RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Cibo per la mente

Il paese del mare

E' difficile in un momento come quello che stiamo vivendo, non solo in Italia ma in tutta Europa, parlare della Palestina o del conflitto arabo-israeliano. Se non possiamo restare indifferenti di fronte alla grande sofferenza del popolo palestinese, non possiamo neppure dimenticare la nostra storia, per esempio in Italia, solo lo scorso secolo l'alleanza tra Hitler e Mussolini, la promulgazione delle leggi razziali, i campi di concentramento nelle regioni del Nord-est italiano, le truppe d'occupazione tedesche e i racconti dei sopravvissuti all'Olocausto.

Difficile coniugare la giusta rivendicazione dei palestinesi con la Storia, perché davvero in questo caso essa ci mette di fronte ad una lacerazione. Tutto questo riflettevo leggendo il libro di Ahmad Rafq Awad: un libro profondo e di grande bellezza. Il protagonista è lo scrittore stesso, egli mentre di notte sorveglia il campo di suo padre, si addormenta e nel sogno incontra Abulfida, cavaliere musulmano che veste le sembianze di un animale fantastico. Abulfida è un uomo di lettere, re di Hama, ha partecipato all'assedio di Acri nel 1291. Il cavaliere alato afferra il nostro giovane con i suoi artigli e vola con lui sopra la Palestina osservandola com'è oggi e com'era nel passato. Sogno e fantasia si mescolano alla realtà e alla storia, una storia fatta di guerre, di occupazioni, di esili, che lascia segni profondi nel cuore e nelle anime degli uomini. E' una storia di sofferenze, soprusi, umiliazioni, sconfitte che il protagonista rivive e ripercorre: i persiani, i crociati, i franchi, gli armeni, i mongoli, i turchi, i sionisti, giordani, libanesi, siriani... tutti hanno lasciato la loro impronta di sangue in Palestina. E' emblematico ciò che dice il re al-Ashraf, altro personaggio incontrato da Ahmad nel suo onirico viaggio:

"Io sono il risultato di cento anni di odio, terrore, presunzione e impertinenza dei franchi. E' da cento anni che si trovano qui, attorno a me, respirano la mia aria, bevono la mia acqua, camminano per le mie strade, ormeggiano nei miei porti, uccidono la mia gente e devastano le mie città e i miei castelli, minacciano la mia sicurezza e offendono la mia religione. Cento anni di superbia e di indolenza sono abbastanza, io sono il compendio di questi cento anni, il prodotto dell'odio che è stillato lungo tutto questo periodo."

Il secondo filo conduttore presente nel romanzo è il paesaggio e quindi la terra, la natura, il mare. In sogno la Palestina appare trasfigurata, bella di una bellezza che fa da contraltare alle violenze degli uomini. La natura è descritta da Ahmad Rafiq Awad in termini struggenti: ogni fiore, ogni albero ed ogni erba, ogni animale ed ogni uccello è "nominato", è chiamato cioè col suo nome. Ma anche degli uomini e delle donne sono descritti nei particolari i loro mestieri e le loro tradizioni. Non "il paese delle guerre" o "dell'occupazione" ma Bilad al-bahr, "il paese del mare". Il grande mare, il mare di Cesarea, quel mare per il quale il padre di Ahmad va in estasi, trasformandosi in uno sparviero che si getta in picchiata verso la distesa azzurra.

"Nella notte si propagano odori incredibili: i fiori dei limoni mandano in estasi, i tronchi dei pini si trasformano in legni di aloe profumata, quel fiore bianco e ruvido che la gente di Qadrun chiama il fiore della 'notte del destino', emette un odore forte e pesante che ricorda i desideri e le speranze relative a un periodo determinato, mentre il gelsomino bianco trasforma la notte in una nicchia di luce e in un incensiere".

E' sicuramente anche un libro di difficile lettura, almeno per noi che abbiamo poca dimestichezza con la storia "vera" della Palestina, perché è troppo spesso fuorviante la cronaca che raccontano i telegiornali dei nostri paesi. Il racconto e la narrazione di Ahmad Rafiq Awad ci lascia certo stupefatti, egli può passare da melodie dolci, nostalgie e commozioni, da descrizioni tenerissime di affetti (come quelli ad esempio verso il padre e la madre oppure le storie delle famiglie che hanno perduto) la loro casa, fino ad arrivare agli attuali scenari di violenza atroce, quella delle torture e delle esecuzioni, ma questa violenza non è mai gratuita perché trattasi di una violenza reale subita da uomini e donne, neanche troppo lontani da noi.

Un passo molto bello del libro è quello in cui viene narrata la "santità" del luogo, in stridente contrasto con la realtà. Il giovane vola così su Betlemme:

"Sotto una pioggia intensa e un vento pungente, dove c'è l'odore penetrante della morte e dove il sapore della stessa esistenza viene messo in discussione, osservammo i soldati dell'occupazione circondare la Basilica della Natività. Soldati nei carri armati merkava pronti a uccidere, cecchini sopra l'edificio del municipio nell'altro lato della piazza della Basilica, altri sopra la moschea vicina, soldati dediti a fare cose ridicole come emettere suoni fastidiosi o far scoppiare fumogeni, videocamere appese a un grande pallone fisso sopra la Basilica, nonostante il forte vento. Odore di morte, di benzina e di fucili, odore di sofferenza e di umiliazione, un piccolo pertugio nel mondo".

Più volte in queste pagine ritorna l'incomprensione per i costumi e le abitudini degli occupanti e la condanna verso le loro forme più estreme che, fuori dagli stereotipi con i quali in Occidente ci viene presentata la cultura araba, risulta invece quanto mai saggia e moderata. Risulta anche vicina al comune sentire di molti di noi. Quante volte i modi di vestire, di mangiare e di abitare, propagandati e imposti dalle campagne pubblicitarie, sono apparsi e appaiono indecenti e volgari a noi stessi? Quante volte, noi occidentali abbiamo ritenuto di opporci e andare controcorrente e optare per costumi e abitudini di vita più sobri e più semplici? Ascoltiamo le parole di Ahmas Rafiq Awad:

"Per ingannare il popolo c'è bisogno di due sole cose, nemmeno tre: il pensiero del libero mercato e una televisione seducente...".

A questo proposito lasciano senza parole le lucide analisi sulla globalizzazione, sulle multinazionali, sulla civiltà del guadagno e del profitto, di fronte al quale nulla si ferma o si arresta, sono le nostre stesse riflessioni o perlomeno quelle delle menti più illuminate dell'Occidente. Ci fanno capire quanto gli uomini siano accomunati di fronte ai veri e gravi problemi mondiali al di là di ogni frontiera.

"La decima campagna crociata si distinse completamente dalle campagne precedenti, poiché fu la più profonda e la più durevole; i franchi questa volta agirono per cambiare le nostre coscienze. Quindi iniziammo a odiare la nostra cultura come fanno loro, ci allontanammo dalla nostra identità in cambio di un'identità sconosciuta e inadeguata. Ci persuasero che la società e i suoi profitti sono i nuovi dèi cui dobbiamo rivolgerci [...]. Nel frattempo le autorità del sistema mondiale concentrarono il nuovo potere dei franchi in grandi organizzazioni dal potere incontrastabile, come il Consiglio di Sicurezza, la Banca Mondiale e l'Organizzazione Mondiale del Commercio. Monopolizzarono le risorse, i concetti e le idee, definirono il concetto di pace, di guerra, di terrorismo, di liberalismo, di libertà [...]; inoltre imposero ai popoli di questa regione accordi, confini e governi non consoni alle culture di questi popoli".

Credo che a questo punto altro non possiamo fare che cercare ogni giorno con saggezza, fatica e perseveranza una strada che porti alla risoluzione del conflitto attraverso la Pace. Continuiamo a parlare di Pace, nonostante tutto, anche se la Palestina può offendersi di fronte a questa parola, probabilmente non sono loro a doverla ricordare. Ma noi tutti impegniamoci a cercarla continuamente... la Pace perché è l'unica soluzione possibile, battiamo tutte le sue strade: quelle della diplomazia, della politica, delle relazioni internazionali. Non dimentichiamo mai che la vera forza di una terra, di uno stato, di una nazione, la vera ricchezza si trova nella sua umanità, nella sua capacità di solidarietà e amore e fratellanza verso gli altri, l'idea di uguaglianza e di rispetto deve illuminare e guidare sempre i nostri passi e le nostre decisioni.

Scrive Ahmad Rafiq Awad:

"Ogni guerra ha bisogno di un movente. E' necessaria un'idea preconcetta alla quale legare la nostra rabbia, la nostra testardaggine e la nostra follia".

 


Biografia

Ahmad Rafiq Awad è nato nel 1960 a Ya'bad, una cittadina nei pressi di Jenin, da una famiglia di profughi provenienti dalla regione di Cesarea. Vive a Ramallah e insegna presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università al-Quds di Gerusalemme. Saggista ed editore, è autore di opere teatrali e numerosi romanzi conosciuti e apprezzati in tutto il mondo arabo. Il paese del mare è la sua prima opera tradotta in italiano.

Per la rubrica Cibo per la mente - Numero 114 febbraio 2013