RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Cibo per la mente

Piangi pure

"Le mie parole sono fari nella nebbia. Non salvano vite. Sono lucciole in una notte di giugno. Accese a decorare il buio. Carine. Ma se ne può fare a meno."

Iris è una donna di quasi ottant'anni che ha venduto in tempi di crisi la nuda proprietà della sua casa. Iris è infatti rimasta senza un soldo dopo aver dissipato la sua rendita. Iris ha una figlia, alla quale ha dunque sottratto l'eredità, alla perenne ricerca di un Dio col quale però non riesce a instaurare un dialogo solido abbastanza da farla uscire dalla sua solitudine, dalla barricata di silenzio che si è costruita intorno. Iris ha anche una nipote che sfrutta la sconvolgente bellezza di cui la natura l'ha dotata, per sbarcare fin troppo bene il lunario. Tre donne, tre generazioni diverse, tre modi di rapportarsi con l'esistenza.

Iris abita quindi una casa non più sua e da quando l'appartamento non le appartiene più, lo squillo del citofono sembra essere diventato più prepotente; una varia e per nulla imbarazzata umanità, sfila imperturbabile davanti alla sua casa, trepida si fa invitare ad entrare, per riversare su questa donna ottantenne, sobria e lucidissima, la storia delle loro vite, tra banalità, meschinità, bugie e false reticenze, si spingono a chiederle anche oltre il dovuto. Iris è troppo intelligente per cadere nel tranello, li lascia fare, li lascia dire, li lascia disfare, infine li accompagna alla porta lasciandoli con i loro problemi irrisolti.

Iris esamina ogni tappa della sua vita, un matrimonio sbagliato e il conseguente tradimento, l'abbandono del tetto coniugale, allora da codice penale, un amore folle per un uomo che la usa e non la ricambia, ma di cui Iris subisce il fascino dell'avventura e della trasgressione fino a subire una dipendenza affettiva che la trascinerà molto vicina alla morte, quindi l'impietosa condanna della figlia.

Così scrive:
“L'avevo deciso il giorno prima dell'esame di maturità che mi sarei congedata dal mondo, con le stesse modalità, e la stessa tempistica.
All'approssimarsi dell'appuntamento, com'era prevedibile, mi ero orientata verso una sospensione del progetto.
[...] Quando anche questa dilazione fu consumata, decisi di liberarmi del silenzio dell'isola, quel particolare impasto di risacca e tuono che, soprattutto in inverno, quando il buio cala come una mannaia a decapitare le giornate, avrebbe potuto spingermi, al contrario, a rispettare l'impegno preso in gioventù.
Magari in un impeto.
A gennaio, che è il mese più freddo."

A dispetto dei suoi numerosi anni, Iris ha anche un amore, si tratta di un vicino di casa, uno psicoterapeuta. Si incontrano spesso in un bar del quartiere e si raccontano con frasi brevi e intense, gli aspetti importanti della loro vita, si aiutano negli affanni quotidiani e si incoraggiano.
Con chiarezza e onestà Iris descrive nei suoi innumerevoli diari, la vecchiaia. Con parole impietose e trasparenti, che non lasciano spiragli a cedimenti, a malinconie, a rimpianti o rimorsi, la vita presente è questa, nessuna illusione, i ricordi si affollano alla mente, il corpo restituisce come in uno specchio tutto il peso degli anni vissuti. Ma nessuna lacrima Iris si concede, è così, è sempre stato così, questo deve essere. In modo quasi impudico scrive con tanta lucidità i segni del decadimento soprattutto fisico ma poi anche energetico e mentale, soprattutto nell'era in cui a farla da padrona sono la giovinezza e la bellezza, la spensieratezza a tutti i costi, a qualsiasi prezzo, proprio quella che domina con arroganza nelle pubblicità, al cinema, sulla carta patinata, ed è diventata per tutti un modello e uno status da inseguire con fatica.

Così scrive Lidia Ravera:
“... mi sono guardata spietatamente. Mi sono sottoposta alla luce più crudele, quella che arriva di lato, dalla finestra del corridoio e investe lo specchio del bagno, se lasci la porta aperta.
E' una luce di taglio, naturale.
Sei brutta, mi sono detta, no, non sei nemmeno brutta, sei vecchia.
Le vecchie sono brutte tutte nello stesso modo.
Le giovani sono brutte in modo individuale, le vecchie sono brutte collettivamente, omologate dal cedimento del carapace che le difende fino a un certo punto e poi le molla.
Un granchio che si svuota sulla battigia.
Guardati, mi sono detta.
Lo strato esposto del derma è sottile, sul collo hai due pieghe di pelle vuota, i tuoi occhi sono quasi spariti, incuneati fra lo smottamento delle palpebre e il gonfiore delle occhiaie."

Tanto Iris è impietosa verso se stessa, Iris il rovescio della medaglia, Iris che ha dimenticato quanto l'età avanzata sia invece segno di ben altro: l'eredità del passato, una visione più serena sul tempo, una maggiore predisposizione ai rapporti umani, la visione più chiara sul presente, uno sguardo più acuto e lucido sulla morte.
E già la morte, la grande assente sulla scena dei tempi moderni. L'innominata, l'ostracizzata, l'esorcizzata. E' bello il romanzo di Lidia Ravera, è bello e profondo perché tocca temi decisivi, nel senso che lei scrive con forza e coraggio su ciò che oggi deve essere taciuto, per esempio la morte. La morte così prepotentemente presente nelle piccole e grandi miserie della vita umana, soprattutto durante l'età avanzata, quando non può più essere nascosta o dimenticata mentre altrove si continua ad osannare il mito dell'eterna giovinezza, per dimenticare che oltre a un corpo abbiamo anche un'anima e un cervello.

Ma lì sta il problema parole come anima e cervello non fanno piacere all'immaginario collettivo costruito dalla società "a una dimensione". Ma la vecchiaia e la morte sono più potenti, molto più forti del potere stesso. Ed ecco allora Iris alle prese con i cedimenti dei tessuti ma anche con il suo grande amore, l'uomo di cui è innamorata. Perché mentre il corpo cede e sente il peso degli anni, l'anima invece non è corpo e non è neppure ragione, procede dritta per la sua strada e fa tutto da sola, non è possibile dominarla, l'anima dunque anche a settant'anni inoltrati si innamora. Non è rivoluzionario? Non è l'estrema ribellione all'ordine costituito? Non è un guizzo profondo e inafferrabile di vita? La vita allora c'è, vuol dire che è presente fino alla fine, fino all'ultimo battito del cuore, fino all'ultimo respiro. L'amore... quel sentimento universale che non ci lascia finché la vita resiste e non viene a mancare quando credi che tutto sia finito, "piangi pure" per il momento, per tutti gli istanti che ancora ci sono dati.

Per la rubrica Cibo per la mente - Numero 117 settembre 2013