RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Enogastronomia

AZIENDA INNOVAZIONE

Facciamo il punto

È da circa un anno e mezzo che percorriamo in largo e in lungo i Castelli Romani per intervistare alcune aziende innovazione del settore vitivinicolo e/o esperti del campo enologico.
Siamo interessati (augurandoci che anche i lettori della rivista continuino ad esserlo) a "cogliere" i pareri, i suggerimenti, le critiche, le lamentele, le prospettive, le aspirazioni, l'ottimismo e il pessimismo di chi ogni giorno affronta, anche per motivazioni a volte tra le più disparate, le tematiche relative ai vigneti e ai vini della zona.
La nostra "curiosità" certamente continuerà anche nei prossimi mesi con altre interviste che cercheremo di evidenziare puntualmente su "Vivavoce".
Oggi possediamo materiale già sufficiente per fare, come si dice in gergo un primo "punto" della situazione.
Vediamo, innanzitutto, i comuni pareri che scaturiscono dalle nostre interviste.
È evidente a tutti che il settore vitivinicolo castellano è in forte crisi. I prezzi di mercato delle uve e/o le liquidazioni da parte delle Cantine cooperative non ripagano i costi e la fatica di un intero anno di lavoro del viticoltore.
Il consumo del vino cala e per quelle Cantine che non trovano nuovi sbocchi sui mercati italiani ed esteri diventa veramente molto difficile continuare a lavorare con profitto.
A tutto ciò va aggiunto che è sempre più complicato a livello commerciale recuperare con puntualità i crediti maturati.
Situazione, quindi, niente affatto rosea! Ma per fortuna c'è chi non perde l'ottimismo e cerca di innovare. L'innovazione stessa può interessare molteplici fattori. Per quanto concerne gli uvaggi, ad esempio, qualcuno predilige i vitigni autoctoni, altri pensano a quelli internazionali, altri ancora preferiscono un mix.
Quante sono le aziende e soprattutto quanti sono gli ettari di vigneto interessati a queste operazioni? Non possediamo dati concreti. Forse nessuno li possiede in modo preciso e in base all'angolazione con la quale ci posizioniamo ad osservare il fenomeno, aumenta o diminuisce il nostro ottimismo o il nostro pessimismo!
Alcuni pensano che la soluzione dei problemi sia quella di chiedere agli organi competenti l'elevazione di un determinato vino dalla Denominazione di Origine Controllata (D.O.C.) al gradino più alto della piramide, in altre parole alla D.O.C.G. Denominazione di Origine Controllata e Garantita (ricordiamo che oggi già si parla di D.O.P. Denominazione di Origine Protetta, ma esistono ancora le D.O.C. e altre sigle).
C'è chi ritiene, invece, che l'obbligatorietà dell'imbottigliamento in zona di quel particolare vino D.O.C. possa ridurre al minimo la "manipolazione" del prodotto da parte dei soliti "mascalzoni", fornire una più appropriata garanzia di qualità al consumatore e in definitiva conferire una migliore immagine al comparto vitivinicolo.
Abbiamo l'impressione però che, a parte le interessanti iniziative sopra riportate, si "navighi" a vista senza una precisa programmazione comprensoriale!
Conosciamo i dati dell'estirpazione dei vigneti e se il trend non cambia, fra una decina di anni rimarranno nel comprensorio castellano pochi, pochissimi ettari coltivati a vigneto. Allora sì che potremmo parlare, tra l'altro, di vini dop, docg, doc, igt, etc., ma come ricordi di "Na vota c'era"!
Siamo troppo pessimisti? Ma no, siamo solo realisti, anche se ci auguriamo di sbagliare le previsioni! Alcuni osservatori, comunque, fanno notare e non a torto che la viticoltura castellana è composta prevalentemente di aziende con una superficie media al di sotto di un ettaro (non mancano aziende di grande dimensione, ma la media è quella citata) e che le operazioni di campo ruotano intorno ad un lavoro part-time se non addirittura enohobbystico. Infatti, non sono pochi gli "addetti" che hanno un altro lavoro certo e remunerato. Questi osservatori parlano ovviamente delle generazioni più giovani, mentre le persone anziane che si dedicano alla vigna spesso sono già titolari di una pensione. Il problema allora non esiste?! Se arriva il finanziamento per l'estirpazione del vigneto, o l'esproprio del terreno vitato per la costruzione di una superstrada o la zona diventa, come per "magia", edificabile per costruzioni industriali o meglio ancora per quelle di civile abitazione, ecco che si avvera il "miracolo" della manna celestiale per il nostro "povero" viticoltore!
E a questo punto possiamo dire addio alla bella e ricca tradizione vitivinicola castellana!
I problemi della nostra vitivinicoltura non sono distribuiti a macchia di leopardo, non interessano solo alcune specifiche zone, ma l'intero territorio castellano e, quindi, vanno risolti (o almeno bisognerebbe tentare di farlo) con un'ottica a 360 gradi.
E' difficile, però, nel nostro settore e nel nostro comprensorio sentire parlare di comunicazione e di organizzazione globale, al fine di ottenere un valido apprezzamento dei vini castellani sia sui mercati nazionali e sia su quelli internazionali. Anzi non si sente mai o quasi mai dissertare di coordinazione delle attività di tutte le zone doc: marketing territoriale, allestimento di fiere, feste, concorsi, e-commerce, accoglienza dei visitatori, iniziative enoturistiche, enogastronomiche ed enoculturali etc., che interessino contemporaneamente tutto il territorio castellano.
Non conosciamo quali azioni comuni si intendano intraprendere per "estirpare" definitivamente dal mercato quegli operatori disonesti, che arrecano ingenti danni economici e di immagine a tutto il settore.
Ognuno pensa e coltiva (quando coltiva) solo il proprio orticello e lo coltiva unicamente dal punto di vista tecnico vitivinicolo. Bene, benissimo, ma a nostro modesto parere non basta, non è sufficiente! Si saltano alcuni significativi passaggi preliminari.
La valorizzazione del territorio va attuata prima o di pari passo con quella dei vigneti e dei vini. Valorizzazione che NON va fatta dopo, ammesso che dopo si faccia! Sono osservazioni che già in parte abbiamo espresso sui n. 71 e 85 della rivista.
Facciamo un esempio per spiegarci meglio: il passaggio di un vino da D.O.C. a D.O.C.G. è indubbiamente un'operazione faticosa ma di valore. Contemporaneamente (meglio se si fa prima) vanno attuate, però, tutte le altre iniziative sopra accennate, altrimenti la "fatica" non porta grossi risultati, anzi può fornire solo illusioni.
Non è sufficiente migliorare i profumi e i sapori dei vini (operazioni sicuramente importanti), ma è necessario trovare le "strade" della diffusione e dell'apprezzamento della nostra cultura, dei nostri prodotti su vecchi e nuovi mercati. Occorre far capire ai consumatori il perché delle novità, la ragione dell'eventuale ritocco dei prezzi e così via. E urge che intorno al settore specifico giri un sistema preparato professionalmente all'accoglienza e alla divulgazione di tutto quello che offre il comprensorio.
Per l'enoturista, ad esempio, non è cosa banale (anzi è importante) trovare con facilità e a un costo non esoso dove poter parcheggiare la propria auto, ma è fondamentale per la persona interessata reperire con chiarezza e sicurezza l'indicazione ufficiale delle Cantine selezionate, delle botteghe del vino, delle enoteche, dei ristoranti che propongono i vini pregiati del territorio e a un prezzo dignitoso, delle bellezze artistiche e paesaggistiche, dei monumenti con gli orari delle visite guidate e perché no anche degli spettacoli folcloristici e teatrali della tradizione castellana. Il visitatore-consumatore deve potenzialmente essere coinvolto in tutto, deve poter con soddisfazione "calpestare" e "mangiare" il territorio. E non basta! È basilare, che quanto sopra descritto, si svolga in un contesto di programmazione che, lo ripetiamo, coinvolga contemporaneamente tutti i Castelli Romani e tutti i vini doc del comprensorio, senza creare sovrapposizioni e doppioni inutili. Inoltre non va dimenticato l'importantissimo lavoro "esterno" da attuare verso i mercati regionali, nazionali ed esteri anche con l'aiuto fondamentale degli enti preposti.
"Strade"essenziali, queste, che non si percorrono però automaticamente solo perché sull'etichetta della bottiglia è stata aggiunta una sigla.
Sappiamo che le operazioni non sono facili, richiedono tempo, investimenti economici e soprattutto per noi castellani una cosa difficilissima: coordinazione! Ma vogliamo cominciare o perlomeno "tentare" di cominciare?
E a proposito di "strade", la Strada dei Vini dei Castelli Romani che fine ha fatto? Certamente la "Strada" non è la panacea dei mali vitivinicoli castellani, ma siamo convinti che possa fornire un grosso contributo alla risoluzione di alcune problematiche, come è successo e succede in altre importanti zone d'Italia.
Strano è che quasi tutte le aziende innovazione che abbiamo intervistato e che hanno aderito con entusiasmo all'iniziativa "Strada", hanno definito la stessa un "contenitore vuoto".
Saremmo lieti a tale proposito di sapere dal Presidente della "Strada" che nel contesto generale descritto certamente non ne è il capro espiatorio, se nel frattempo il contenitore si sta riempiendo e con che cosa.

Per la rubrica Enogastronomia - Numero 94 settembre 2010