RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Cibo per la mente

Albano e i Castelli Romani nella penna di Virgilio Brocchi

Così come per molti altri ingegni, completamente e ingiustamente dimenticati, sarebbe il caso di recuperare agli onori della memoria lo scrittore Virgilio Brocchi. E il miglior modo per farlo è senza dubbio andarsi a rileggere qualcuno dei suoi oltre cinquanta volumi di narrativa. Una vena creativa davvero inesauribile, che ne fa uno degli autori più fecondi e generosi del Novecento.
L'attuale oblio rappresenta, come spesso accade, la "nemesi" storica del grande successo di pubblico che gli arrise in vita. I suoi libri infatti - pubblicati da Treves a partire dal 1906 e, successivamente, da Mondadori - arrivarono in qualche caso a vendere, attraverso ristampe consecutive, decine e decine di migliaia di copie. A tale vasta e fedele simpatia del pubblico non corrispose, ovviamente, un adeguato consenso della critica. I critici, che spesso sono scrittori falliti, tendono a mal digerire il successo commerciale di un autore: se vende tanto, allora deve per forza essere mediocre. È un po' la maledizione delle donne belle: più sono belle, più ci si aspetta che siano "oche" (e, di conseguenza, meno si è disposti a valutarne le eventuali doti intellettive). Brocchi venne classificato come scrittore d'appendice, popolare, per lettori di palato greve e di gusto facile: indegno, come i vari Guido da Verona, Lucio D'Ambra, Francesco Mastriani, Liala, Pitigrilli, Salvator Gotta etc., di occupare uno scranno d'onore fra i "soloni" barbuti e barbosi della Letteratura. Soltanto Giuseppe Antonio Borgese, recensendo un suo romanzo (L'isola sonante, del 1911), ebbe il coraggio di scomodare nomi del calibro di Oriani e Fogazzaro; ma lo fece a detrimento di Brocchi, che finiva, poveretto, per uscire malconcio dal paragone! Eppure erano gli anni della prima, rifulgente notorietà, quando di Virgilio Brocchi si occupava a tutta pagina anche il Corriere della Sera e, partecipando egli per la prima e unica volta a un concorso letterario, gli veniva conferito il prestigioso Premio "Bagutta".
In questa sede Brocchi interessa anzitutto come scrittore di origine laziale. Benché discendente da nobile famiglia veneta, egli nacque a Orvinio, nei pressi di Rieti, il 19 gennaio 1876 da Ippolito e da Emilia Lanza. Studiò e si formò, poi, a Crema, a Cremona e a Padova, dove si laureò, poco più che ventenne, in Lettere e Filosofia. In seguito avrebbe intrapreso una vita nomade e tribolata da insegnante di Lettere, a Modica, a Macerata, a Bologna, a Milano. E, contestualmente, avrebbe abbracciato l'impegno politico in ambito socialista, un socialismo evangelico e "deamicisiano", di stampo positivista, inteso come religione umanitaria e animato dalla fede in una possibile, futura palingenesi sociale. Al socialismo evangelico corrispose il modernismo in ambito religioso: se la politica deve contemplare e perseguire gli insegnamenti del Vangelo, la Chiesa a sua volta deve aprirsi per accogliere le istanze di sviluppo della società, contribuendo al loro attuarsi. Non c'è presunzione in questo afflato democratico, che Brocchi utilizza del resto per convinzione istintiva, non speciosamente, per accattivarsi cioè le più larghe simpatie del pubblico: «Non ho mai sognato, né preteso, di rifare Balzac o Zola o Victor Hugo», ebbe a precisare sull'"Italia che scrive" nel 1923, «solo ho voluto studiare come una sincera fede politica possa trasformare e colorare l'istinto fondamentale della vita». E proprio sull'"istinto fondamentale della vita", ovvero su sentimenti semplici e primordiali, diremmo universali, sono imperniati i tratti e i colori della sua scrittura, fluente, suggestiva, di immediata assimilazione. Un realismo corposo e creaturale che sbalza le cose dalla pagina, porgendole vive, visibili, senza schermi. C'è la cronaca minuta della vita comune, attraverso storie e personaggi di largo respiro e di presa trasversale, in cui tutti, anche lettori di cultura non eccelsa, sono messi in grado di identificarsi. C'è un ottimismo incrollabile che confida nelle forze limpide dell'uomo, nella gioia di rendersi utili, di guadagnarsi il pane onestamente, di affermare il proprio carattere, di prendere "il destino in pugno" (titolo di un suo romanzo). Ci sono descrizioni gustose e doviziose, notevoli per la cura attenta dei particolari: ma forse troppo circostanziate, che oggi un po' annoierebbero. E ci sono bellissime e poetiche "dipinture" dei paesaggi e degli ambienti, che lasciano ammirati per la felicità lirica, l'armonia della sintassi e la musicalità della parola. Ecco gli ingredienti del successo!
Si prenda ad esempio il romanzo Il posto nel mondo (1920), che vendette in quattro anni oltre ottantamila copie. Brocchi scriveva così tanto da essere costretto a sviluppare e proseguire le storie in più opere, orchestrandole mediante "cicli". Il posto nel mondo apre la tetralogia del "Figliuol d'uomo", incentrata sulla figura di Pietro Barra, un giovane ragionevole, buono, umile, simpatico, dotato di sani principi e ferrea volontà, di cui si segue l'inesorabile escalation da apprendista operaio a ricco industriale. La morale della favola? Nulla è precluso alla volontà, quando vuole e vuole davvero, malgrado le condizioni iniziali e le difficoltà che si possono incontrare lungo il cammino; per cui "se insisti e resisti, raggiungi e conquisti", come si diceva una volta (oggi usa il più lapidario "volere è potere").
Questo percorso di formazione umana, sociale e civile dell'esemplare self-made man parte proprio da Roma. Anzi, dai Castelli Romani, dove si colloca senza preamboli la narrazione, in medias res, fin dalle prime pagine del libro. Erano Castelli molto diversi da quelli inquinati e cementificati di oggi: un territorio ancora vergine e selvaggio, pieno di silenzio, affidato ai cicli della natura, folto di flora e fauna incontaminate, poco umanizzato, abitato da gente semplice che campava sull'orlo della sopravvivenza e che spesso pativa la fame. I tempi storici, incardinati su quelli biologici, erano a stretto contatto - in rapporto di continuità organica - con il patrimonio degli antichi: era ancora di là da venire la cesura smemorante del "progresso", la devastante invasione della modernità. Le possibilità di lavoro, per quella popolazione rustica e arcaica, rientravano sostanzialmente negli ambiti della pastorizia, dell'agricoltura, dell'artigianato. Artigiano è, ad esempio, Decio Battilasso, il fabbro di Albano, che incontriamo per primo, all'incipit del romanzo. È sera, la giornata è conclusa, tutti sciamano a casa. Decio serra l'officina con la pace del giusto nel cuore, soddisfatto del lavoro svolto e consapevole di avere meritato il pasto frugale e il riposo notturno che sta per raggiungere.

C'era ancora nell'aria imbrunita il ronzio dell'Angelus. Mastro Decio Battilasso rispose al saluto dei suoi operai che allegramente lasciavano l'officina affrettandosi verso Albano; poi si volse e seguì con l'occhio il garzone che s'allontanava per la parte opposta della via Appia verso Genzano; accese la pipetta di terra cotta e si disse: - Oh, bravo Decio! Vai a prendere un boccone tu pure!

Ma ecco che sopraggiunge alle sue spalle, inatteso, un esile ragazzino, Pietruccio Barra, apprendista fabbro, scappato a piedi da Roma per sottrarsi alle grinfie del padre Stefano che lo maltratta. Stefano Barra è fabbro a sua volta, noto nell'ambiente per la maestria dei suoi lavori: venuto da Milano a Roma per cercar fortuna, ha aperto un'officina a Trastevere, dove ha deciso di trasmettere l'arte al figlio, strappandolo alla vita di studi e di onori che la madre Giulia aveva per lui pronosticato. Ma in officina le cose vanno male. I dissapori familiari e il carattere iracondo del padre spingono Pietruccio a voler provvedere lui per la madre e le due sorelle, e quindi a tentare la fuga ("La fuga", infatti, si intitola il primo capitolo del romanzo). È appena arrivato ad Albano e chiede lavoro a mastro Decio, il quale gli dà appuntamento per l'indomani mattina alle sei: lo metterà alla prova, e poi deciderà se prenderlo. Intanto gli anticipa qualche spicciolo per la cena, che il ragazzo consumerà all'osteria. Pietruccio ha dinanzi a sé la prospettiva di una notte da passare all'addiaccio; il che, malgrado sia ancora autunno, non è così rassicurante per un fanciullo timido e indifeso come lui. Deve comunque cercare il posto più adatto (o meno pericoloso) dove stendersi per riposare.

Era ormai sera; ma uno spicchio di luna inargentava l'aria e la strada: a sinistra egli sentiva gli uomini inospitali e la cittaduzza nemica; a destra la campagna materna.
Andò verso la campagna: ripassò dinanzi all'officina del fabbro sprangata di contro alla notte; e subito la via Appia si lanciò verso un frondeggiare di pini larghi nel cielo: qualche fuso di cipresso saettava verso la luna: nel gran silenzio sospirava una cornamusa lontana: vicino oscillava tremando l'alterno singulto d'un assiolo: su, alto, lontano, la vetta del monte Cave s'avvolgeva di nebbiole argentee, contemplava l'onda dei colli, i pendii perduti nel sogno lunare, fasciati dai veli leggeri che salivano dal lago di Albano, dal lago di Nemi; (...) La luna vestì d'argento un ammasso di ruderi; gradini smozzicati tra saldi pilastrini quadri, sormontati da due coni tronchi di colonna.

Finisce per assopirsi sulla tomba degli Orazi e dei Curiazi, sopraffatto dalla stanchezza. Ed è subito giorno: prima, nelle impressioni del dormiveglia, una "nebbia dorata" trapunta dal molteplice richiamo degli uccelli nascosti sugli alberi, poi la "vampa rossa" e calda del sole, quindi la luce piena che gli dà il benvenuto e lo fa drizzare in piedi, ritemprato, confortato, fresco di gioia di vivere.

La notte fu un attimo solo: gli pareva d'essersi appena addormentato quando lo destò il cinguettio tumultuoso degli uccelli: ogni albero era un'allegra orchestra di gorgheggi, di trilli, di esili squilli. Egli se ne beava, ma non apriva gli occhi, sospeso senza coscienza in una nebbia dorata che gli penetrava tra ciglio e ciglio: non sapeva né pensava dove fosse: solo avrebbe voluto premere più forte le spalle contro quel suolo duro che gli indolenziva la schiena come per penetrare dentro la terra madre che gli aveva ridato forza, riposo, contentezza.
D'un tratto un'ondata calda l'avvolse, la vampa rossa del sole l'abbagliò; scattò su a sedere: il mattino gli palpitò dentro tutto luce; egli rise e i denti gli brillarono. La strada fu invasa da un fiume belante di groppe lanose, che si distese, s'accavallò dilagando intorno ai ruderi su cui egli era seduto, e trascorse fra secchi latrati di cani e fischi di pastori che camminavano dondolando sulle anche cinte di pelli caprine.


Si presenta puntuale all'officina di mastro Decio, dove dimostra in breve di saperci fare. Viene assunto come operaio, e tutti lo prendono a ben volere. Qualche giorno dopo arriva a bottega il vignaiolo Menicuccio Tantarini su un carro tirato da due buoi, con sopra un torchio meccanico da vinacce che si è spaccato e che urgerebbe accomodare, in vista della prossima vendemmia. Tutti gli operai, compreso mastro Decio, dicono che non si può; Pietruccio spiega loro come fare, e in tre giorni il torchio è come nuovo. Menicuccio si affeziona a "quel fanciullo, che portava come un uomo il peso della propria responsabilità" e, spinto dalla moglie, gli propone di venire a stare un po' da loro alla Villa Stellata di Genzano, una "grande casa solitaria tra vigne ed oliveti". Pietruccio, riluttante, viene convinto da mastro Decio a riposarsi, a fare qualche giorno di "vita buona". Ed ecco il viaggio che, all'ora magica crepuscolo, lo conduce da Albano alla casa di Menicuccio:

Da Castel Gandolfo ad Albano, da Genzano ad Ariccia le campane si gettavano e ripetevano il saluto dell'Angelus: il cielo era in fiamme: sul rosso nereggiavano fusi di cipressi, ombrelle di pini. Il carro sobbalzò a lungo sulla via Appia: poi dové fermarsi per lasciar passare un gregge infinito, e parve uno scoglio in un fiume tutt'onde. Scipione cantava e i pecorai si volgevano per ascoltarlo ancora. Poi le fiamme si spensero in cielo, l'orizzonte brillò d'una gran fascia d'oro, e il carro camminò incontro al tramonto tra fantastici alberi tinti di porpora, stagliati netti sulla limpidezza dell'aria. (...) Il carro sobbalzò per la via larga di Genzano; di casa in casa, dinanzi alle soglie ancora si stendevano tovaglie coperte di conserva bruna di pomodoro a strati: e l'odore dolciastro impregnava l'aria. Di là dal borgo, in fondo ad una breve strada che saliva tra fasci di allori, cespi di rose, ciuffi di giaggioli, un cancello sbarrava il giardino della Stellata.

Lì lo attende Teresa, la moglie di Menicuccio, pronta ad accoglierlo con tenerezza materna, visto fra l'altro che non ha potuto avere figli. Il fanciullo si adatta volentieri alla vita rustica di chi campa coltivando la terra, e istaura con le molteplici bellezze naturali che quest'ultima offre, sui Colli Albani di allora, un rapporto istintivo e amoroso di identificazione, di compenetrazione osmotica, di apertura panteistica, una sorta di "sogno meraviglioso" ad occhi aperti: come quando, sbucando da una vigna, vede all'improvviso occhieggiare i colori splendidi del lago di Nemi e scioglie, novello Orfeo, questa irrefrenabile gioia divina in un canto che è certamente sostitutivo di mille discorsi e ringraziamenti, al creatore invisibile di così pura magnificenza.

(...) la signora Teresa gli mostrava i fiori, le bestie domestiche, gli alveari addossati al muro più soleggiato del giardino; gli indicava, purché ne mangiasse, le uve più mature e gli alberi più dolci che piegavano verso la mano tesa i rami troppo carichi di frutta. Menicuccio se lo levava in sella, tra la carabina e il petto, perché prendesse confidenza col cavallo, e trottava con lui di podere in podere, verso le vigne, tra i querceti e i boschi di cerri.
Poi lo piantò in groppa da solo e se lo trasse dietro da mattina a sera, a sorvegliare la vendemmia e il taglio della legna.
Pietruccio viveva un sogno meraviglioso: penetrava con voluttà gli aspetti del paesaggio stupendo: anzi se ne impregnava con passione, come se volesse chiuderseli dentro per sempre. C'erano ore di tanta dolcezza che avrebbe abbracciato gli alberi come fratelli; parlava con le pecore e con i cani, s'appendeva al collo dei cavalli, e si sdraiava sull'erba dei boschi con la smania di fasciarsene. Una sera, sbucando da una vigna, vide come aprirsi d'improvviso il terreno, e giù in fondo al pendio rilucere il lago di Nemi come uno smalto verde-turchino; ne ebbe una tal gioia che si mise a cantare.
Talvolta lo stesso piacere fisico, dopo una corsa, dopo il sonno, dopo il bagno, diventava così ardente, che si trasformava in gioia spirituale e tutto gli faceva splendere l'universo.

Ma una domenica, da Albano, lo vengono a trovare gli altri operai. E a Pietruccio viene di nuovo la voglia di mettersi in cammino. Non torna da Mastro Decio, no: si incammina a piedi lungo la via Appia, verso Velletri, verso Terracina. Ed ecco la notte pensosa e tormentata della seconda fuga.

Si trovò a sedere con le gambe penzoloni dal letto; senza prendere una risoluzione, quasi automaticamente s'infilò le calze, si vestì; si pose in tasca le poche lire che aveva risparmiate, e con le scarpe in mano s'affacciò al pianerottolo. Il silenzio era fondo come il buio della notte: non si udiva neppure di là dall'uscio il respiro di Menicuccio e di sua moglie.
Scappare come un ladro! ...
Il fanciullo trepidò; l'anima gli versava nell'angoscia: s'accusò di non aver pensato a scrivere una parola; ma ebbe paura, se indugiava, di essere sorpreso, e quasi trascinato da una forza che soverchiava la stessa volontà, scese, attraversò con le braccia distese la sala da pranzo, e urtò con la punta delle scarpe che portava in mano la porta del giardino. La dischiuse, gli si avventarono incontro l'acuto trillo d'un grillo e il caldo odore delle vaniglie.
Quante stelle! Quante stelle! In cielo non c'era più azzurro, vi dilagavano fiumi e fiumi di costellazioni, e, in mezzo al fitto scintillio del firmamento, da ogni parte gli astri grandi, vivi palpitavano d'incomparabile splendore.


Capiamo così com'era il cielo dei Castelli Romani quando ancora non era oscurato dalle luci artificiali e dal bagliore della vicina metropoli. È un tratto che fa pensare al Pascoli dei Canti di Castelvecchio; al quale Brocchi è a suo modo utilmente accostabile, per l'ispirazione socialista e umanitaria, per la retorica dei buoni sentimenti, per la poesia delle piccole cose, e - come in quest'ultimo caso - per il sentimento cosmico e spirituale della natura.
Lasciamo alla curiosità del lettore il compito e il piacere di scoprire come continua la storia di Pietruccio. Valga qui soltanto aggiungere che ci vorranno ancora cinquant'anni, e cioè la penna altrettanto felice e feconda di Aldo Onorati, per veder vibrare la bellezza (perduta) dei Castelli tra le righe di una scrittura così turgida, versatile, multisensoriale, ricca di "copia latina" e, al contempo, di organica naturalezza, di musicalità. Si leggano a conferma opere come La saga degli Ominidi, La speranza e la tenebra, Nel frammento la vita. Le coincidenze del caso vogliono peraltro che anche Onorati (benché nato ad Albano, sessantatre anni dopo Virgilio Brocchi) sia originario di Orvinio.

Per la rubrica Cibo per la mente - Numero 105 ottobre 2011