RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Pepite

Noi veniamo da una scuola di cinema che è stata la più grande nel mondo...

Intervista a Maurizio Silvi, maestro di trucco nel cinema

Nella grande industria del cinema c'è un numero altissimo di persone che lavorano dietro le quinte, con passione, talento, senza mai apparire, pur essendo protagonisti nella realizzazione di un film. In questo numero di operatori creativi e basilari, incontriamo il truccatore cinematografico Maurizio Silvi, noto e stimato a livello internazionale. Maurizio Silvi è nato ad Albano, e qui risiede quando il lavoro - soprattutto realizzato all'estero, specie negli Stati Uniti - gli lascia un po' di tempo libero. In questo piccolo spazio estivo (una piccola parentesi), lo abbiamo incontrato per un simpatico, interessante colloquio. Silvi è un uomo che non si è montato la testa, nonostante il ruolo primario che ricopre nel settore di cui ora parliamo.

Com'è iniziata questa bella avventura?
Ho cominciato andando in un laboratorio di parrucche, da Manlio Rocchetti. Loro operano in questo settore dal 1920. Sono stato lì 3 anni ad imparare ad usare il ferro da ricci: arricciare i capelli, pettinare le barbe, i baffi, il crespo. Erano tutte cose richieste, specialmente in quel periodo, nei film western e in quelli d'epoca. Poi ho iniziato come volontario, e credo che sia la cosa migliore per imparare un mestiere. In quel momento ti accorgi se quel lavoro ti piace o se non fa al caso tuo. Quindi mi sono impegnato a fare le prime esperienze sul campo seguendo un truccatore. E sono stato fortunato perché ho preso a lavorare in film di serie A: con Fellini, Visconti... Con loro ho avuto importanti esperienze di approccio al cinema e ho conosciuto tanti segreti della professione. Sul tardi ho continuato da solo, ma in questo lavoro non si finisce mai di imparare. Più che in Italia ho operato all'estero. In Italia ho lavorato sul set del film Il nome della rosa, dopo in un film di Rosi, in Colombia, con l'attore Gian Maria Volonté, Cronaca di una morte annunciata, e ancora: Pinocchio di Benigni...
Poi c'è stato per me un incontro fondamentale: la conoscenza del regista australiano Baz Luhrmann che mi ha scelto per il film Romeo + Juliet con Leonardo Di Caprio e Claire Danes. Questo regista, giovanissimo, geniale, che opera con gusto e con una passione notevoli, mi ha fatto capire il vero cinema. Questo film è stato un tentativo azzardato, difficile. Un'idea originale, innovativa: partire da Shakespeare e fare un film moderno. Poi molti hanno preso ispirazione da questa pellicola... Quando il regista mi ha chiamato a New York per una settimana, mi ha detto: "Questo è un film moderno, questi sono gli attori". Allora gli ho chiesto: "Cosa intendi per moderno?". Lui mi ha risposto: "Intendo che il look lo devi fare tu, lo devi inventare tu". Sono uscite cose che, naturalmente, non c'entravano con l'odierno. In quel film la religione era molto sentita: ho fatto una croce in mezzo alla barba di un personaggio: rasata dentro. Sono i dettagli che a volte sfuggono a una prima visione del film, si vedono poco a prima vista. Come i tatuaggi: c'era un altro attore che aveva una Madonna grande, colorata sulla schiena, con la spada... Il protagonista aveva il cuore con la freccia. Mi sono proprio sbizzarrito in quel lavoro. All'attore colombiano, John Leguizano, che interpretava Tybalt, gli ho fatto la basetta di traverso, poi dopo qualche tempo è diventata di moda e tanti ragazzi ora la portano così....
In quel film, con Baz Luhrmann, ho avuto la soddisfazione di realizzare quello che avevo in mente, perché ho lavorato con registi che vedono il cinema in modo diverso: hanno il piacere di fare cinema e ascoltano i pareri di tutti gli addetti ai lavori, si sceglie e si decide tutti insieme, specie quando c'è un dubbio.

E l'esperienza di Moulin Rouge?
Anni dopo sono stato chiamato di nuovo, questa volta, appunto, per Moulin Rouge: ho avuto una grande opportunità e questo film per me rappresenta l'essenza del trucco. Baz mi ha lasciato fare, si è fidato al cento per cento. Bisogna dire che i gusti di entrambi sono molto simili e vicini, oltre all'amicizia che ci lega; ciò facilita enormemente il rapporto di lavoro e la creatività artistica. Nel film c'è la pittura di Toulose-Lautrec, di Degas fino ad arrivare a Picasso. Luhrmann è un regista che tiene molto ai particolari. L'impegno è stato enorme: a parte l'attrice Nicole Kidman, c'era una schiera di attori, numerose ballerine: un lavoro faticosissimo ma di grande soddisfazione... soddisfazione anche per la nomination agli Oscar per la categoria make-up insieme ad Aldo Signoretti. Poi è arrivata la nomination per il premio Bafta e, grazie al lavoro svolto in Moulin Rouge, ho vinto il premio Hollywood Makeup Artist and Hair Stylist Guild Award che è un premio di settore, molto prestigioso, solo per i parrucchieri e i truccatori.

Il tuo rapporto con l'America è molto costruttivo...
Sì. Ho lavorato per due anni con gli Americani alla serie Roma, uno sceneggiato americano appunto. In seguito sono stato chiamato per il film Hannibal, con la produzione di Dino De Laurentis, ma anche quello è un film americano. L'ultima "pellicola" a cui ho partecipato in Italia è stata nel 2003, Non ti muovere, dal romanzo della scrittrice Margaret Mazzantini, per la regia di Castellitto. Dopo di che film italiani non ne ho fatti più. Io ho lavorato più con gli Americani che con gli Italiani.

Perché?
Sicuramente perché, se ci fate caso, raramente in Italia si fanno film d'epoca e il trucco non è così importante nelle pellicole italiane, e poi perché probabilmente il mio reparto costerebbe troppo... Ma per il cinema italiano tutto costa troppo e si finisce che non si fa più cinema. La politica è questa: spendere meno. Ci sono bravi registi, molti autori validi. Il nostro cinema avrebbe tante possibilità di ritornare ai tempi d'oro. Ma se il cinema non ha i mezzi, te ne accorgi quando lo vedi sullo schermo: manca sempre qualcosa. Comunque, attualmente escono film anche belli in Italia, che vincono premi (prendi ad esempio quello di Lucchetti...) Dobbiamo dire: ci sono anche attori giovani bravissimi, i quali si stanno facendo strada, però il tutto, nel complesso, è molto limitato. La qualità la devi pagare. Se non paghi per avere la qualità, ti ritrovi la mediocrità. Infatti, a livello internazionale il cinema nostrano non è visto come prima. Gli americani parlano ancora di Fellini. Non c'è paragone con i registi di oggi. Essi possono interessare solo una parte del pubblico. Fellini è stato l'ideatore e il creatore di tutto il cinema.

Cosa pensi di Pasolini regista?
Anche Pasolini è stato un regista eccezionale: uno che non ha mai fatto cinema ed è uscito con quei capolavori ... Io penso che la tecnica conti fino ad un certo punto. Prima e dopo tu devi metterci la tua creatività, la tua esperienza... C'è gente che non ha bisogno di nozioni astratte.

Tu sei nato ad Albano e vivi per motivi di lavoro parecchio tempo all'estero, in America, Messico, Australia. Quando rientri ai Castelli Romani come ti appaiono?
Male, purtroppo, e non solo Albano. Tutti i Castelli Romani sono ridotti a dormitori. Noi ad Albano, per esempio, non abbiamo il cinema: è gravissimo, eppure è la realtà. Poi magari la qualità della vita è migliore rispetto alla grande città, è un po' più tranquilla. Ma certo se vai in Australia, trovi una realtà completamente diversa: trovi più interesse per le cose, per la natura, la gente rispetta le regole. Poi arrivi qui e trovi il caos, ti disorienti.

Anche al film Australia hai lavorato?
Sì, il pubblico si aspettava un film diverso perché lo avevano pubblicizzato come il nuovo 'Via col vento'. Da alcuni Australia non è stato amato. Però il regista Baz Luhrmann non aveva nessuna intenzione di riproporre Via col vento. Lui ha raccontato l'Australia che è completamente diversa dall'America: è così vasta, non c'è nulla per chilometri e chilometri, le distanze sono immense e lui tutto questo lo ha reso molto bene e in questo film ha fatto parlare anche la musica. Bisogna tener conto che per lui vale tutto l'insieme.

Hai lavorato con diversi registi e hai truccato numerosi attori famosi. Parlaci di loro.
Quando gli attori stanno al trucco, per alcuni è come stare sul lettino dello psicologo. In quel momento taluni si rilassano e parlano, raccontano; altri tacciono, forse ripassano le parti, si concentrano. Sono anche diversi da un giorno all'altro: devi capirli, conoscere la loro psicologia, le loro preoccupazioni... Magari in quella mattinata hanno scene difficili da interpretare e allora appaiono più tesi. Sono sfumature che comprendi con l'esperienza. Ci vuole sempre la discrezione. Devi anche capire che vivono come braccati, senza libertà, inseguiti dai paparazzi. Devono fare tutto di nascosto, andare in posti dove non li vedono. Questo è il dramma che viveva Nicole Kidman: sempre inseguita, non poteva decidere lì per lì di andare a comprarsi una cosa... Devi avvisare la security, mai uscire da sola... Certo, hanno una vita a parte, conducono un'esistenza diversa da tutti noi. La cosa più difficile è entrare nella parte del "personaggio", e non è semplice. Per me l'attore più grande che ho conosciuto è stato Daniel Day- Lewis. L'ho incontrato sul set di Nine. Aveva poco trucco, ma mi ha meravigliato la sua capacità di entrare nel "personaggio". Quando iniziano le riprese lui è "quel protagonista", poi all'improvviso, finito il lavoro di ripresa, è di nuovo se stesso: ti saluta, ti racconta, parla.

Quale attore italiano è conosciuto a livello mondiale?
Mastroianni. Indubbiamente. Non solo perché era grande, ma anche perché il suo nome è legato a quello di Fellini e a un certo modo di fare cinema, quando le pellicole italiane erano le più viste al mondo....

Un'attrice importante italiana?
Faccio riferimento sempre al periodo del nostro "grande cinema" e quindi cito la Loren, la Cardinale, la Vitti, la Mangano che era la musa di Visconti. Morte a Venezia è un capolavoro, un'opera gigantesca. Visconti conosceva di tutto, come Fellini, anche se Fellini faceva un altro cinema. Erano registi che non curavano solo la regia, ma erano aperti a tutto: se ne intendevano di costumi, del periodo storico: insomma, erano uomini di cultura. Ricordo anche bene come personaggio geniale italiano Marco Ferreri. Ho lavorato con lui a tre film, tra cui La casa del sorriso: un'opera sugli anziani, i malati terminali. Era un regista colto, aveva delle visioni che attuava con naturalezza estrema, non era complicato.
Parlando di registi non posso non citare Kubrick: questi sono stati mostri sacri, hanno fatto il cinema come volevano loro, come imponeva la loro creatività libera da mode e da costrizioni ideologiche. Kubrick ha sperimentato tutti i generi, e ha realizzato sempre film diversi fra loro; per esempio, dal punto di vista del truccatore, il trucco di Arancia Meccanica è un lavoro da inventare di sana pianta, il look della banda è stato approntato lì per lì, non c'erano modelli di riferimento; in Barry Lindon, invece, forse c'è stata più soddisfazione per il trucco: l'epoca storica da tenere presente, le parrucche...

La vostra è anche un'operazione di equipe: prima con il regista, poi con il costumista, il parrucchiere, il direttore di fotografia...
Sì, quando si deve iniziare un film, prima si fanno i test. Lì si decide: questo va bene, quello no. Tutti esprimono un'opinione. Il rapporto di conoscenza e di lavoro comincia in quel momento, dalla preparazione. Infatti, per il prossimo film che andrò a fare in America a breve, Il grande Gatsby, sono stato dieci giorni a New York per il workshop: conoscere gli attori, affrontare i primi test, parlare col regista...

Come ti muovi nel campo della cosmesi?
Io i prodotti li scelgo in base ai risultati che mi danno, li conosco e allora li uso. Non posso avere sorprese. Però non scelgo sempre le stesse cose: c'è anche qui una ricerca, una sperimentazione da parte nostra.

Prima di realizzare il trucco, quale preparazione c'è a monte?
C'è prima di tutto l'esperienza di cinema e una conoscenza culturale del periodo, una ricerca storica enorme: negli anni Venti gli uomini avevano i baffetti sottili; negli anni Trenta le donne truccavano la bocca in un modo diverso da quelle degli anni Venti. Studiamo i dipinti dell'epoca, le foto. Ci deve essere una cultura di fondo che eviti deviazioni nell'inquadrare il personaggio, l'epoca, gli usi...

Nel film Moulin Rouge, che vi ha portato alla nomination della "statuetta" per la categoria make-up, che tipo di preparazione c'è stata?
In questo musical, ambientato nella Parigi bohemien, non sono stato tanto a guardare l'epoca, ma ho puntato più all'estetica, alla bellezza. Infatti in questo film c'è l'amore, l'estetica, la morte, come per la Boheme. La "trilogia del sipario" di Baz Luhrman, di cui Moulin Rouge è l'ultimo episodio, è la Boheme. Ora questa trilogia è compiuta, ma la sua visione è sempre quella per il regista: amore, bellezza, morte.

La nomination all'Oscar nel 2002: come ti è arrivata la notizia?
E' stato tutto strano. Come prima esperienza non capivi bene il tutto. Nel 2002 funzionava così: cominciano a fare una prima selezione di 15 film. Da 15 passano a 7. E noi c'eravamo in quei 7. A quel punto sono andato a Los Angeles con il parrucchiere Aldo Signoretti, italiano. Abbiamo presentato una clip del film di dieci minuti ai membri dell'Accademy Awards. Ci hanno fatto molte domande e abbiamo ricevuto i loro complimenti. Non credevano che avessimo preparato l'intero lavoro in un mese, tutto con le nostre mani. Ci ha facilitato il compito la nostra conoscenza reciproca, l'affiatamento con il regista.

Con questi importanti e molteplici riconoscimenti internazionali sei rimasto nell' umiltà dei grandi ...
La mia soddisfazione è di aver fatto questi film: capita a pochi di poter lavorare in un film come Moulin Rouge. Rimangono capolavori unici. Chi lo rifarà più? Puoi copiarli, ma il risultato è diverso.

L'anno in cui siete stati nominati agli Oscar, il miglior montagggio è stato vinto da Pietro Scalia per Black Hawk down. Un altro italiano che lavora in America: fuga di cervelli o l'eccellenza del Made in Italy?
E' vero, noi veniamo da una scuola di cinema che è stata la più grande nel mondo. Quello italiano ha rappresentato il cinema vero e da tale scuola abbiamo imparato cose che né gli Americani né gli Inglesi sanno fare. Per esempio, mettere una barba a pelo significa che tu crei una barba quasi vera. Loro invece la mettono col tulle e il risultato è brutto, sembrano imbalsamati e si vede. Quello è il loro modo di lavorare. Chiaramente, se qualcuno ti conosce per quello che sai fare, ti chiama perché gli interessi. Sì, potrebbe essere una fuga di cervelli perché qui non ti chiamano e perciò sei costretto ad andare a lavorare fuori. E' una cosa che mi dispiace. Mi piacerebbe lavorare nel mio Paese, ma purtroppo non ci sono le premesse.

Per un giovane che vuole fare cinema è ancora valido andare sul set e iniziare dalla gavetta?
Indubbiamente, ma i tempi sono cambiati e non c'è più il volontariato che era l'unico modo per imparare questo mestiere. Alle scuole ci credo fino ad un certo punto: puoi insegnargli quello che vuoi, ma se non c'è qualcuno che li fa entrare a lavorare, a fare qualcosa, rimane tutto inutile. Cosa fanno allora questi ragazzi? Vanno a truccare le spose? Quando c'era il vero cinema, tanta gente lavorava, ma si cominciava col volontariato. Poi te li perdevi anche per strada, perché questo lavoro o ti piace oppure non resisti. Purtroppo oggi le opportunità sono scarse.

Tu hai assistenti fissi?
Ho avuto a periodi persone diverse. Ora ho con me mio figlio Matteo: con me ha lavorato pochissimo, ha fatto una buona esperienza nel cinema internazionale ed è diventato bravo.

Progetti per il futuro?
Sono stato molti mesi inoperoso. Ultimamente ho fatto un lavoro per gli Americani riguardo il processo Meredith, l'omicidio di Perugia. Era più che altro un'inchiesta, c'erano i racconti del Pubblico Ministero, dei protagonisti. Una ricerca complicata della verità. Adesso, a breve, andrò in America per lavorare al film Il grande Gatsby, dello scrittore Scott Fitzgerald. Il regista Luhrmann ha comprato i diritti e ha riscritto la sceneggiatura. Questo film sarà in 3D, e vedi gli attori proprio lì davanti a te. E' il primo film in 3D cui partecipo: sarà un impegno ancora più accurato, con maggiore ricerca del dettaglio. Non credo che il regista userà il digitale in tutto il film... Lui è sempre geniale, ha sempre qualcosa di diverso...
Poi ho messo la barba a Totti per quello spot della telefonia mobile. Mi hanno chiamato solo per mettere la barba a Totti. Sono della Roma e per me incontrare e lavorare con Totti è stata una grande emozione. Gliel'ho detto: "Capitano, metterti la barba è meglio che truccare la Kidman..."
E lui: "Per così poco!".

Baz Luhrmann
Lurhman nasce in Australia il 17 settembre 1962, Buz è il soprannome, il suo vero nome è Mark Anthony Luhrmann. Il regista è cresciuto nell'Austrtalia rurale. Il padre era proprietario della pompa di benzina del paese e della piccola sala cinematografica.
L'esperienza alla pompa di benzina e nella piccola sala saranno per Buz una fonte di ispirazione.
Buz è sicuramente tra i registi attuali più intriganti. Non molto prolifico, fa di ogni suo film un evento internazionale che raduna nelle sale centinaia di migliaia di spettatori.

 


Per la bibliografia di Maurizio Silvi
e la filmografia vai a IMDB (http://www.imdb.com/name/nm0799198/)
il database ufficiale del cinema mondiale

Per la rubrica Pepite - Numero 104 settembre 2011