RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Enogastronomia

Azienda innovazione

Intervista all’enologo Stefano Fratocchi

Al fine di accrescere la qualità dei vini è utile prevedere l'implementazione di nuovi vitigni?
Ma siamo sicuri che si parla di vitigni nuovi? Ma noi conosciamo tutti i vitigni autoctoni? In passato alcuni vitigni sono stati abbandonati perché rendevano poco, altri successivamente l'avvento della Fillossera sono stati importati in altre zone, soprattutto straniere, e poi "riportati" con un nuovo portainnesto e con un nuovo nome. Nelle varie epoche all'interno dei Castelli Romani sono stati contati migliaia di vitigni che col tempo i proprietari terrieri, i contadini, e soprattutto i Papi, hanno drasticamente ridotto. I vigneti hanno spesso cambiato aspetto seguendo anche i gusti del consumatore, basta pensare alle diverse decine di vitigni rossi abbandonati per fare spazio ai bianchi. Negli anni 80 per questioni di interesse, la Malvasia di Candia era il vitigno più utilizzato, fortunatamente negli ultimi 10 anni per un discorso qualitativo, questa tendenza si è spostata verso la Malvasia del Lazio e altri vitigni autorizzati. Se si parla di inserire dei vitigni realmente sconosciuti, personalmente sono un po' scettico, molto spesso si fanno scelte legate più a mode momentanee, certo però non escludo che ci possano essere delle prove per aprire nuovi mercati.

Che tipo di ripercussioni ha su un "marchio" aziendale un eventuale abbandono di vitigni autoctoni a fronte di un'implementazione di altri vitigni?
L'esperimento di inserire nuovi vitigni può essere la prova per alcune cantine di togliere dal mercato quintali di uva, e quindi ettolitri di vino che troppo spesso in questi anni rimane invenduto, per cercare di trovare altre realtà che possono dare un nuovo volto a quello che è un mercato in crisi. Questi potrebbero successivamente entrare in commercio, senza però la denominazione Castelli Romani, bensì, menzionando solo il nome del vitigno, o se si tratta di un uvaggio e quindi un prodotto unico e originale, si potrebbe inventare un nome apposito, escludendo in tutto questo la storicità e la tipicità del luogo di origine, di produzione e di imbottigliamento. Il vino dei "Castelli" ha una grande e lunga storia, negli ultimi cinquant'anni per colpa di alcune persone sono stati fatti errori che hanno portato il consumatore a non avere molta fiducia, ultimamente le cantine stanno lavorando molto sulla qualità e sarebbe un peccato sprecare tanti sacrifici.

Le aziende che hanno innovato hanno aperto nuovi canali di commercializzazione?
Certamente si sono aperte nuove vie di mercato, e questo anche grazie alle nuova tecnologie, oggi basta pensare che con un computer possiamo entrare direttamente in cantina o curiosare sui vari periodii fenologici dell'uva, senza muoversi dalla propria casa.

Tali cambiamenti come vengono accolti dai committenti (locali/nazionali/esteri)?
Siamo di fronte a un consumo diverso di vino, soprattutto a livello di quantità. Il consumatore oggi è molto curioso e si interessa di più su quello che acquista, soprattutto nei generi alimentari. Da analisi di settore si è visto come di fronte ad una bottiglia di vino, si è diventati più esigenti. Questi cambiamenti potenzialmente potrebbero riscuotere un discreto successo, certo è che quello che poi il consumatore si aspetterà, sarà un discorso di continuità soprattutto per quanto riguarda il rapporto qualità/prezzo.

Qual è la dimensione media delle aziende che hanno innovato?
Queste innovazioni riguardano aziende grandi e mediograndi. Mio nonno diceva che chi rischia deve essere premiato, ma "con questi chiari di luna", non è facile trovare imprenditori che intendono investire su questa linea. Le aziende più piccole, al contrario dio quello che si può pensare, sono quelle che stanno pagando di più in questo momento di crisi, le aziende grandi e medio grandi più facilmente riescono a fare delle scelte sempre però in funzione anche alla regolamentazione del disciplinare da cui esse dipendono.

Quante sono?
Il numero di aziende che hanno innovato o che stanno innovando non sono molte, ma sicuramente è un numero in crescita soprattutto nelle zone meno avvantaggiate come quella del Frascati.

La "tipicità" del prodotto (vino) è un dato essenziale? Va mantenuta e meglio definita? E come?
Si é visto in altre situazioni come la tipicità e la storia della zona di produzione hanno favorito l'insediamento e il successo del vino. Personalmente credo che all'interno dei Castelli Romani ci sia un valore aggiunto di "tipicità" che può solo aumentare. Il vino dei Castelli ha delle caratteristiche che vanno valorizzate oltre che da alcuni stornelli, anche da tutto un percorso gastronomico e turistico. Secondo me la Provincia, la Regione e i privati, si devono impegnare come stanno facendo già da dieci anni, a prevedere un piano specifico mirato a dare maggiore visibilità.

Quali prospettive può fornire a tutto il comparto vitivinicolo la "Strada dei Vini dei Castelli Romani" ed è una iniziativa sufficientemente conosciuta a cui, comunque, è bene aderire?
Certo, maggiore é la visibilità e maggiore sarà il risultato. La Strada dei Vini dei Castelli Romani non è un'invenzione dei nostri giorni, questo è un lavoro che è cominciato molti anni fa, poi negli anni 80 si è perso in funzione del fatto che ci si è accontentati dei risultati ottenuti, ed oggi sicuramente è una "strada" da riprendere. Bisogna assolutamente aderire, produttori viticoli e vitivinicoli con l'aiuto delle Istituzioni devono intraprendere un percorso con un comune obbiettivo, lavoro che del resto si è già visto fare in molte zone dell'Italia.

Il marketing territoriale e l'e-commerce sono operazioni da sviluppare e coordinare? E come?
In questo caso bisogna specificare un po' di numeri, all'interno dei Castelli Romani esistono molte realtà. Se prendiamo ad esempio la zona del Frascati, contiamo 40 cantine, di cui 4 sono le più grandi e fanno da padrone per quanto riguarda la valutazione del prezzo dell'uva, del vino, nonché sui tempi della raccolta. Quest'anno sono stati raccolti 125.000 quintali di uva, che daranno 88.000 approssimativi ettolitri di vino; questo è un dato più basso del 22% se vediamo le stime di due anni fa, e ogni anno scende inesorabilmente. Le vigne stanno scomparendo non tanto per far posto a costruzioni, ma per motivi economici. Le istituzioni devono rendersi conto di questi cambiamenti sono irreversibili e vanno prevenuti, soprattutto sul controllo del prezzo dell'uva. Trovato il giusto guadagno per l'imprenditore agricolo, si può passare in cantina e controllare quelli che sono i prezzi. Quest'anno in un'asta una grande cantina ha venduto 700.000 bottiglie a molto meno di un euro, un'altra faceva oscillare il prezzo della stessa bottiglia da 2.50 euro a 5.50 euro. Ma neanche al mercato!
Il consumo a persona di vino è calato moltissimo, bisogna riportare il vino al centro della tavola, naturalmente consigliando un moderato consumo. Per quanto riguarda la vendita credo che ci deve essere un sistema unificato dove il consumatore ha una grande scelta di vini e di prezzi.

Un miglioramento organolettico dei vini dei Castelli Romani può convivere con una migliore qualità di vita del viticoltore? E come?
Se si pensa al vino che abitualmente beveva il contadino, di passi avanti ne sono stati fatti molti. Tutto il sistema di lavorazione delle vigne e delle uve ha dato dei significativi cambiamenti, i primi ad arrivare sono stati proprio quelli sanitari e di sicurezza. Se a questo aggiungiamo anche una giusta remunerazione dell'uva, sicuramente la qualità della vita del viticoltore può migliorare.

 


Stefano Fratocchi,
enologo laureato nel 2002 all'Università La Tuscia di Viterbo, lavora con i disabili come operatore socio sanitario e nella azienda viticola di famiglia. Segue dei progetti agricoli e di attività assistita con animali, indirizzati ai ragazzi disabili, anche in prospettiva di un inserimento nel mondo del lavoro. Volontariamente si dedica agli alunni della scuola dell'infanzia per far prendere coscienza di tutte le lavorazioni che portano alla trasformazione dell'uva in vino.

Per la rubrica Enogastronomia - Numero 111 luglio 2012