo con gli ultimi appunti a Ginevra: ho già accennato al fatto che il personaggio nel mezzo di un flusso interminabile di sciagure, riesce a passare tre anni di relativa pace e serenità nel corso dei quali la sorte gli si mostra meno maligna che in precedenza; ebbene i luoghi dove Ranieri ambienta l'effimero idillio di Ginevra negli ultimi capitoli del suo romanzo sono i nostri Castelli Romani, il paradiso di tanti scrittori ed artisti tra XVIII e XIX secolo. Ginevra fugge da Roma e trova rifugio in una grotta presso un'anziana e santa eremita.

La descrizione dei luoghi comincia così: "Io vidi da Albano il sole che si tuffava misteriosamente nell'onde, e vidi sciami infiniti di gracchianti uccelli quasi accompagnarlo nella sua caduta." Più oltre:" ...una delle più incantate di quelle colline che sono a cavaliere dè due laghi d'Albano e di Nemi, ove tutto quell'incanto si specchia. Quivi sono foreste ed ombre e solitudini sovrumane, che sembrano sfidare e Turno e Lavinia, e tutte le più remote memorie laziali. Quivi sono antri eterni, ignoti non che agli uomini, al sole. Quivi sono silenzi fidatissimi, dove è dato all'infelice di chiamare la matrigna natura a render quasi ragione della sua incomprensibile ingiustizia".

Un ultimo tocco da paradiso terrestre: "O come erano dolci l'erbucce e il pane che mangiavamo, condite dell'altro cibo celeste di cui notte e dì ci nutrivamo! O come era tutto amore e gioia in quella grotta! O come gli animali stessi salvatichi, consapevoli che noi non avevamo bisogno delle loro misere carni per nutrirci, venivano, come placidi ed amorosi amici, a visitarci ed a lambirci...". Ossia la giovane perseguitata per trovare conforto e ristoro ha dovuto allontarsi da ogni commercio con gli uomini, e rifugiarsi in una specie di Eden biblico situato tra i laghi Albano e di Nemi, che il suo creatore Antonio Ranieri aveva visto assieme nientedimeno che a Giacomo Leopardi. Ginevra alla fine verrà riafferrata dal suo tragico destino e condotta di nuovo in un convento dove come si è detto morirà.


Breve nota bibliografica:
"La Ginevra o l'orfana della Nunziata" di Antonio Ranieri nell'edizione di Nino Aragno, Torino: 2006 ;
"Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi" Garzanti, Milano: 1979
Il "gener frale: saggi leopardiani" di Novella Bellucci, Venezia: Marsilio, 2010.

Per la rubrica Cinema - Numero 123 dicembre 2014