RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Biblioteca di Trimalcione

Ogni cosa alla sua stagione

Conoscere se stessi per riscoprire il senso dell’esistenza

Il viaggio nella memoria dello scrittore e giornalista Enzo Bianchi, fondatore e priore della comunità monastica di Bose, nel Biellese, comincia nel silenzio del chiostro, lontano dai clamori del mondo, dove il rapporto con se stessi e soprattutto con il divino, si fa più serrato; nella solitudine della cella, il luogo per antonomasia più complesso ed "ostile", il monaco apprende infatti ad "habitare secum" lottando al tempo stesso contro le tentazioni del maligno. Ed è da questo punto di osservazione, privilegiato ma non escluso dalla conoscenza del mondo, che prende vita e si dipana un affascinante racconto intessuto con i filati preziosi delle emozioni, dei luoghi e delle persone che hanno attraversato e segnato le diverse stagioni del percorso esistenziale dello scrittore. Nella narrazione fluiscono così passi biblici ed evangelici, riflessioni personali dense di saggezza ed umanità, ma anche numerosi ricordi legati ad una sorta di geografia dell'anima: c'è la collina "Bric' d Zavèri, nel Monferrato, località di nascita di Bianchi, ci sono i caffè di Via Po a Torino frequentati durante gli anni dell'Università, ma anche le atmosfere inebrianti e cariche di luce, assaporate durante la permanenza nell'isola greca di Santorini. "Ogni cosa alla sua stagione" recita un famoso detto popolare che dà il titolo al testo di Enzo Bianchi, lo stesso adagio che sintetizza in modo impeccabile l'inesorabile scorrere dell'esistenza, un tempo spesso attraversato senza aver acquisito un'adeguata conoscenza della propria interiorità, senza aver compreso il senso più profondo del vivere; per questo l'impianto narrativo del romanzo è articolato in quattro segmenti corrispondenti ai diversi periodi del ciclo stagionale, attraverso i quali lo scrittore riscopre il significato delle feste, delle tradizioni, dei gesti e delle emozioni afferenti al proprio cammino di vita, allo scopo di illustrare il suo percorso di crescita interiore. Il viaggio a ritroso nel tempo comincia in estate con i giorni degli aromi, dedicati tradizionalmente al riposo vacanziero: le giornate del "Fuge, Tace, Quiesce" (Fuggi, taci, rappacificati) del monaco Arsenio, che con i suoi insegnamenti ci indica il cammino da percorrere per riappropriarci della nostra esistenza. Alla dimensione spirituale del racconto si affianca la puntuale descrizione del paese di origine dello scrittore, oltre al toccante ricordo della "selvatica" Teresina del Muchèt, la piccola donna "dal volto bronzeo e dagli occhi verdi vivacissimi", che coltivava con rara perizia erbe aromatiche e produceva robiole* dal sapore straordinario. Le consuetudini legate al mondo contadino rivivono nelle pagine dedicate al suggestivo rituale dei falò, di pavesiana memoria: i grandi fuochi accesi sulle colline, con i rami secchi recuperati dalle ripe o con fascine di tralci di vite, allo scopo di propiziare i raccolti, le cui origini si fanno risalire addirittura al Medioevo. I fuochi venivano allestiti alla vigilia del 24 giugno, in occasione della festa di San Giovanni, e per il 15 agosto, Festa dell'"Assunta", per sancire l'inizio e la fine della stagione del solleone. Attorno ai falò ci si riuniva per conversare, ma anche per condividere il cibo, mentre i più giovani scherzavano traendo auspici semiseri dall'osservazione dell'intensità delle fiamme. Il vino, bevanda antica che attraversa i tempi, la cui nascita è attestata nella stessa Bibbia, "dava sapore ai giorni, celebrando l'amore, l'amicizia, l'incontro, un evento insperato o a lungo atteso e desiderato". L'estate lasciava poi il posto all'autunno ed ai giorni del focolare, dedicati alla convivialità e all'incontro con l'altro. La tavola costituisce infatti il luogo di condivisione per eccellenza, lo spazio dove la parola diviene il vincolo di unione più profonda fra i partecipanti al convito. Attraverso l'esercizio della conversazione, afferma Bianchi, si attribuisce significato all'atto della nutrizione, si esaltano i sapori del cibo, si attribuisce valore al gesto dell'incontro. Nelle campagne, la stagione autunnale si salutava con la festa gioiosa della vendemmia e della torchiatura; la natura si rivelava oltremodo generosa grazie all'abbondante raccolta di funghi e castagne. I ricordi di gioventù riaffiorano numerosi nel racconto delle liete serate trascorse in casa di vicini o amici, a sgranare la mèliga, operazione grazie alla quale le pannocchie venivano sfogliate e private dei chicchi. Lo stare insieme tra canti e lazzi, trasformava un'attività di per sé lunga e tediosa, in un'occupazione leggera e divertente e in breve il granturco era pronto per essere macinato e trasformato in una gustosa polenta. Con l'arrivo della stagione invernale si celebravano poi i giorni del Presepe. Nelle case, riscaldate dal fuoco crepitante dei focolari, i bambini, nella serata della Vigilia, approntavano i simboli della festa: l'albero e la rappresentazione della natività. Le donne invece, dal canto loro, si dedicavano alla preparazione del pasto natalizio che secondo la tradizione doveva comprendere dodici portate, tra le quali non potevano mancare i ravioli, pasta ripiena di carne condita con sugo d'arrosto. Nella sera della Vigilia, inoltre, veniva posizionato nel camino, el süc 'd Nadàl, un grosso ceppo, dalla cui bruciatura si traevano auspici per il nuovo anno. Infine il racconto ci conduce ai giorni della memoria. Sono quelli che lo scrittore dedica ai suoi familiari, agli amici e alle persone che non ci sono più. Affiorano tra le righe, il complesso rapporto con il padre, il rimpianto per una madre persa all'età di soli otto anni, ma anche l'immensa gratitudine per le due donne più importanti della sua vita: Cocco, la postina del paese, e Etta, la maestra, che gli hanno trasmesso il grande dono della fede e che con i loro sacrifici, gli hanno permesso di completare gli studi. Alle stagioni della natura si accompagnano dunque quelle della vita, e la sfida che il priore di Bose lancia a ciascuno dei suoi lettori è proprio quella di meditare sul passato, mettendo in discussione le proprie certezze; solo allora saremo pronti per progettare e realizzare un percorso di vita autentico, aperto alla conoscenza dell'altro e del mondo.

 


I giorni del presepe
La notte dell'attesa e il sapore della speranza

[...] Dopo la notte più lunga dell'anno, quando al mattino il sole comincia ad accorciare la durata delle tenebre, ecco il vero sole Gesù che nasce e sorge nel mondo per vincere le tenebre del male... Ma il giorno della vigilia di Natale di fatto non esiste più. Tutti sono impegnati fuori casa, intenti ad affollare i negozi, a dare e ricevere regali, storditi da vetrine seducenti, da luci che ornano strade e alberi, distratti da «Babbi Natale», cioè da giovani truccati da vecchi i cui fantocci si calano penosamente da finestre e balconi... Vigilie molto diverse da quelle che per anni ho vissuto e che ancora cerco di vivere! Innanzitutto, nelle famiglie si viveva la vigilia attraverso la costruzione, affidata ai ragazzi, di simboli religiosi: il presepe e l'albero di Natale, predisposti da tempo ma che trovavano in quella giornata il loro momento di completamento dell'opera, ricevendo l'attenzione amorosa dei famigliari che proprio accanto al presepe o sotto l'albero deponevano i regali. Regali poveri, ai tempi della mia infanzia: castagne secche, qualche mandarino, noccioline e cioccolato, e a volte, se c'era qualche soldo in famiglia, un vestito nuovo... sempre, comunque, un oggetto che fosse necessario e utile. Da ragazzo avevo il privilegio di ricevere in regalo anche libri e mi dicevano: «Sappi che c'è anche una stagione per leggere: l'inverno. Le donne della casa, invece, vivevano la vigilia preparando il pranzo del giorno dopo: «il pranzo di Natale», si diceva. Sovente si aiutavano tra loro, anche se di famiglie diverse, per cucinare le portate in cui ciascuna si era specializzata: come se ogni donna avesse sue parole d'amore e le offrisse proprio il giorno di Natale. A casa mia sempre, anche nella grande povertà del dopoguerra, il pranzo di Natale doveva essere di dodici portate, dunque di sette antipasti che magari variavano da un anno all'altro, ma il piatto essenziale che non poteva mai mancare erano el raviòli: pasta ripiena di carne condita con sugo d'arrosto, un piatto che preparo con le mie mani ancora adesso per allietare quelli che vivono con me e gli amici più cari. Per preparare «le raviole» a volte le donne chiamavano anche noi bambini, soprattutto per separarle l'una dall'altra. Al mattino presto si mettevano a cuocere sulla stufa le tre carni - il vitello brasato, il maiale arrosto e il coniglio in umido - che poi venivano tritate con l'aggiunta di cavolo bollito e strizzato, uova, parmigiano e un po' di maggiorana che, sapientemente dosata, conferiva ai ravioli un pizzicore appetitoso. Questa straordinaria farcia, che noi bambini assaggiavamo di nascosto, veniva disposta a mucchietti ordinati su fogli di pasta tirata sottile che poi venivano rimboccati e schiacciati con le dita: il risultato erano delle lunghe strisce a balzelli che noi tagliavamo. Poi i ravioli erano portati al fresco - di solito in camera da letto, che non era scaldata - da dove uscivano il giorno dopo per essere immersi nell'acqua bollente e poi, una volta cotti e conditi, arrivare trionfanti in tavola, dopo tutti gli antipasti. Solo allora ci si poteva finalmente augurare: «Buon appetito!», perché gli antipasti, da noi si diceva, si mangiano «tanto per stare al mondo» [...]

(Il brano riportato in corsivo è tratto da: Enzo Bianchi, Ogni cosa alla sua stagione, Torino, Einaudi, 2010)

*Robiòla. Formaggio fresco a pasta cruda, morbida, dalla forma basso-cilindrica a bordi arrotondati, del peso di pochi ettogrammi, tipico del Piemonte e della Lombardia; di sapore delicato, è prodotto con latte vaccino e ovicaprino. In Piemonte, in particolare, la Robiola di Roccaverano (Asti) ha ottenuto nel 1996, il riconoscimento da parte della Comunità Economica Europea quale formaggio a Denominazione d'Origine Protetta (D.O.P.).

 


RAVIOLI
Ingredienti per 6/8 persone

Per il ripieno
300 g di manzo brasato; 200 g di maiale arrosto; 200 g di coniglio in umido; 1 ceppo di insalata scarola (da utilizzare in alternativa al cavolo verza per ottenere un sapore più delicato); 3 uova ; parmigiano grattugiato (2 manciate), maggiorana, burro, sale.

Per la pasta
700 g di farina; n. 5 uova medie, 2 cucchiai di olio d'oliva, un pizzico di sale.
Passate nel tritacarne il manzo, il coniglio ed il maiale. Pulite la scarola e dopo averla lessata e tritata fatela insaporire in un tegame con una noce di burro. Ponente le carni e la scarola in un recipiente capiente e amalgamate con cura tutti gli ingredienti ai quali avrete aggiunto le uova, il parmigiano, la maggiorana ed un pizzico di sale. Disponete quindi la farina a fontana, collocando al centro le uova, l'olio ed il sale. Lavorate con cura la pasta, quindi stendete delle sfoglie sottili con il matterello. Ricavate dal composto delle palline della grandezza di una nocciola e ponetele sulla sfoglia; coprite con un altro foglio di pasta, fatela aderire e ritagliate quindi i ravioli con una rotella dentata. Cuocete i ravioli in acqua salata e conditeli con il solo sugo dell'arrosto allungato con l'acqua di cottura e una noce di burro, infine aggiungete una spolverata di parmigiano.