RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Cibo per la mente

Un giallo di Nicola Verde sulle pendici del lago di Albano

La sconosciuta del lago

Intervista a Nicola Verde

Vivavoce ha incontrato uno scrittore dei castelli romani, noto giallista, nicola verde e gli abbiamo chiesto di raccontarci il suo ultimo lavoro "la sconosciuta del lago", un giallo che si ispira a un fatto di cronaca realmente accaduto nell'estate del 1955 con il ritrovamento del cadavere di una donna decapitata nel lago di albano.

La denuncia alla polizia fu fatta solo una settimana dopo la morte perché il meccanico e il sacrestano che avevano rinvenuto il cadavere, si impaurirono. La donna, poi identificata come Antonietta Longo, era stata domestica presso la famiglia di un medico. L'autopsia rivelò anche che aveva abortito da poco. Chi poteva essere l'assassino? E quale era il suo movente? Gli inquirenti dell'epoca non seppero rispondere. Ed è proprio da questo enigma irrisolto che trae spunto la fantasia di Nicola Verde. Protagonista del romanzo è Leopardo Malerba, il commissario incaricato delle indagini; un poliziotto di dubbia moralità e dai metodi discutibili, uno "sbirro" frutto delle miserie di un Paese uscito dal fascismo e dalla guerra solo da pochi anni; accanto a Malerba si muovono altri personaggi, tutti importanti ed emblematici per delineare una storia nera, anzi nerissima, che a poco a poco si trasforma nell'affresco di una stagione della nostra storia, quella dei primi anni Cinquanta, dalle molte ombre e dalle scarsissime luci.

 



Da dove trae origine "La sconosciuta del lago"?
Da un fatto realmente accaduto nel '55 a Castelgandolfo. La donna uccisa si chiamava Antonietta Longo, veniva dalla Sicilia e a Roma faceva la donna di servizio. Il suo corpo decapitato fu trovato sulle sponde del lago e per oltre un mese rimase senza nome. Né la testa, né il suo assassino furono mai rintracciati. Il mio romanzo segue la traiettorie di quelle indagini, le ricalca, per poi prendere una strada tutta sua, inventando personaggi e storie, persino il paese è immaginario, affinché, pur identificando vicenda e luogo, sia chiaro che ne prende le distanze. In fondo, come recita la bandella: è una storia di molte menzogne e poche verità.
Ma non credo che questo semplicemente basti. Non sarebbe esaustivo. Immagino che la domanda vada al di là, pretenda dell'altro: da quale necessità. Le storie nascono quasi sempre da una suggestione, da un'immagine, la mia suggestione è venuta dall'immagine di quella donna senza testa buttata sulle sponde del lago come un manichino (non per niente l'incipit parte in questo modo), mentre attorno le accadevano le cose più strane, alcune paradossali, altre addirittura comiche. Mi sono chiesto che ne avrebbe pensato la diretta interessata se avesse avuto modo di rendersene conto. Tutto si è messo in moto da lì. Ho pensato ai sogni, alle speranze di quella donna di provincia (siamo a metà degli anni '50: fotoromanzi e Cinecittà). Ho riflettuto sulla sua storia, su quello che ne veniva fuori dagli articoli dei giornali dell'epoca: la verità di chi indagava e di chi l'aveva conosciuta. Ma la sua verità? Quella di lei? La verità non è unica, è in ciascuno di noi (il cosiddetto soggettivismo della verità). Così la sua versione dei fatti si affianca a quella degli altri: la morta che parla e si rivolge al commissario. Un paradosso necessario.
Ma non solo.
Stanco delle regole che imbrigliano il genere, ho cercato di raccontare un giallo che fosse allo stesso tempo un anti-giallo: in giro troppi commissari belli, fascinosi e, soprattutto, bravissimi ed ecco il mio Malerba diventare esattamente l'opposto. Il giallo è sempre consolatorio? e allora ecco che il mio, non prevedendo la consegna del colpevole alla giustizia, rifiuta quel buonismo un po' peloso. E poi la necessità più necessità di tutte: quella di tentare di raccontare gli angoli bui degli uomini. Michele Prisco, citando a sua volta un altro autore, scrisse: E' pericoloso scendere nel cuore umano a lume di candela, la fiamma potrebbe estinguersi per mancanza di aria pura.
Be', a me è piaciuto provare.


Si può parlare della storia d'Italia attraverso un romanzo giallo?
Certo che si può. Il mio romanzo, per certi versi, può essere letto anche in questa chiave (non per niente ha vinto il premio romanzo storico al 6° festival mediterraneo del giallo/noir tenutosi recentemente a Sassari). Anzi, credo che il genere sia il mezzo migliore per raccontarla. Ma non dirò mai che si deve. Non ritengo sia obbligatorio. Guardo a Simenon: le sue storie si sono tutte svolte negli anni in cui il mondo era sconvolto dal fascismo e dal nazismo, se non addirittura dalla guerra, eppure non ne ha mai fatto cenno. Una colpa? E perché? Lui ha parlato degli uomini. E nel modo magnifico che sappiamo. Da qualche parte disse: c'è chi colleziona farfalle, io colleziono uomini! L'importante, per quanto mi riguarda, è non limitarsi alla cosiddetta "macchinetta", al gioco per il gioco, alla ricostruzione di un puzzle, alla soluzione di un enigma.

 

Come mai tante donne in questo libro?
A innescare tutto, il caso: la suggestione, come dicevo, è nata dall'immagine di una donna cui era stata tagliata via la testa. Una donna, appunto. Ho cercato di pescare in quella parte femminile che è in me e in ciascun maschietto (se ci sono riuscito, spero di non dovermi troppo preoccupare... scherzo, naturalmente). Poi, tutto è venuto conseguente. In fondo, purtroppo, le vittime predilette dei delitti sono, il più delle volte, proprio le donne.

Cosa è cambiato tra il "delitto" degli anni Cinquanta e quello di oggi, cosa è cambiato nel modo di condurre le indagini?
Cito da un testo di "Tecnica di polizia giudiziaria" degli anni '70, ripreso a sua volta da uno precedente: Delinquere è connaturato all'intima essenza umana. Non esiste, infatti, l'uomo perfetto, completamente libero dagli istinti che ne governano l'Io. Sulla linea di demarcazione degli opposti campi - istinto e forza inibitrice - la barriera divisoria è talvolta salda e rocciosa, tal'altra assai friabile e, quindi, perforabile o agevolmente valicabile.
Da allora non è cambiato niente. Noi siamo uguali a noi stessi da quando siamo apparsi sulla Terra. E così saremo tra un milione o un miliardo di anni. Spesso nemmeno le modalità o gli oggetti per dare la morte sono cambiati: coltelli, mazze, veleni, pistole. Ieri come oggi. Neanche le ragioni: amore, gelosia, pazzia, potere, interessi, denaro. Nell'attuale i mezzi d'informazione sono più immediati, più pervasivi, ma non credo che la delinquenza sia maggiore (o minore) che in altri tempi, almeno in termini statistici. Il rischio, piuttosto, è quello dell'assuefazione capace di renderci indifferenti. Oppure, quello di farci più docili a esser governati con la paura. Quanto ai metodi d'indagine, parlando tempo fa con un colonnello dei carabinieri, mi diceva che oggi si tende troppo a fidarsi della scienza, abbandonando (e dimenticando) l'antico criterio "dell'annusare la pista". Insomma, al vecchio maresciallo che conosceva il territorio, si sostituisce... il navigatore satellitare. Io credo che, come in tutte le cose, bisognerebbe trovare la giusta misura tra i due metodi, l'errore è sempre lo stesso: andare da un opposto all'altro. Ma una cosa, noi semplici cittadini dovremmo sempre tenere ben presente: CSI, NCIS e via dicendo sono soltanto sigle di telefilm americani. La realtà è ben altra.

In questo libro quali caratteristiche connotano il "suo" commissario?
Non è bravo; non è bello; non è alto; non è magro; non è troppo intelligente; non è simpatico; non è moralmente integro. Insomma, nel mio personaggio i "non è" si sprecano. E per quanto riguarda i suoi "è", non sono lusinghieri: è un opportunista; è un mediocre; è un amorale; è uno sconfitto. Ma non se ne rende conto. Non è un personaggio cui viene voglia di identificarsi, ma ponendogli la giusta attenzione, potremmo accorgerci che, per certi versi, un po' ci assomiglia. Tutti, chi più chi meno, abbiamo dentro di noi un pizzico di Leopardo Malerba. Poi ci sono i freni inibitori. Si potrebbe dire: "l'inavvertibile senso" della normalità. Un male infido e irriconoscibile depositato nel fondo di ciascuno di noi: basterebbe scuoterci per far venire a galla quella feccia! Una delle peculiarità del giallo è quella che io definisco "l'identificazione per aspirazione", nel mio romanzo dovrebbe esserci, invece, "il riconoscimento". Più semplicemente. Ma anche più mortificante e terribile.
Nel campo degli indagatori, Malerba è il contrario di quei commissari che vanno tanto di moda e che Andrea Carlo Cappi, con l'intuizione e la sintesi dello scrittore, ha definito: commissari cliché. In definitiva il mio romanzo è un anti-giallo e il mio commissario un anti-personaggio. Un anti per scelta. Ma perché così è nella realtà: non esistono super eroi capaci di venirci in soccorso, ma soltanto degli uomini, a volte loro stessi bisognosi di soccorso. Del resto Sciascia stesso nel suo "A ciascuno il suo" scrisse: gli elementi che portano a risolvere i delitti che si presentano con caratteristiche di misteri o di gratuità sono la confidenza diciamo professionale, la delazione anonima, il caso. E un po', soltanto un po', l'acutezza degli inquirenti.
E mica lo scrisse per denigrare la polizia.

Oggi a farla da padrona per quanto riguarda il genere thriller è la narrativa transoceanica, insomma quella americana, cosa ha significato per lei ambientare un thriller in Italia?
Purtroppo non è da oggi che la narrativa d'oltreoceano la fa da padrona. Il mio romanzo una fida? Mi piacerebbe, ma non è del tutto così, bisogna, infatti, riconoscere che negli ultimi tempi le cose sono migliorate, e adesso gli autori italiani non sono più guardati con quello stesso sospetto. Ma quanta fatica!
Negli anni '60, andava di moda l'assunto della coppia Fruttero/Lucentini: "Un'astronave non può atterrare a Lucca!" Un enunciato che valeva per tutto, pure per il giallo/noir: un delitto, chissà perché, non sarebbe mai potuto accadere in Italia, né si sarebbe potuta svolgere un'indagine credibile. Un ostracismo durato troppo a lungo che ha fatto tabula rasa di ogni velleità nostrana.
Il guaio è che questo modo di pensare ci è connaturato, a noi italiani intendo, è un nostro modo di essere, che riguarda tutti i campi, con l'idea, certe volte, che si possa essere addirittura snob: sempre ben disposti verso quanto viene dall'esterno e mal disposti, invece, nei confronti di quello che viene dall'interno. Abbiamo, insomma, poca fiducia in noi stessi. Possediamo poco senso di appartenenza. Chissà che tutto questo non derivi dal fatto che da oltre un millennio e mezzo siamo terra di conquista (tempo sufficiente per dare forma a una mentalità). Per esempio l'uso della lingua: perché dire "buon week end" (con un curioso miscuglio d'inglese e d'italiano) quando sarebbe molto più bello, e più efficace, dire "buon fine settimana"? Perché parlare di halloween, quando questa festività è tipica del nostro folclore? In definitiva camminiamo con gli occhi rivolti sempre verso gli altri e non guardiamo dove poggiamo i piedi.
Il mio romanzo, ma non soltanto il mio, dimostra quanto sia possibile, invece, cercare e trovare una via non subordinata alla narrativa anglosassone, soprattutto con modelli alternativi che possono narrare la nostra realtà, quella che ci appartiene e in cui più facilmente possiamo riconoscerci e identificarci.

Perché i lettori di oggi sono così tanto attratti dal lato "più oscuro e inquietante delle cose"?
E' sempre stato così, fin dalla notte dei tempi, fin da quando l'uomo girava con la clava sulle spalle: a terrorizzarlo non erano tanto le tigri dai denti a sciabola, quanto le ombre della notte. E le ombre del suo cuore. L'uomo ha sempre sentito il peso della sua solitudine, e ha cercato di popolarla di esseri fantastici, misteriosi, più potenti di lui, conscio della sua fragilità. Oggi è la stessa cosa: ancora cerchiamo di riempire i nostri vuoti e di dare un significato alla nostra fragilità. In fondo continuiamo a sentirci soli in questo sterminato universo.
Ma poi finisce che ciò che non si conosce ci inquieta.

Cosa la lega ai Castelli Romani, dove ha ambientatoil suo romanzo?
Sono legato a tutto il territorio attorno a Roma, perché qui vivo e ho vissuto la mia vita e una delle regole della scrittura dice che bisogna scrivere di ciò che si conosce.

 


Biografia di Nicola Verde
Nato a Succivo (Ce), Nicola Verde vive e lavora a Roma. E' membro della RomaGialloFactory. Ha vinto numerosi premi letterari, fra i quali il Lovecraft, e vari concorsi, come Lama e Trama, e ha pubblicato una miriade di racconti. Per Dario Flaccovio ha pubblicato Sa morte secada nel 2004 e Un'altra verità nel 2007, entrambi ambientati in Sardegna, terra a cui è molto legato. Per la Hobby & Work, Le segrete vie del maestral

Per la rubrica Cibo per la mente - Numero 114 febbraio 2013