RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Tafter

Rapporto annuale Federculture 2010

È una denuncia severa quella con cui si apre l'ultima edizione del rapporto che ogni anno Federculture dedica al sistema italiano dei beni e delle attività culturali: viviamo in un Paese che ha abdicato alla cultura a favore di uno stato di intorpidimento generale, che abbassando le nostre autodifese intellettuali ci induce a credere che il nostro immenso patrimonio di conoscenze, saperi, tradizioni sia un oggetto superfluo che possiamo accantonare per far posto a qualcosa di più utile e concreto. Una situazione che è progressivamente peggiorata nel corso degli ultimi anni, in concomitanza del ruolo sempre meno rilevante giocato dal settore culturale nelle politiche di sviluppo nazionali - a loro volta latitanti - e che rischia di generare conseguenze devastanti perché un popolo senza cultura è un popolo destinato a non avere futuro. Prima ancora che all'attribuzione di un valore economico, è al riconoscimento del valore sociale della cultura che puntano i contributi raccolti nel volume, al fine di mettere in evidenza non soltanto la capacità di generare reddito racchiusa nel settore dei beni e delle attività culturali, ma anche il suo essere uno strumento straordinario di programmazione politica, capace di rafforzare il senso di appartenenza al proprio territorio, migliorare la coesione sociale all'interno di una comunità, facilitare il raggiungimento del benessere collettivo. Per dimostrare quanto distante sia l'Italia dalla conquista di questi importanti obiettivi e quanto poco la politica abbia fatto per trasformare la cultura in un asset strategico per la crescita economica e sociale del nostro Paese, il Rapporto Annuale Federculture 2010 parla di una nazione che negli ultimi cinque anni ha visto ridursi di oltre il 30% l'intervento finanziario dello Stato a sostegno della cultura, con una dotazione del Ministero per i Beni e le attività culturali che dai 2.201 milioni di euro del 2005 è passata ai 1.509 milioni di euro previsti per il 2011, prospettando una riduzione dell'investimento statale di 58 milioni di euro per ogni anno dal 2011 al 2013. Una manovra finanziaria che si ripercuote sulla spesa per la cultura degli enti locali, che vedranno ridursi l'entità dei trasferimenti economici in loro favore: se le Regioni dovranno fare i conti con un taglio di 4 miliardi di euro per il 2011, le Province subiranno una riduzione degli stanziamenti di circa 300 milioni di euro e i Comuni una diminuzione di poco inferiore agli 1,5 miliardi di euro.
L'Italia appare poco competitiva, caratterizzata da una capacità di innovare ridotta ai minimi termini, come lasciano trasparire i risultati poco soddisfacenti ottenuti dal nostro Paese rispetto alle analisi condotte dal World Economic Forum per stimare la competitività globale. Pur rientrando tra le economie innovation-driven, ossia tra quei paesi che basano la propria propensione a competere sull'innovazione tecnica e tecnologica - e quindi sulla cultura e sulla creatività - l'Italia risulta essere al 48esimo posto nella classifica generale 2010 che misura l'indice di competitività globale, confermando la sua posizione di paese europeo più basso in classifica. Ma il nostro Paese riesce a fare anche peggio per quanto riguarda la rigidità del mercato del lavoro, dove siamo addirittura 117esimi su 133 nazioni, per le caratteristiche dell'ambiente istituzionale, che ci posizionano al 97esimo posto, e per lo scarso investimento in istruzione superiore, formazione universitaria e post-universitaria, dove ci classifichiamo ultimi rispetto ai principali paesi europei. Un dato quest'ultimo tristemente confermato anche dalle rilevazioni dell'Ocse, in base alle quali l'Italia risulta essere il penultimo paese della classifica Ocse per ciò che concerne la spesa per l'istruzione in rapporto al PIL, pari al 4,5% a fronte di una media Ocse del 5,7%. L'Italia spende in istruzione il 9% della spesa pubblica totale rispetto ad un media Ocse del 13,3%, con una percentuale di laureati tra i 25 e i 64 anni pari alla metà della media europea.
Per quanto sta accadendo oggi in Italia, sembra che il comparto dei beni e delle attività culturali abbia smesso di servire al presente, relegato così com'è in fondo all'agenda politica nazionale e tacciato di essere improduttivo e notevolmente oneroso - in termini di costi e di tempo - per un'economia in crisi. Eppure, mai come adesso, la cultura dovrebbe essere al centro della res publica per non rischiare che tutto diventi "cos'e nient".

Per la rubrica Tafter - Numero 101 maggio 2011