RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Tafter

Festival delle Città Impresa, il nordest e la prova del 2019

Nell'economia della conoscenza si produce e si consuma in maniera prevalente il senso cui i prodotti rimandano anziché la materia che li compone. In teoria, se il valore risiede nel senso generato da chi crea e riconosciuto da chi acquista, il baricentro della questione economica si sposterebbe dal capitale alla persona. In particolare, a fianco della tradizionale dinamica della competizione, è emersa la possibilità di sperimentare nuove forme di collaborazione che aprono la strada alla smaterializzazione dell'economia e alla società della conoscenza. Possono cambiare così i connotati della proprietà e dell'organizzazione produttiva, la complessità prende il posto della linearità e la cultura diventa il luogo dell'economia, un laboratorio per la sostenibilità ambientale e sociale. Ma siamo certi che questa grande trasformazione sia terminata? Quali sono i mutamenti di visione assimilati in profondità nella visione di decisori pubblici e privati? Può dirsi davvero conclusa l'epoca industriale? Qual è il ruolo della finanziarizzazione e dell'iperconsumismo di stampo pubblicitario in questo scenario?
Questi i problemi aperti che sfidano oggi la capacità di adattamento del capitalismo globale e ancor più di quello locale, a prescindere da ogni protezionismo mentale.
Di queste forme concettuali e dell'urgenza di stare al passo con il cambiamento in atto si è occupato dal 21 al 25 aprile il Festival delle Città Impresa, al crocevia fra scienza e impresa, cultura e sostenibilità. Ho seguito alcuni degli incontri proposti nella tappa di Rovereto, una delle sette articolazioni del festival, una manifestazione diffusa che si estende in tutto il nordest e promuove la candidatura di quest'area del nostro Paese a capitale europea della cultura nel 2019.


Giovedì 22 aprile: Jacques Attali conversa con Riccardo Illy
Immaginare il futuro, una conferenza all'insegna del più lucido e divertito realismo, dal retrogusto aristocratico ma intenso, non senza qualche sfogo pindarico. A moderare, forse esagerando, il giornalista del sole 24 ore Mariano Maugeri, che è riuscito a incorniciare i contenuti potenzialmente forieri di inquietudine granitica in un salotto molto ben arredato, quasi surreale - alla Lynch, apparecchiando con garbata leggerezza le pietanze precotte dagli illustri relatori. La noia in quantità è stata alternata a presagi di sventura, come quando Attali ha predetto o esorcizzato la scomparsa dell'euro nell'arco dei prossimi cinque anni - gelo in sala.
Alla domanda "cosa farebbe al posto di un ventenne italiano?" (commentata dallo stesso moderatore con un lubrico "io me ne andrei per vent'anni") il superconsigliere di Mitterand ha risposto elencando le sue sette regole per sopravvivere alla crisi - spot pubblicitario, libro alla mano - un misto di buon senso e guasconeria con invito alla rivoluzione come estrema ratio.
L'intervento di Illy è stato più sobrio e generoso. Si è soffermato sulle difficoltà concrete incontrate da chi ha un ruolo di amministrazione focalizzando l'attenzione su due urgenze su scala nazionale: la riforma pensionistica da ancorare alla vita attesa, e la promozione dell'accesso agli asili nido come politica attiva a sostegno della natalità e dell'occupazione femminile. Per finire, per non esser da meno, ha aperto lo sguardo sulla prossima era, quella dell'estetica, in cui si dissolverà a breve l'economia della conoscenza. Immancabile, la chiosa intrisa di manzoniana provvidenza: in un futuro dove la bellezza sarà al centro Italia e Francia saranno di nuovo all'avanguardia. Ma sì, tutto sommato, se non costa nulla, perchè non sognare? "La fuga, della vita, chi lo sa, che non sia proprio lei la quintessenza...", diceva Paolo Conte. Una serata in cui a mio avviso abbiamo fantasticato molto ma immaginato davvero poco. Peccato che il pubblico in sala non abbia potuto interagire.


Sabato 24 aprile: Soumitra Dutta - "Dal social network all'economia digitale"
Docente di business e technology all'Insead, Soumitra Dutta è uno dei massimi esperti mondiali di innovazione applicata alle aziende e ai territori. Coautore del rapporto annuale sull'Information Technology del World Economic Forum (Meeting di Davos), il più autorevole documento mondiale sul tema. Un'intelligenza cristallina, capace di parlare alla mente di tutti con la semplicità che è dei migliori. Di fronte a lui, un pubblico sparuto e una interlocutrice sulla difensiva che ha incalzato l'esperto di innovazione con domande apocalittiche circa la pericolosità della tecnologia che si evolve in maniera travolgente. In estrema sintesi, un'occasione sprecata.
L'argomento, di grande attualità: il ruolo dei social media nel cambiameento dell'organizzazione produttiva. Sullo sfondo, il paradigma della coda lunga che consiste nell'evoluzione della composizione di domanda e offerta culturale verso una pluralità di mercati di nicchia peer to peer a scapito della tradizionale forma di produzione e consumo di massa. Dutta ha fatto luce su due aspetti centrali: 1) la tecnologia è un dare e un avere, gli effetti che produrrà dipendono dalla conoscenza e dalla consapevolezza umana nell'utilizzarla in maniera adeguata; 2) la leadership sta cambiando, chi riesce ad allentare il controllo senza perderlo si candida a interpretare in maniera vincente le sfide presenti, costruendo ricchezza a partire dalla diversità, in un dialogo che espande gli orizzonti personali e si configura come una mente collettiva variopinta, capace di gestire la complessità e pensare l'impensato.
Con la massima coerenza possibile, ci ha salutato lasciandoci la sua mail in modo da restare in contatto e continuare il contagio vitale. Soumitra.dutta@insead.edu - io l'ho già fatto!


Un commento in conclusione. Il Festival sconta una difficoltà di fondo, in cui aspetti legati alla complessa organizzazione della manifestazione si fondono a una più profonda titubanza nel rappresentare o più propriamente nel ricostruire, nel "performare" una pensabilità ancora lontana del nordest come un corpo unico. Per il momento la candidatura di questa regione a capitale della cultura per il 2019 segna l'inizio di un percorso in gran parte da inventare. Convivono spinte centrifughe ed elementi capaci di unire, come ad esempio il comune vissuto delle vicende belliche nel passato o la vocazione per l'innovazione produttiva, nel presente che si proietta verso il futuro. Il Festival, in questo scenario, è una sfida aperta. L'efficacia dimostrata nel garantire nomi di sicuro richiamo e spessore - in primo luogo grazie a una disponibilità economica ampia - non è da sola un requisito sufficiente a sostenere un processo di identificazione ambizioso come quello di diventare capitale europea della cultura. L'esortazione è per un'azione più forte e capillare a sostegno dell'interazione fra territori così vicini ma che spesso viaggiano verso orizzonti sghembi. Porre al centro la prospettiva dell'integrazione regionale e premiare le pratiche che tendono a creare questi nessi è il banco di prova per far sì che eventi non insensati come il Festival riguadagnino consenso e radicamento, superando i timori attuali e proponendosi come laboratori del cambiamento.

Per la rubrica Tafter - Numero 92 giugno 2010