RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Storia locale

Ariccia, Genzano, Lanuvio, Nemi

Il viaggio erudito ai Castelli Romani del cav. Giuseppe Melchiorri, Presidente del Museo Capitolino

Non è chiaro come alcune biografie, alcuni importanti carismi o personalità possano finire nell'oblio della storia nonostante le molte inequivocabili tracce da essi stessi lasciate in vita. Allo stesso tempo, non è neanche facile capire come tante cronologie storiche non abbiano avvertito le lacune, o meglio, i vuoti di informazione lasciati dal mancato recupero di certe figure più o meno significative. Forse il Cav. marchese Giuseppe Melchiorri non fu personaggio tale da cambiare il corso della storia, o da imporsi in maniera emblematica nel contesto sociale e culturale della Roma dell'Ottocento, ma sicuramente il suo carisma erudito di storico antiquario ha lasciato un chiaro segno nel Museo Capitolino. Museo cresciuto sotto l'ascendente culturale di ben altre personalità - non ultima quella di Antonio Canova -, ma che nondimeno negli anni tra il 1838 e il 1854 ha visto ricoprire la carica più alta di Presidente Antiquario proprio dal Cavaliere semi dimenticato. Di certo vita, opere e saggi eruditi del marchese sono stati recuperati e divulgati nella grande opera del Dizionario Biografico degli Italiani. Tuttavia il profilo culturale del Melchiorri esperto conoscitore di antiquaria, storia romana e letteratura italiana sembra aver subìto un'immeritata condanna all'oblio, un'esecuzione che oggi risulta tanto arbitraria quanto decretata su un duplice fronte: da una parte il cugino, il ben più illustre e conosciuto Giacomo Leopardi; dall'altra le contemporanee guide e cataloghi ragionati dei Musei Capitolini.

Leopardi, innanzitutto. La storiografia in genere ricorda Giuseppe Melchiorri quale mero destinatario di alcune corrispondenze tra Recanati e Roma, o tutt'al più quale intercessore del famoso congiunto verso gli ambienti colti della Capitale. Decisivo in questo contesto è stato dunque il giudizio di subordine decretato da Leopardi stesso, che della cultura del cugino è documentato non abbia mai nutrito troppa stima. In secondo luogo, le guide delle Gallerie in Campidoglio. Le recenti pubblicazioni omettono di fatto qualsiasi riferimento storico-critico relativo ai Musei Capitolini negli anni tra il 1838 e il 1870 circa: una damnatio memorie che, dalla cessione del Museo alla Magistratura Romana fino alla proclamazione di Roma Capitale d'Italia, coglie in pieno gli anni della Presidenza di Melchiorri tra il 1838 e il '56.

Per molti anni, dunque, l'unico punto fermo per il recupero della figura del marchese è stato il suo necrologio, pubblicato nel 1857 ad un anno dal decesso. Necrologio che, oltre a ripercorrere vita e onori del defunto, ne richiamava alla memoria anche pubblicazioni e maggiori saggi critici, tra i quali l'allora popolarissima Guida metodica di Roma e suoi Contorni.
Nato a Roma il 2 marzo 1796, arruolato ventenne nelle Guardie Nobili Pontificie, Giuseppe Melchiorri frequentò fin da giovane gli ambienti più altolocati della Curia e del patriziato romano, come anche i circoli dei più insigni archeologi italiani e stranieri; amico di Antonio Canova e del cardinale Ettore Consalvi, praticava assiduamente i medesimi salotti dei Boncompagni Ludovisi, dei Conti Cenci, degli Odescalchi, dei diplomatici danesi presso il Papato. Nel 1824, assieme a Pietro Ercole Visconti, aveva anche fondato il periodico Memorie romane di Antichità e Belle Arti. Nel 1834 Giuseppe Melchiorri diede dunque alle stampe la Guida metodica di Roma e suoi Contorni, la cui Sezione Quarta era dedicata interamente al "Viaggio a Boville, Albano, Ariccia, Nemi e lago, ecc. [...]". A tale data il marchese, già Cavaliere della Legion d'Onore e membro ordinario della Pontificia Accademia di Archeologia, non era ancora stato eletto alla presidenza del Museo Capitolino: sarebbero passati altri quattro anni prima che la Magistratura Romana lo nominasse Presidente "perpetuo" delle Gallerie in Campidoglio.

Non è perciò un caso: tanto la pubblicazione della Guida metodica quanto la successiva nomina a Presidente di uno dei musei più importanti di Roma riconducono ad una figura che doveva essere di fine conoscitore di antiquaria e storia antica. Anzi, se all'inizio dell'800 l'alta carica al Museo Capitolino era affidata a personalità del calibro di Antonio Canova e Carlo Fea, e se ancora nel 1838 a concorrere al seggio vacante venne proposto addirittura il Prof. Antonio Nibby, il carisma di Melchiorri non poteva essere altri che di grande esperto. Inspiegabile risulterebbe altrimenti la sua presenza in un contesto simile, qualora la sua preparazione culturale fosse davvero stata approssimativa e lacunosa come stimato dall'illustre parente.

Se tuttavia l'analisi di Giuseppe Melchiorri Presidente del Museo al Campidoglio è qui poco pertinente, si può rintracciare il percorso, l'occasione, la circostanza che portò il marchese al seggio capitolino: percorso che non vede estranea quella Guida Metodica di Roma e suoi Contorni che lo portò anche ad esplorare con cura tutta l'area dei Castelli Romani. Alla data della prima pubblicazione, nel 1834, Melchiorri era consigliere alla Commissione Generale di Antichità e Belle Arti nonché corrispondente della Reale Accademia lucchese di Scienze e Lettere, come da egli stesso puntualizzato nell'introduzione. Concepita dopo anni di studio dedicato all'antichità classica e ai monumenti pontifici, tale Guida conobbe immediatamente una popolarità notevole, tanto da meritare ben sei riedizioni nel successivo trentennio e una fondamentale traduzione in lingua francese nel 1837. Addirittura, il necrologio del 1857 la salutava quale "manuale sapiente [...] il primo che rappresentasse veramente la Città Eterna e i suoi contorni compiutamente". Tale grande successo fu dunque dovuto ad un'accuratezza e uno studio oltremodo minuziosi, accompagnati da una serie di analisi approfondite e di viaggi effettuati nei siti presi in esame. Con ampia verosimiglianza si può anzi affermare che furono proprio la validità e il rigore della Guida a spingere la Magistratura Romana ad affidare a Melchiorri e non ad altri l'illustre seggio al Museo Capitolino nel 1838.
L'effettiva presenza del marchese nei paesi dei Castelli Romani durante l'elaborazione della Guida Metodica non è perciò una possibilità, ma una certezza. Di ciascuna località Melchiorri registrò attentamente la storia, la fondazione, analizzò scientificamente monumenti antichi e rispettive misure, impianti moderni, i luoghi più suggestivi e panoramici, fino anche a trattare tradizioni popolari, leggende e credenze locali. Il titolo stesso della Sezione Quarta è chiaro: il "Viaggio a Boville, Albano, Ariccia, Nemi e lago, [...]" realizzato dal marchese negli anni anteriori al 1834.

I Castelli che visita Melchiorri a quella data sono comunque lontani dalle colline cementificate e urbanizzate, inquinate e a tratti ridotte a discarica di oggi: sono piuttosto un territorio vergine e selvaggio, silenzioso e incontaminato, affidato ai cicli della natura e del lavoro agricolo, folto di flora e fauna ma scarso di esseri umani. Sulla via Appia, con Roma alla spalle, il primo paese dei Castelli Romani che il marchese incontra è proprio Ariccia (p. 787):

[...] Veggonsi gli avvanzi dell'antica Via che menava all'antica città Aricia, distrutta nel 1791 onde impiegare i poligoni di selce nella lastricazione della strada moderna. Nel fondo alla strada suddetta veggonsi quà e là sparsi degli avvanzi dì ruderi appartenuti all'antica città, che secondo Strabone sappiamo esser stata nel basso sul bordo del lago Aricino [...]. Per circa mezzo miglio trovansi ruderi, e massimamente negli orti vicini, frà i quali ve ne ha uno il di cui casale è formato sopra un antica costruzione di belle pietre tagliate e commesse di peperino, che dimostra esser stata la cella di un tempio, larga 28 palmi, e lungha 60 circa. Qualche scrittore ha voluto riconoscere in questo tempio quello famoso di Diana Aricina, cui era sacro il prossimo lago, ed il bosco superiore [...]».

Oltrepassata Ariccia, Melchiorri si inoltra nell'amenità della selva di Galloro, allo scopo di raggiungere Genzano. Risulta chiaro a questo punto che il suo viaggio si svolge in primavera, precisamente nel periodo del Corpus Domini, dato che gran parte del resoconto si concentra qui sulla descrizione della festa dell'Infiorata (p. 789-791):

«[...] Proseguendo dopo non molta strada, entro lo stesso amenissimo bosco, si giunge ad una erta salita in cima alla quale trovasi una bella spianata che il volgo chiama col nome di Seditori di Genzano, poiché qui fanno capo alcuni bellissimi viali, ed il luogo e amenissimo ed atto a godere della frescura nella state. [...] Le strade sono regolari e spaziose, e danno luogo in ogni anno ad una rinomata processione che suol farsi nell'ottavo giorno dopo la festa del Corpus Domini, e che suol chiamarsi volgarmente l'Infiorata. Poiché tutti i proprietari delle case avanti le quali passa la suddetta processione sogliono adornare il piano della strada con lavori di fiori d'ogni colore vagamente disposti a disegno, tutti variati, con figure, rabeschi ed ornati, e ciò che rende più sorprendente questo addobbamento si è la celerità somma, e la facilità con cui in brevissimo spazio di tempo da' quei villici, d'altronde inesperti dell'arte figurativa, vengono ricoperte le strade con questi naturali tappeti ed arazzi estemporanei».

La successiva deviazione verso Lanuvio consente al Cavaliere di elaborare un piacevole excursus storico, come anche di dar esempio delle sue ampie conoscenze di storia romana antica; conoscenze che certamente sono state oggi revisionate ed aggiornate, ma che al tempo avevano un impianto scientifico avanzato e accademico. Infatti, poco oltre, tale formazione storicista non gli consente di dar credito alcuno alla leggenda dell'anello di Enea, tanto da liquidare rapidamente ciò che gli abitanti del posto narrano (p. 792):

«[...] Sotto i Romani proseguì Lanuvio ad esser fiorente municipio, massimamente sotto Adriano, nel qual tempo sappiamo da bellissima iscrizione, che si conserva in casa dei Signori Frezza, che era ivi cretto un collegio in onore di Diana e di Antinoo favorito dell'Imperatore. L'Imperatore Antonino Pio, conosciamo dal suo biografo Capitolino, ebbe i natali nella villa Lanuvina degli Aureli. [...] Escendo alla campagna sono da osservarsi le mura antiche di grandi massi di peperino, e di pietra calcarea, e le più moderne del XII secolo. Più avanti sono degne di osservazione [...] gli avvanzi d'un antica strada, la quale da Lanuvio conduceva a mare direttamente ad Anzio e ad Astura dove vedemmo esser la villa di Cicerone, il quale in una sua lettera dice che di qua passava venendo dal Tusculo per recarsi alla sua delizia. I villici del paese mostrano al curioso viaggiatore fuori di questa porta un anello moderno di ferro attaccato ad una torre de' bassi tempi, e narrano la favoletta che ivi Enea legasse la propria nave quando approdò nel Lazio, e che il mare d'allora in poi si è di tanto ritirato; il che quanto sia assurdo non è qui mestieri di dimostrare».

Ovviamente, il viaggio ai Castelli non poteva che concludersi a Nemi: qui, oltre a trattare il problema annoso del recupero delle navi dal lago, Melchiorri ripercorre rapidamente i vari tentativi e le tecniche di estrazione fino ad allora adottate, con un vaga ricapitolazione di quanto effettivamente si aveva e si conosceva dei relitti a quella data (p. 793-794):

«[...] (Tiberio) aveva immaginata e fatta costruire una nave ben grande, la quale era ferma nel centro del lago. Sopra questa specie d'isola natante eravi qualche edificio e forse boschetti e fontane, come può giudicarsi dagli avvanzi che si sono tratti dal fondo del Lago in varie epoche. [...] Nel 1535 fu visitata dal famoso Francisco de Marchi principe degli architetti ed ingegneri militari [...] egli narra che a suoi dì allorché il lago era tranquillo e le acque chiare vedevasi ancora a occhio nudo. La sua lunghezza era di circa 70 canne (metri 156.39) la larghezza di 35 (78.19), e l'altezza di 8 (17.87). Fu fatta prova di trarla a terra e non fu potuto: si distaccarono però dalla nave travi e legni di varie sorti, cioè di larice, pino e cipresso, molti chiodi di metallo e di ferro di varie forme, e vari tegoloni o grandi embrici che formavano il pavimento. Inoltre alcuni frammenti di tubi di piombo col marco di Tiberio distinsero l'epoca, e fecero conoscere che vi erano ancora fontane. Negli scorsi anni il Sig. Anesio Fusconi ideò di ripetere le stesse esperienze fatte dal De Marchi, con 1'uso della campana d'immersione che i francesi chiamano cloche a plonger, e non meno felice ne fu il risultato [...]. Vennero però estratti dei travi di larice con chiodi confitti, vari embrici retti da spranghe di ferro ossidato. Il legno però si è consunto ed assottigliato senza essersi corrotto, e con alcuni pezzi dei maggiori si sono fatte delle scatole e bastoni, ed altri oggetti di curiosità. I maggiori pezzi che esistono, furono da noi veduti nella stanza della Biblioteca Vaticana dove conservansi gli oggetti spettanti al museo profano».

Ciò che probabilmente resta più vivo di questa Guida e del suo autore così poco conosciuto va comunque al di là del sapere scientifico e delle conoscenze storiche: è l'approccio umano e umanistico con il quale Melchiorri attraversa i Castelli Romani, con cui, accanto alle misurazioni archeologiche e alle nozioni antiquarie, riesce a rendere il contatto reale con gli abitanti del posto e l'affetto sincero per il paesaggio visitato.

 

"È questo senza dubbio uno dei
viaggi più deliziosi di Roma,
sia se si riguardi ai monumenti che
s'incontrano, ed alle memorie
antiche che richiamano alla mente
i vari punti della romana storia,
sia che si voglia apprezzare
giustamente l'amenità dei Colli,
i più apprezzati dai Romani antichi e moderni."

 


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • G. MELCHIORRI, Guida metodica di Roma e suoi Contorni, Giovanni Gallarini Librajo, Roma 1834.
  • F. FEDI, In nome del nostro Giacomo: Saggio di edizione del carteggio Ranieri-Melchiorri, in T. CRIVELLI, Feconde venner le carte, ed. Casagrande Bellinzona, Milano 1997, pp. 506-528.
  • G. IZZI, Giuseppe Melchiorri, dall'Antiquaria alla Storia, in E. LORENZ - Z. NINO, Fictions of isolation: artistic and intellectual exchange in Rome during the first half of the XIX century, Conference (Rome, Academy of Denmark, 5-7 June 2003), Roma 2006, pp. 49-58.

 

Per la rubrica Storia locale - Numero 114 febbraio 2013