RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Storia locale

Per le antiche vie {di Albano}

Sfogliando attentamente le pagine di questo libro arioso, essenziale, una sorta di elicottero sulla storia e le visioni di Albano, un 'elicottero' guidato da Maurizio Bocci, mi sono venute in mente numerose considerazioni.
La prima è questa: Platone (mi sembra) diceva che l'invenzione della scrittura è stata una grande cosa, ma forse ha indebolito la memoria. Infatti, antecedentemente all'alfabeto fonetico c'era la tradizione orale: i vecchi venivano rispettati perché rappresentavano la documentazione mnemonica dei fatti avvenuti, delle stipule legali, delle promesse, delle 'res gestae' e delle genealogie. Ma senza il prodigio della scrittura -e poi della fotografia- sarebbe diversa oggi la civiltà? E, guarda caso, stiamo tornando, grazie alle tecniche elettroniche, a quella specie di non-uso della scrittura che ci renderà analfabeti di ritorno. Dove voglio parare? Maurizio Bocci osserva che se ha potuto realizzare questo eccezionale libro-documento, lo deve alle cartoline, che si spedivano in segno di saluto. Oggi non usa più inviare il cartaceo, ma ai social network affidiamo in modo esagerato, minuto per minuto, pensieri, immagini: e chissà quale fine faranno nell'immenso archivio di queste reti sociali ove sono connessi individui tra loro distanti... e forse non avremo più a disposizione l'opportunità per racimolare ed eternare i momenti, i luoghi, le atmosfere del nostro passato nelle nostre città. Alla stessa maniera, non esisteranno gli illuminanti e preziosissimi epistolari, perché le lettere non si mandano più, tranne quelle che richiedono i pagamenti delle numerose tasse che affliggono gli italiani.

Però, ogni medaglia ha il suo rovescio. Se il telefono e il cellulare, e quindi le e-mail ci mettono sincronicamente a contatto con l'interlocutore - e tutto ciò sa di prodigio - dovremo acquisire una nuova forma mentis per le tecnologie che non permetteranno di lavorare come oggi nei vari campi della vita. Io non sono un apologeta del passato (i latinisti direbbero "laudator temporis acti"), nonostante i miei studi sul nostro dialetto. Tuttavia, debbo esprimere un'altra osservazione che nasce sempre dal contemplare i luoghi nella loro realtà di appena cento anni or sono. Apparentemente -so di prestare il fianco a critiche, ma è "biologico" criticare, e necessario- le piazze, i palazzi, le strade, i panorami, sono gli stessi, con qualche modifica in meglio o in peggio, ma praticamente essi sono diversi, appartengono a un mondo che non è più. Voglio significare questo: la città (o il piccolo paese), pur restando all'apparenza uguale nei suoi monumenti etc., è tutt'altro con il susseguirsi delle generazioni. La Albano dei primi del Novecento, anche se strutturalmente ha conservato la sua forma centrale (non parlo delle aggiunte di agglomerati urbani che -come in tutto il mondo- deturpano la "bellezza antica"), nell'intimo è cambiata. Una via popolata da gente che discorre e passeggia, magari accanto a muli, asini e cavalli, è assolutamente diversa dalla stessa che le macchine intasano di puzza, rumore, con brutale occupazione degli spazi destinati alle "creature viventi". Via Aurelio Saffi, di cui si legge nel libro, e piazza Pia e lo stesso Corso, pur restando uguali nella struttura architettonica e urbanistica, appartengono a un altro mondo, a un'altra città, a una realtà irriconoscibile. Dove prima era l'uomo, ora è l'automobile; dove prima giocavano i bambini, adesso rullano le motorette; dove prima si mettevano le sedie a rotonda per le donne a fare la calza e a spettegolare, ora passano veloci gli autobus, sfrecciamo le macchine, si rintanano dove possono i pedoni; dove prima l'oste poneva a stagnare la pistarola e allargava la sua fraschetta all'esterno con le palanche sulle zinnette e i tavoli per le bevute allegre dei beverini, adesso posteggiano automobili; dove prima si vedevano magari file litigiose di donne con le conche e le bagnarole aspettare il turno alla fontana, adesso non c'è più nemmeno la bocca d'acqua. Meglio o peggio? Entrambe le cose: ma la verità è che le città o i paesi di cent'anni fa, non sono gli stessi di oggi, anche -ripeto- serbando i lineamenti di fondo. Piazza San Paolo è forse come la si vede nelle cartoline "antiche", silenziosa nelle sue erbe a ciuffi fra il selciato e i panni stesi da platano a platano? Oggi è un'accozzaglia orripilante di auto in parcheggio. Sola, in alto, la facciata della chiesa di San Paolo, sogno ancora intatto, ma forse per poco.

Allora, quale interesse e quale necessità ricoprono lavori come questo - assai bello - di Maurizio Bocci? È unicamente la restituzione della memoria? Oppure, c'è dell'altro? Io credo ci sia quell'inafferrabile bisogno, che si nasconde in tutti noi, di rivivere un tempo che non vivemmo, ma che sentimmo nei racconti dei genitori e dei nonni, qualcuno fortunato anche dai bisnonni. Direi, con una frase antica: "è la voce del sangue". Voce di cui nessuno può fare a meno, se vuole sentirsi ramo di qualche albero piantato a terra, dove la radici suggono i nutrimenti vitali della storia. Senza la storia, l'uomo è anonimo, anzi: non esiste. Non per nulla quel gigante di Ugo Foscolo, nelle sue lezioni all'università di Pavia, ripeteva: "O giovani, io vi esorto alle istorie".

Questo libro, fruibile, agile, documentatissimo e appassionato, è un'esortazione. A suo modo, è un invito alle 'istorie', quelle patrie, perché anche una strada non solo "ha" una storia, ma "è" una storia: lì vissero i nostri simili, quelli da cui abbiamo ereditato la vita e il dna. Pure il nostro paese è il nostro dna. Quello generale. Per ciò dobbiamo amarlo, e amarci!

Per la rubrica Storia locale - Numero 118 novembre 2013
Aldo Onorati |
Per la rubrica Storia locale - Numero 118 novembre 2013