RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Cibo per la mente

Ora è altrove

La tensione del varco, di montaliana memoria; l'esuberanza vigile di un costrutto consapevole della 'barriera semantica', di ciò che può essere pronunciato da quel che implicito rimane, come comunicazione e come epistemologia, nella cogitazione che lo spreme e lo perde; e inoltre, tutto l'inventario di una duttile materia armonica di versi rivolti all'enigma della vita e risolti in un canto all'amore, dopo aver tentato più e più volte di sondare i sigilli del mistero esistenziale: «... per il costante nascere e morire / nel volo inafferrabile del tempo; / per l'amore inciso dentro l'essere / infinito che spaura: / è per tutto questo senso del sentire / che talvolta, lo sguardo commosso, / abita, l'uomo, con occhi di preghiera... / e posa stupefatto, senza dire»; e poi, ancora, il superamento di ogni confine nella nostra capacità di discernimento, l'inquietudine del cuore dal buio dei suoi filamenti, il tracciante che indica un disguido di luce nella necessità di leggere il nostro tempo e scrivere una pagina nuova: questo e oltre, col suo magico gomitolo, si propone di rammagliare Marco Onofrio nel suo "poemetto", "Ora è altrove", ché di poemetto si tratta, benché costituito di poesie.
La risposta è già insita nella lirica di introduzione, nella insistita richiesta di «dare il nome vero ad ogni cosa / e voce a quanto ne richiede / e pace: a ciò che non riposa»: una sorta di veggenza, attraverso la voce di chi è consapevole dell'assurdo che lo circonda e che, in forza del "dare il nome", è capace di irridere il nodo gordiano del dubbio. Se n'è accorto nella postfazione Dante Maffìa, connettendo le combinazioni scritturali del Nostro in un «arrotolarsi vertiginoso di 'scoperte' che sembrano venir fuori da un'autoanalisi spietata». Significa, in altre parole, che l'operazione poetica di Marco Onofrio è tutta incentrata, concluso il passaggio nella leggenda orfica e surreale, sull'immane corpo tecnico-spirituale degli ordini lirici classici, platonici, simbolisti, in una terra che per mezzo della visione poetica muove alla scoperta delle cose e dei loro perché, mentre la perfezione e l'assoluto sono assunti a centri emblematici delle infinite qualità che, in perenne fase sinonimica, consumano nello stesso respiro originario dell'essere, le lacrime e le rose, l'aria e il silenzio, la rugiada e la luce e gli intensi oggetti inesausti che vibrano nella tensione dell'effimero e nella rarefazione sottile di una realtà irrisolta. In lui la tempra del "cercatore", se si vuole del "viandante", che scava nella parola il timbro dell'erranza e del distinguo, della pronuncia che apre innumerevoli altri interrogativi, scopre l'equazione tra poesia e conoscenza, e anche tra poesia e preghiera. E quei suoi grumi di sensazioni e concetti, improntati al gioco metamorfico e a tratti allucinatorio proprio dei surrealisti, divengono, pagina dopo pagina, dichiarazioni programmatiche delle "eterne idee" che si arroventano e/o si scoloriscono sulla bocca - e in eguale misura alle ordinate architetture delle forme - mentre viene contrapposta una poetica tanto visionaria quanto trapuntata di oggetti magari snaturati, di riso e di sangue: «... Ma vinci la risposta che non c'è, / trionfa la mancanza, domina la fiera / lotta col divorante bruco».
Marco Onofrio non fa sconti alla sua sete di conoscenza neanche avanzando nel territorio di nessuno della morte corporale, là dove la poesia si guarda bene dal dimorare. Semmai, cresce il suo ardore conoscitivo in un atto di fede, anzi ne sostanzia l'acquisto di sapienza e salvezza di cui solo la poesia può farsi portatrice: «Credo che siamo tutti tempo incarnato / per questo, dobbiamo avere tempo / o darcelo in dono - anche se manca: / per vivere, non solo per esistere, la vita». E mentre pare sostare sul purismo intellettivo di Valery e di Guillèn, o sul sacro mito della lingua poetica di Gòngora, o sullo spiritualismo rilkiano, giunti fino al Nostro attraverso le sue smisurate letture, è la sua esuberanza oracolare che lo spinge a penetrare nella profondità delle cose per ricercare e ricercarsi attraverso gli elementi primordiali, il nucleo dell'energia pura, il tutto e il niente che è distillato fino a noi attraverso miliardi di generazioni. Così questa poesia oscilla sul discrimine tra la dimensione delle essenze innominabili e la concreta bontà della natura, dei «torrenti limpidi di amore [che] scrosciano dal mondo / nei precordi: estasi / riverbero nelle fibre del profondo», per scrivere «la lingua misteriosa del silenzio». In questa ricerca spirituale, che nel suo punto più alto prorompe in «Io vedo l'invisibile / io sento», Marco Onofrio ha il dono di oltrepassare quella soglia, di andare e tornare portando quel che regola l'armonia dell'universo nella sua biunivocità, poiché «noi siamo quello di noi due / che adesso veglia / mentre l'altro dorme».
Cogliere quella terrestrità già tutta intrisa di pinnacoli intuitivi e di apparenze con il sogno e lo scarto gnoseologico che sancisce la corposa levità del dettato, è compito lasciato al lettore attento, al lettore interessato a scoprire in questo "compatto poema" (la dizione è tratta da Sereni) la doppia natura dei massimi sistemi, che è liquida e trasparente, per colore e odore, per sostanza e forma. Aggiungerei che gli approfondimenti formali e metafisici, in stretto rapporto con quelli stilistici, e la ricerca di perfezione, più che mai viva e convergente, bastano a dare a questa raccolta un contrassegno di necessaria, nobile scrittura.

 



Ora è altrove ha finora ottenuto i seguenti riconoscimenti letterari:

  • ∗ finalista al Premio "Cingari", Reggio Calabria;
  • ∗ targa grande al Premio "Badia di S. Savino, Pisa"
  • ∗ premio speciale al Premio "San Domenichino", Massa;
  • ∗ menzione d'onore della giuria al Premio "Città di Sassari";
  • ∗ primo classificato sezione Poesia Edita al "Città di Torino";
  • ∗ secondo classificato al Premio "La locanda del Doge", Rovigo.


Marco Onofrio, Ora è altrove, ■
Lepisma, Roma, 2013

Per la rubrica Cibo per la mente - Numero 119 febbraio 2014