RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Associazioni

Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie

Intervista al referente del Presidio Libera Castelli Romani Silvia Barbieri

"Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie" è nata il 25 marzo 1995 con l'intento di sollecitare la società civile nella lotta alle mafie e promuovere legalità e giustizia. Attualmente Libera è un coordinamento di oltre 1500 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base, territorialmente impegnate per costruire sinergie politico-culturali e organizzative capaci di diffondere la cultura della legalità. La legge sull'uso sociale dei beni confiscati alle mafie, l'educazione alla legalità democratica, l'impegno contro la corruzione, i campi di formazione antimafia, i progetti sul lavoro e lo sviluppo, le attività antiusura, sono alcuni dei concreti impegni di Libera. Libera è riconosciuta come associazione di promozione sociale dal Ministero della Solidarietà Sociale. Nel 2008 è stata inserita dall'Eurispes tra le eccellenze italiane.

Perché Libera anche ai Castelli Romani?
I Castelli Romani non rimangono fuori da quelle logiche che contraddistinguono la Quinta mafia, quella mafia, cioè, che, partendo dalle regioni del Sud-Italia, ha raggiunto la capitale e tutto il Lazio, radicandosi e rinascendo, appunto, come nuova, quinta forma di criminalità organizzata.
Il presidio di Libera dei Castelli vuole, quindi, lavorare sulle complesse criticità del nostro territorio.
Vuole anche, però, realizzare un progetto culturale, che, attraverso la costruzione di una rete di persone ed associazioni, porti alla riscoperta di quei valori che sembrano ormai passati di moda: corresponsabilità, condivisione, onestà, giustizia sociale.
Nulla cambierà se continueremo a delegare ad altri la risoluzione dei problemi del nostro Paese, rimanendo chiusi in casa a curare i nostri interessi.
Attraverso il presidio vogliamo riuscire, allora, a trasformare la rabbia, che proviamo davanti a tanti accadimenti negativi - a partire da quelli delle nostre città - in qualcosa di positivo e di costruttivo.

L'associazione lavora soprattutto sull'utilizzo dei beni confiscati alla mafia. A che punto siete nel nostro territorio?
Il presidio dei Castelli Romani ha scelto di iniziare a lavorare proprio sul tema dei beni confiscati.
Poiché non ci sono dati precisi ed aggiornati a riguardo, a Luglio (come precedentemente era già stato fatto dal presidio di Ciampino-Marino) abbiamo scritto e consegnato ad ogni Comune una lettera, chiedendo di rendere noto l'elenco dei beni confiscati, sia assegnati che non, con tutti i relativi dati.
A norma del Codice delle leggi antimafia, infatti, tale elenco deve essere reso pubblico con adeguate forme e in modo permanente.
Ad oggi, non tutti i Comuni hanno risposto, ma, con le informazioni pervenuteci, abbiamo potuto realizzare una prima bozza di mappatura dei beni nei Castelli; la mappa evidenzia anche le eventuali discordanze tra le informazioni ricevute dai Comuni e i dati presenti sul sito dell'Agenzia Nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata.
Il nostro obiettivo è rendere sempre più precisa e completa la mappa, ma anche far in modo che venga garantita a tutta la cittadinanza quella pubblicità e quella trasparenza che il Codice richiede.

Nel nostro territorio in quali settori economici, sociali, lavorativi la mafia opera maggiormente?
Purtroppo, non esiste un monitoraggio costante e approfondito sui Castelli Romani; anche nelle relazioni delle agenzie investigative o delle istituzioni, i nostri territori vengono citati raramente e, quindi, mancano anche dati e statistiche.
Quello che è certo, però, è che non possiamo, per questo, considerarci fuori dal sistema della Quinta Mafia: pensiamo all'aumento dei casi di usura, che fanno perno sulla crisi economica; pensiamo alla sparatoria avvenuta a Cecchina, nel Maggio 2011, che vede coinvolti esponenti riconducibili al clan dei Santapaola, nonché una donna, vigile urbano di Albano; pensiamo ai reati ambientali, dagli incendi di questa estate a Velletri, alle indagini della DDA sul ciclo dei rifiuti, alla speculazione edilizia a Marino.
Un territorio fortunato ad avere ancora tanta natura, che dovrebbe renderla una risorsa ed invece lentamente la distrugge.

Quali difficoltà si incontrano nell'applicazione della legge 109/96?
L'applicazione della normativa sulla gestione e destinazione dei beni confiscati, dalla legge 109 fino all'attuale Codice delle leggi antimafia, trova numerosi ostacoli, a partire dallo scarso organico della stessa agenzia.
Solo per citarne alcuni: gli allungamenti nei tempi del procedimento, che, oltre ad essere un problema in sé, lasciano che i beni si riducano in stato fatiscente, quando i fondi per la ristrutturazione sono pochi e tardivi; l'esistenza di diritti di terzi sul bene, soprattutto di ipoteche, o il possesso di quote del bene da parte di soggetti diversi, con cui è necessario arrivare ad accordi prima della destinazione; la possibilità di trovare il bene occupato o la sua natura abusiva.
Inoltre, quando si arriva a rivendere il bene tramite asta, è verosimile, soprattutto in tempi di crisi, che venga acquistato da esponenti della criminalità organizzata, anche per mezzo di prestanome.
Discorso a parte è quello sulle aziende confiscate, che presentano problematiche ulteriori: per questo, a seguito della campagna "Io riattivo il lavoro", la CGIL, assieme a Libera ed altre associazioni, ha presentato una proposta di legge per tutelare il lavoro nelle aziende sequestrate e confiscate alla criminalità organizzata.

Una volta ottenuti i beni confiscati a quali fini vengono utilizzati?
I beni immobili possono essere mantenuti al patrimonio dello Stato o trasferiti in via prioritaria al Comune, poi alla Provincia o alla Regione. Questi enti possono amministrare direttamente il bene o assegnarlo, per l'uso a fini sociali, "a comunità, anche giovanili, ad enti, ad associazioni maggiormente rappresentative degli enti locali, ad organizzazioni di volontariato (...), a comunità terapeutiche e centri di recupero e cura di tossicodipendenti (...), nonché alle associazioni di protezione ambientale" (art 48 d.lgs. 159\2011).

Il presidio di Libera nei Castelli Romani vanta una forte adesione di giovani. Cosa significa per voi lottare contro la mafia?
Significa possibilità di riscatto. E significa speranza.
Significa dedicare il nostro tempo per spezzare quell'immagine di Stato da cui spesso fuggiamo - e spesso amaramente -, ricostruendo, giorno dopo giorno e passo dopo passo, quella che non siamo riusciti a vivere, così ben descritta dalla nostra Costituzione: un'idea di Stato come un grande contenitore, in cui ognuno versa un po' del proprio lavoro perché si ridistribuiscano servizi sociali.
Questo vuol dire ricomporre le possibilità che ci vengono negate: le cooperative di Libera Terra dimostrano che è possibile farlo, anche in Italia. È possibile quando ognuno decide di svolgere il proprio lavoro bene ed in modo libero da illegalità, mafie e clientelismi vari.

Cos'è per te la cultura della legalità?
È una scelta.
Entrare nella rete di Libera non è solo fare volontariato sociale, ma aderire ad uno stile di vita, scegliere.
Credo che cultura della legalità sia impegno per recuperare tutta la Bellezza perduta che non è solo un sistema di espressione artistica, ma è la decisione che sulla propria vita prende ogni individuo: è la modalità scelta di relazionarsi con gli altri, è la modalità scelta di lavorare, di giudicare la democrazia della Natura, è scelta delle nostre priorità.

Per la rubrica Associazioni - Numero 113 dicembre 2012