RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Storia locale

Castelli Romani 1943-1944

Intervista a Ugo Mancini

E' nelle librerie ultimo studio di Ugo Mancini, La guerra nelle terre del papa. I bombardamenti tra Roma e Montecassino attraversando i Castelli Romani, edito dalla Franco Angeli. Ugo Mancini è uno studioso che si dedica ormai da anni alla storia del Novecento, in particolare al fascismo, alla Seconda guerra mondiale, alla storia contemporanea dei Castelli Romani. Insegnante presso le Scuole medie superiori, abita a Marino, tiene numerose lezioni, partecipa a convegni e dibattiti, è un grande divulgatore e propulsore della cultura e dell'impegno.
Lo apprezziamo in particolare per quella sua attenzione al mondo dei giovani, ai quali cerca di infondere l'amore per lo studio e l'attenzione e la passione verso il grande insegnamento morale che viene dalla scienza storica, l'umiltà con la quale dovremmo porci innanzi al passato per mettere in discussione e affinare il nostro senso critico sul presente.
Conoscitore profondo della storia recente dei Castelli Romani, lo abbiamo intervistato perché Vivavoce da sempre si occupa dei temi cruciali del territorio e perché riteniamo Ugo Mancini una voce autorevole della ricerca storica contemporanea.

NEL SUO LIBRO LEI OFFRE UN QUADRO SCIENTIFICO MOLTO DETTAGLIATO DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE NEL LAZIO, PROF. MANCINI DA QUALI INTENTI NASCE QUESTO LAVORO?

Il lavoro, in senso generale, fa parte di una serie di studi e di pubblicazioni dedicate ai Castelli Romani in età contemporanea. Nello specifico, questo libro tende, da un lato, a completare il quadro dei disagi e delle disfunzioni prodotte dal fascismo nell'intero territorio, e, dall'altro, tende a rispondere a numerosi interrogativi sollevati dai bombardamenti alleati durante la Seconda guerra mondiale.

LEI INDAGA ACCURATAMENTE IL PROCESSO CHE VIDE LA PROGRESSIVA FINE DEL FASCISMO E L'AVANZARE DELLE TRUPPE ALLEATE A ROMA E DINTORNI, ATTRAVERSO IL 19 LUGLIO 1943, L'8 SETTEMBRE A FRASCATI, IL 10 FEBBRAIO 1944 AD ALBANO LAZIALE, QUAL ERA LA STRATEGIA POLITICA E MILITARE PERSEGUITA?

Intanto bisogna dire che la responsabilità morale e materiale della morte di tanti civili nella Seconda guerra mondiale, nell'intera penisola, come in questo territorio, è molto precisa ed è imputabile al fascismo. Come ho avuto modo di ricordare in un altro libro (1939-1940. La vigilia della seconda guerra mondiale e la crisi del fascismo a Roma e nei Castelli Romani, Armando editore 2004), la guerra accanto alla Germania nazista non fu voluta dal popolo né fu ritenuta necessaria. Mussolini volle comunque combatterla, nonostante la palese inadeguatezza dei nostri sistemi offensivi e difensivi e nonostante la piena consapevolezza del carattere terroristico assunto dalla guerra contemporanea.
Poi esiste un'altra responsabilità, che ha un'altra natura e risponde ad altre logiche, spesso incomprensibili per la stragrande maggioranza delle persone. Si tratta delle logiche di una guerra ormai inevitabilmente terroristica, che aveva avuto tra i suoi primi teorici un italiano assai stimato dal fascismo, Giulio Douhet. Secondo tali logiche, sarebbe stato necessario colpire la popolazione civile della nazione nemica con bombardamenti aerei. La morte e il terrore, disseminati soprattutto tra le frange più deboli della società, dove è più facile che esploda il malcontento, avrebbero condotto alla paralisi la vita sociale ed economica del paese, determinando così il collasso politico del governo belligerante e quindi la resa. Nel quadro di questa concezione terroristica del conflitto, furono pianificati i bombardamenti tedeschi delle città inglesi e quelli britannici delle città tedesche, così come fu pianificato l'attacco aereo all'Italia.
I bombardamenti alleati sull'Italia ebbero tuttavia un carattere meno terroristico e furono meno distruttivi di quelli compiuti in Germania. Quelli su Roma e sul territorio circostante furono poi pianificati con l'accortezza di contenere il più possibile i cosiddetti danni collaterali, sia materiali che psicologici, per non alimentare un eccesso di risentimento verso forze che apparivano come liberatrici. In questo quadro i bombardamenti di Pantelleria e di Civitavecchia del mese di maggio e quello di Roma del 19 luglio 1943, furono organizzati con l'obiettivo di portare al collasso politico il fascismo. Poi, nel mese di agosto, l'obiettivo strategico dei bombardamenti aerei fu di spingere la popolazione a esercitare pressioni sul governo Badoglio perché firmasse la resa. Quindi, dal bombardamento di Frascati dell'8 settembre, e in conseguenza dell'occupazione nazifascista, l'obiettivo fu di diffondere tra la popolazione la persuasione che fosse la presenza dei tedeschi a rendere la propria città bersaglio dell'aviazione alleata. Per Roma i Castelli Romani, solo dal gennaio del 1944, i bombardamenti assunsero un carattere e obiettivi strettamente militari.

LA POPOLAZIONE COME VISSE I BOMBARDAMENTI AEREI? QUALI FURONO LE CONDIZIONI DI VITA IN QUEI GIORNI TANTO TRAGICI E LUTTUOSI?

La popolazione romana e quelle castellane vissero sin dai primi giorni di guerra con la generica preoccupazione che il governo britannico avrebbe potuto decidere di bombardare la capitale e i suoi dintorni. Iniziò così un movimento di famiglie e di gruppi che lasciavano Roma per rifugiarsi nei Castelli Romani o viceversa, secondo che il periodo suggerisse la sensazione che la città fosse vista dagli alleati principalmente come la capitale della cattolicità o come quella del fascismo. Il libro ruota attorno a questo fenomeno, sottolineando gli sforzi di papa Pio XII per evidenziare la dimensione sacra di Roma, ma anche le difficoltà degli alleati ad accettare questa lettura e a dimenticare il valore simbolico della città per il fascismo e per la sua propaganda.
Tornando alle condizioni di vita materiale, è opportuno ricordare che, ben prima che la guerra avesse inizio, a Roma e nei Castelli Romani, si era già resa grave la mancanza o la penuria di generi di prima necessità, come ad esempio la pasta, lo zucchero, il carbone, il sapone. Con la guerra tutto peggiorò, fino al razionamento di alimenti base secondo quantità di gran lunga inferiori a quelle garantite dal governo britannico e da quello tedesco alle rispettive popolazioni.
La paura della guerra si sommò così a uno stato di disagio e di miseria che annichiliva le persone, rendendole spesso incapaci di comprendere la reale portata degli eventi e il senso di tutto ciò che stava accadendo.
I bombardamenti aerei furono così vissuti con la speranza che portassero al più presto alla fine della guerra e alla liberazione dal fascismo. Questa speranza solo occasionalmente fu offuscata dal risentimento alimentato dall'alto numero di vittime che caratterizzò alcuni bombardamenti, come quelli di Roma del 19 luglio e del 13 agosto 1943 e del 3 marzo 1944, quello di Frascati dell'8 settembre 1943, quello di Marino del 2 febbraio 1944 e quello di Albano del 10 febbraio.

ERANO GIUSTIFICATI I BOMBARDAMENTI AI CASTELLI ROMANI, QUALE PECULIARITÀ EBBERO RISPETTO AD ALTRI BOMBARDAMENTI?

I bombardamenti compiuti nei Castelli Romani, come ho già accennato, ebbero un valore diverso secondo il periodo in cui furono compiuti. Ciampino fu colpita già il 19 luglio del 1943, e lo fu ripetutamente anche in seguito, perché sede di due aeroporti utilizzati militarmente. Frascati fu colpita l'8 settembre, perché sede del comando germanico dall'autunno del 1941. Velletri, Marino, Albano, Lanuvio, Genzano e di nuovo Ciampino furono bombardate dal mese di gennaio del 1944 per sostenere le forze di sbarco di Anzio, con l'obiettivo specifico di colpire i collegamenti ferroviari, stradali e aeroportuali utilizzati dai tedeschi per rifornire di uomini, mezzi e armamenti le forze posizionate sui fronti di Anzio e di Cassino. Non si può dimenticare, in effetti, che a Ciampino esistevano due aeroporti e una stazione ferroviaria con uno smistamento che collegava Roma con Cassino e con Velletri; che un'altra linea giungeva dalla capitale a Campoleone e proseguiva lungo il litorale fino in Campania; che da Albano l'Appia attraversava Ariccia, Genzano, Velletri collegando Roma con il basso Lazio e offrendo una serie di diramazioni per raggiungere la Casilina, altra via di vitale importanza per i rifornimenti tedeschi. Da questo punto di vista i bombardamenti furono giustificati e chi propende ancora a sostenere tesi diverse cade nell'errore di pensare che esista un modo umanitario di combattere una guerra o rimane vittima della qualunquistica conclusione che sono tutti uguali. Così però non è! La guerra ha le sue logiche ma c'è chi vi si riconosce e le esalta e c'è chi le adotta perché costretto. Questa differenza non può essere trascurata. Così come non si può trascurare che l'unica alternativa, alla disumanità di una guerra contemporanea che coinvolge i civili più dei militari, non è un'altra guerra, combattuta con altri sistemi, ma l'affermazione di una cultura di pace.
Tutto questo ovviamente non vuol dire che chi è morto sotto le bombe sia morto giustamente o inevitabilmente. Tende semplicemente a sottolineare che, partendo dalla constatazione del carattere delle guerre tecnologiche, c'è un solo modo per evitare morti «ingiuste»: dire no alla guerra nel modo più netto e irrevocabile.

INFINE FU BOMBARDATA ANCHE ROMA, FU BOMBARDATO IL COLLEGIO ROMANO DI "PROPAGANDA FIDE" A CASTEL GANDOLFO, LA VILLA PONTIFICIA, ZONA EXTRATERRITORIALE, L'ABBAZIA DI MONTECASSINO, QUALE FU, ALLORA, LA POSIZIONE E LA REAZIONE DEL VATICANO IN UNA GUERRA CHE NON RISPARMIÒ "LE TERRE DEL PAPA"?

C'è da dire che sin dall'inizio del conflitto in Vaticano furono consapevoli dell'alto rischio che Roma fosse bombardata e che le proprietà pontificie potessero essere colpite. Nel libro ripropongo meticolosamente tutti gli sforzi compiuti da papa Pio XII per tutelare i propri territori e la città di Roma. Il «papa della diplomazia», come è stato definito Pio XII, si mosse però su un terreno strettamente politico, come politiche furono le risposte dei governi alleati. Per mesi Roma e i territori circostanti furono salvati solo da valutazioni di ordine strategico e militare. Il tardivo coinvolgimento della capitale fu determinato, in effetti, dalla preoccupazione di eventuali ritorsioni dell'Asse su Atene o sul Cairo e dall'attesa di uno stato psicologico della popolazione che potesse indirizzare la rabbia per le distruzioni subite contro il fascismo che aveva voluto la guerra. Gli appelli pontifici per la tutela di Roma e le risposte alleate testimoniano, da un lato, un certo senso di impotenza e, dall'altro, la prudenza di non superare il limite che avrebbe potuto trasformare il liberatore in un brutale aggressore. In ogni caso sembrava chiaro a entrambe le parti che la guerra avrebbe coinvolto anche Roma e messo a repentaglio le proprietà ecclesiastiche.
La reazione del Vaticano fu assai ferma in occasione del bombardamento del quartiere romano di San Lorenzo, come lo fu di fronte al bombardamento delle proprietà pontificie di Castel Gandolfo e dell'abbazia di Montecassino. Il punto è che neanche in Vaticano fu possibile ignorare quanto gli alleati sostenevano da tempo, vale a dire che non si possono creare «santuari» nei territori di guerra, perché di essi si sarebbe avvantaggiato il nemico. In tante occasioni il papa e la segreteria di Stato avevano già avuto modo di constatare la tendenza dei tedeschi a usare come scudo le strutture, gli edifici e i simboli della cattolicità.

PROF. MANCINI, LEI DA MOLTI ANNI ORMAI STUDIA E SI OCCUPA DELLA STORIA CONTEMPORANEA NEI CASTELLI ROMANI, CHE COSA LA APPASSIONA DI QUESTO PERIODO?

Il Novecento è stato un secolo terribile per tanti versi. È stato il secolo degli estremismi e da questo punto di vista sembra non essere terminato con la fine del millennio. È stato un secolo che per le tragedie, i drammi e le tensioni che ha prodotto avrebbe potuto tirare fuori il lato peggiore della natura umana, e così in parte è stato. Basti pensare alla barbarie di pseudo dottrine come quella fascista o nazista, alle brutalità del modello stalinista, alla follia criminale di un Pol Pot. Di fronte a tutto questo, sono esistite comunità e individui che hanno risposto diversamente, manifestando con continuità e con perseveranza lo sforzo di costruire un mondo migliore, un mondo più giusto. I Castelli Romani, nel loro complesso, hanno testimoniato l'ampia diffusione di una cultura determinata ad affermare principi di umanità, di solidarietà e di giustizia sociale, senza concedere spazio a risentimenti o a istinti vendicativi. Potremmo ricordare a questo proposito che in nessun comune, neanche nella «rossa» Genzano, dopo la liberazione dall'occupazione nazifascista, si sono verificati episodi di violenza a danno di noti fascisti, nonostante l'altissimo numero di pestaggi, a volte letali, come nel caso dell'ex sindaco socialista di Genzano Tommaso Frasconi, di arresti e di condanne al confino nel corso del Ventennio e nonostante la dozzina di vittime alle Fosse Ardeatine.
È proprio la diffusione di questa cultura che più mi ha affascinato e incuriosito, spingendomi a cercarne le radici e le ragioni.

IL RICORDO DI QUEGLI AVVENIMENTI PASSATI, QUALE EREDITÀ MORALE DOVREBBE AVER LASCIATO AI CASTELLI ROMANI, QUALI RESPONSABILITÀ ABBIAMO OGGI VERSO IL NOSTRO TERRITORIO?

Qualcuno ultimamente ha cercato di sostenere che l'identità delle popolazioni castellane andrebbe ricercata nelle popolazioni che esistevano anticamente prima dell'affermazione della potenza di Roma. Mi sembra una strada a dir poco sbagliata, con la quale si rischia di mettere tra parentesi o di far dimenticare quanto di caratteristico e di profondo hanno espresso i Castelli Romani, con la loro cultura contadina, nel corso degli ultimi due secoli circa. È chiaro che in ogni periodo e in ogni contesto esistono pensieri diversi e orientamenti contrastanti. Anche in questo territorio è stato così. Nel corso degli ultimi due secoli circa si è assistito però al prevalere di un orizzonte ideale fondato sulla solidarietà e sulla comunità e restio ad abbracciare dottrine promotrici di un'idea egoistica dell'uomo e di un modello conflittuale di società.
Negli ultimi decenni si è assistito a un crescente aumento delle popolazioni castellane, soprattutto per effetto della vicinanza con Roma e di poca lungimiranza di molti amministratori. Questo certo rende più complicato conservare l'eredità morale lasciata dalle passate generazioni. Senza dimenticare quanto può incidere il bombardamento mediatico, e non solo, di modelli sociali e comportamentali del tutto difformi da quell'eredità. Il punto è che si dovrebbe ripensare l'intero territorio per evitare di farne un nuovo grande sobborgo della capitale, con uno svuotamento di senso e di significato della sua storia e delle sue tradizioni più o meno recenti. Occorrerebbe rivalutare e dare senso e compiutezza al «vivere localmente», offrendo opportunità economiche coerenti con la natura e la «vocazione» del territorio, offrendo opportunità di crescita umana, culturale e professionale alle giovani generazioni, individuando i nuovi contorni di una «qualità del vivere» che possa restituire ai Castelli Romani la capacità attrattiva che hanno avuto per secoli.

Per la rubrica Storia locale - Numero 109 marzo 2012