RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Pepite

(segue dal numero 95 - Seconda parte)

Il mestiere di scrittore

Intervista a Paolo Di Paolo

Paolo, tu hai conosciuto e conosci diversi protagonisti della letteratura italiana, come Dacia Maraini. C'è qualche esperienza che ti va di raccontare, rispetto al mondo della letteratura?
Ho sempre cercato, fin dagli anni del liceo, un contatto con chi aveva più esperienza di me - come forse molti cercano nella musica, nella recitazione, nelle arti figurative. L'altro, in questi casi, non è necessarimante un modello, ma un deposito di esperienza. Il contatto con lui ti aiuta a capire cosa potresti diventare. Frederic Prokosch, nel suo libro Voci, racconta di come a vent'anni, negli anni venti, si è avvicinato ai grandi della sua generazione: Virginia Woolf, T.S Eliot. Lui cercava con loro un "contatto magico", perché semplicemente vedendoli muoversi nel loro contesto naturale, tenendo conto anche dei loro difetti, delle loro manchevolezze, del loro non essere all'altezza sempre di tutto, beh, qualcosa si impara. Per me è stato fondamentale il dialogo con scrittori come Dacia Maraini, Antonio Debenedetti, Raffaele La Capria, Antonio Tabucchi, Aldo Onorati. Questo perché credo che la conversazione sia una forma particolare di ermeneutica della sollecitazione, nella quale fai delle domande agli altri perché le stai facendo a te stesso. Nella loro risposta trovi la tua, specchiata o per contrasto.


Visto che tu sei sia lettore che scrittore, com'è l'esperienza del venire "letti" da persone che non conosci, che possono fare dei commenti, domande in merito al tuo libro e soprattutto che vivono, ognuno in modo personale, l'esperienza che hai trasformato in storie e vissuti di personaggi?
La cosa più bella del mestiere di scrittore è quando, al di là della cerchia delle prime persone che ti conoscono e si specchiano in quello che hai scritto in modo anche imbarazzante, è il riscontro di uno o due lettori altri da te. Quelli che sono entrati in libreria e si sono fatti condizionare dalla copertina, dal titolo, dalla prima pagina e ti restituiscono qualcosa. Nel racconto La mezza età Henry James diceva: noi facciamo quello che possiamo, il resto è la follia dell'arte. Il racconto è basato sul fatto che ci vorrebbe una seconda occasione in tutte le cose che facciamo, pure nei libri che scriviamo. E' un'idea molto stupida, conlcude poi Henry James, perché l'occasione è solo una ed è nel fallimento riuscito che esiste la letteratura. È come se ogni libro fosse un fallimento riuscito: non sarà mai possibile accontentare te stesso e tutti. Eppure, nel fallimento riuscito, è fondamentale questo rapporto con i lettori. Soprattutto quando sei agli inizi senti la fatica della critica, dell'obiezione. Poi, invece, pensi che il libro successivo sarà più riuscito come fallimento! Almeno più riuscito in base a quello che le persone ti hanno detto. Il libro comincia ad esistere quando non lo difendi più. Finchè sta nel computer lo difendi, anche da te stesso.


Può esistere un "collegamento d'anime" tra uno scrittore e un suo agguerrito lettore?
Sì, esiste; è un corpo a corpo. Soprattutto da lettore lo sento quell'agguerrimento, quella guerra che fai per capire una pagina che ti ha sconvolto. Non so, se leggi una pagina di Salinger - prendi Un giorno ideale per i pesci banana, che è il primo dei Nove racconti. Tu lo leggi ventimila volte e c'è un segreto dentro. Un segreto dell'assoluto della scrittura. E allora l'agguerrimento sta là: senti che c'è una corrispondenza, perché quel racconto t'ha toccanto intimamente, ma non sai perché, e soprattutto ti dici, ma l'ho capito veramente io questo racconto? Riconoscere la straordinarietà, quasi di un'apparizione che ti ha sconvolto, ti ha catturato; là comincia la guerra - una guerra gentile. Ci deve essere un segreto! E non c'è, non esiste! Non esiste la spiegazione di quel segreto. E' come se volessi spiegare il mistero delle cose, ma forse neanche Salinger riusciva a spiegare perché ha scritto un racconto come Un giorno ideale per i pesci banana. E' come se avesse là dentro carpito l'opacità e il mistero dell'esistenza, nel suo grumo anche un po' fetido, oscuro, schifosissimo e bellissimo. Come se avesse carpito il mistero di tutte le esistenze, raccontandone due o tre. È venuto là, come uno stato di grazia. E mentre lo leggi la ingaggi questa guerra che non ha compimento.


Nei tuoi libri compare spesso l'ambientazione scolastica liceale. Sembra che quegli anni abbiano significato per te - e forse significano per tutti - un valore magico di scoperta, un'esperienza del mondo in grado di segnare l'esistenza pienamente e dal di dentro, anche rispetto al futuro. Perché quegli anni sono stati importanti per te? Come mai hai scelto più volte di parlarne nei tuoi romanzi?
In quel magma dell'adolescenza c'era quello che saremmo diventati. Avevamo uno slargo infinito che era il futuro, e tu potevi diventare tutto: un genio, una sciacquetta, una ballerina di danza classica, un cretino qualunque o veramente il Papa, no? Dentro le venticinque persone che compongono una classe - in qualunque tempo, in qualunque luogo - c'è un fascio di pulsioni e di verità individuali un po' "stinte" nel gruppo. E i primi movimenti di identità ancora irrisolte, come l'iniziale sbozzatura di una scultura che poi, pian piano, prende forma dal masso di marmo. Quando guardi una vecchia fotografia sembra quasi una matrioska: adesso tu sei il contenitore di quel pezzo di matrioska che stava lì. E' come se l'identità in divenire fosse più interessante, più importante dell'identità raggiunta. Quando ricerco il me di dieci anni fa lo trovo molto più interessante, perché era molto più irrisolto, meno radicato nell'abitudine anche mentale, nelle scelte. Il giovane Holden è un libro fondamentale, perché indaga quel momento in cui Holden è tutti e nessuno. Quando il libro finisce tu non sai bene chi sarà Holden quando sarà un signore attempato. C'è una frase di Talleyrrand che piaceva ad Attilio Bertolucci: "Chi non ha conosciuto la vita prima della rivoluzione non conosce la dolcezza della vita". Quando la rivoluzione è finita, quando sei arrivato dove volevi arrivare, ti sembra infinitamente più dolce quello che c'era prima, anche se era infinitamente più stupido, più doloroso, sciocco e anche ingiusto.


Nel romanzo Questa lontananza così vicina, edito dalla Perrone Editore, parli anche della Professoressa Cabiati, che lavorò per anni al Liceo Foscolo di Albano e che purtroppo ora non c'è più. Pensi che un professore possa incidere in maniera determinante nella ricerca e nel riconoscimento del talento dei ragazzi?Sì, certo, può incidere moltissimo. Se ti aiuta a riconoscere quello che potresti essere, intercettandolo prima che lo faccia tu; però potrebbe anche schiacciarlo. Nel caso suo, nonostante tutta la severità e gli errori che racconto nel libro, lei aveva rintracciato prima di me una mia attitudine.


Come trascorrono, più o meno, le tue giornate lavorative di scrittore?
Senza costanza, che non è una dote che mi appartiene. Concentro la scrittura in periodi molto brevi e intensi. Il grosso di un libro lo scrivo dentro la testa, magari per ventidue anni, poi la scrittura del libro si concentra in un giro di pochi mesi. Kafka diceva che il primo peccato è l'impazienza; io ce l'ho tutto, ho bisogno continuamente di cose diverse. Il mio scandenziario si barcamena tra viaggi, seguendo libri in varie città, un giorno un articolo di giornale, un altro all'università. Non perché creda all'ispirazione, però per come la vivo io, nella scrittura c'è bisogno almeno di uno stato di grazia.


Oggi tu ti occupi anche di fare il consulente per la Perrone Editore, una casa editrice nata nel 2005 a Roma dalla passione di Giulio Perrone e Mariacarmela Leto. Com'è l'esperienza del consulente?
E' l'esperienza di uno che si vede passare sulla scrivania tantissime idee, proposte, carte e cerca, in quelle scritture, qualcosa che dia l'impressione che quel determinato autore non ricordi nessuno. Per trovare, nel marasma di cose anche belle, gradevoli, qualche voce che non somigli a nessuno. Non perché sia per forza eccentrica, ma semplicemente perché racconta in un modo che è tutto suo, narrando la cosa anche più ovvia del mondo a modo suo. Non credo di cercare chissà quale storia sconvolgente, ma piuttosto una voce, come se fai il talent scout nella canzone. Può essere anche la più ineducata, la meno prevedibile, la meno intonata rispetto a delle convenzioni, a dei modelli; quella più stonata è quella che magari funziona di più, se è stonata consapevolemente. Tutto si gioca nella consapevolezza: tu puoi essere anche assolutamente autodidatta, impreparato, ma devi essere consapevole di ciò che fai. La consapevolezza non ti viene dalle scuole di scrittura che hai fatto né dall'università, ma semplicemente dal rapporto con la tradizione, i libri e le voci degli altri. E ritagli la tua anche in contrasto a quello che scorre nelle tue orecchie, oppure sotto ai tuoi occhi.


Possono essere utili ai giovani scrittori iniziative come Racconti di provincia, un concorso letterario promosso dall'Assessorato alle Politiche Culturali della Provincia di Roma che mira a valorizzare lo sguardo dei giovani sul territorio dei Castelli Romani?
Qualsiasi iniziativa che ti metta di fronte un pubblico è fondamentale; quella consapevolezza di cui ti parlavo viene dal fatto che qualcuno ti legge e riconosce in te un valore o un disvalore. Un concorso non è fatto dall'altisonanza dei nomi di una giuria o dalla visibilità che propone, ma dal fatto che ci sono persone disposte a leggere molti testi e a farsene un'idea. Un lettore o cinque lettori ne valgono un milione. Nel momento in cui qualcuno ti dice: dentro questa pagina mi sono ritrovato, questa mi ha commosso, mi ha emozionato, mi ha fatto incazzare, mi è sembrata schifosa. La scrittura non vive di autoreferenzialità, ma di un destinatario, e un concorso, qualunque forma abbia, se è onesto e trasparente, a quello mira.


Com'è la vita dello "scrittore a contratto", che deve creare avendo delle scadenze esterne, reali e forse anche delle aspettative più marcate?
È una vita, intanto, fortunata rispetto a tanti altri. C'è la soddisfazione, perché qualcuno riconosce la dote della tua scrittura, nello stesso tempo anche la paura di tradirti, di sentire troppo quella scrittura come un lavoro - e un lavoro fino in fondo non è. Il libro di Luca Goldoni, Sempre meglio che lavorare, parla proprio dello scrivere. Scrivere in fondo deve essere sempre un po' meglio che lavorare. Devi cercare di essere un passo indietro rispetto alla possibilità che quella tua passione diventi un lavoro vero e proprio. Poi, è bellissimo che ci sia un grande editore che ci creda, però mentre scrivi devi dimenticarlo.

 


BIOGRAFIA

Paolo di Paolo è nato a Roma nel 1983.
La raccolta di racconti Nuovi cieli, nuove carte (Empìria 2004) è stata finalista al Premio Calvino.
E' autore di libri intervista: Un piccolo grande novecento (Manni, 2005) con Antonio Debenedetti,
Ho sognato una stazione.
Gli affetti, i valori, le passioni (Laterza 2005) con Dacia Maraini, Risalire il vento (Liason, 2008) con Raffaele La Capria, Queste voci queste stanze (Empìria 2008) con Elio Pecora. Come romanzi ha pubblicato Raccontami la notte in cui sono nato (Perrone, 2008) e Questa lontananza così vicina (Perrone, 2009).

Per la rubrica Pepite - Numero 96 novembre 2010