RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Enogastronomia

I vini dei castelli ...la parola all'esperto

Dal mese di aprile del 2009 (n. 80 della Rivista) sono state avviate nostre interviste ad alcune "aziende innovazione" del comprensorio vitivinicolo dei Castelli Romani.
Sino ad ora ci siamo occupati di quelle realtà ubicate nelle zone dei vini doc Frascati, Marino, Colli Albani e Colli Lanuvini.
A partire dal prossimo numero l'attenzione sarà rivolta alle aziende presenti nelle aree dei vini doc Velletri, Montecompatri-Colonna e Zagarolo, in modo da "toccare" anche se non in senso esaustivo, l'intero comprensorio vitivinicolo dei Castelli.
Oggi, invece, desideriamo riportare il parere tecnico-commerciale di uno stimato professionista, il dottor Paolo Peira.
Nei successivi numeri di "Vivavoce" cercheremo di "cogliere" il "punto di vista" del responsabile dell'azienda innovazione medesima e possibilmente anche quello, "indipendente", di un esperto del settore, sia esso un agronomo, o un chimico-biologo, o un enologo, o evidenzieremo semplicemente l'opinione di un comune cittadino appassionato "cultore" della vite e del vino.
Il dottor Peira è un enologo (studi tecnici presso la Scuola enologica di Alba, laurea all'Università di Bordeaux) e un biologo. Profondo conoscitore del territorio castellano, attualmente è direttore della Enoconsult, affermata Società di consulenza tecnologica nel campo dell'enologia.
Con molta competenza risponde alle nostre usuali domande.

Al fine di accrescere la qualità dei vini è utile prevedere l'implementazione di nuovi vitigni?
È fondamentale, soprattutto in una zona come quella dei Castelli Romani dove la piattaforma ampelografica attuale non è in grado di reggere il confronto con le altre zone viticole nazionali.
Ciò non significa dover necessariamente ricorrere a varietà internazionali, banali e scontate, ma puntare invece su varietà autoctone interessanti sotto il profilo aromatico e che abbiano nel contempo una buona adattabilità con i climi ed i suoli della regione.

Che tipo di ripercussioni ha su un "marchio" aziendale un eventuale abbandono di vitigni autoctoni a fronte di un'implementazione di altri vitigni?
Dopo anni di impianti di vigneto con varietà rosse internazionali, oggi i nostri commerciali ci informano che il consumatore pretende l'autoctono bianco. Ora, per una azienda che abbia gestito i suoi impianti e le sue scelte con equilibrio e sagacia, questo è motivo di grande rilancio e speranza in quanto l'autoctono è per definizione qualcosa che abbiamo solo noi e non altri. Per questo motivo, è il momento meno opportuno per abbandonare le varietà autoctone di pregio mentre, aldilà delle mode le varietà autoctone che non presentano alcun valore organolettico vanno certamente spiantate a vantaggio di varietà più interessanti.
D'altro canto un marchio sconosciuto deve puntare inizialmente su varietà conosciute in modo da poter inizialmente approcciare più facilmente i mercati esteri. Una volta che il marchio si è imposto attraverso la qualità e la continuità dei suoi prodotti da una parte e la serietà aziendale dall'altra, si è più liberi nel far provare vini prodotti a partire da varietà autoctone valide. A quel punto deve essere il marchio stesso la garanzia della qualità per il consumatore.

Le aziende che hanno innovato hanno aperto nuovi canali di commercializzazione?
Spesso, ahimè, l'innovazione viticola ed enologica non rappresentano la garanzia per l'apertura di nuovi canali di commercializzazione. È questa una condizione necessaria ma non sufficiente in quanto alla qualità del vino ci sono anche altri aspetti da prendere in considerazione quali il prezzo, il packaging, la capacità di comunicare, ecc.

Tali cambiamenti come vengono accolti dai committenti (locali/nazionali/esteri)?
Nel caso di aziende che vantano reti distributive, locali ed internazionali, ormai consolidate le innovazioni sono sempre accolte in maniera positiva in quanto sono la testimonianza della dinamicità di un'azienda; inoltre un cambiamento rappresenta sempre un'ulteriore argomentazione per intrattenere la propria clientela ed i compratori finali (ristorazione, GDO, ecc).

Quale è la dimensione media delle aziende che hanno innovato?
Non esiste una regola fissa; molto dipende dalla capacità imprenditoriale dei singoli attori che compongono la filiera produttiva. Ci sono aziende di medie e di piccole dimensioni che innovano dal punto di vista varietale, presentandosi sul mercato con nuovi ed interessanti vini, d'altro canto troviamo grandi gruppi che investono sulle nuove tecnologie ed attrezzature di cantina.

Quante sono?
Se ci riferiamo al comprensorio dei Castelli Romani, bisogna riconoscere il lento ed inesorabile arretramento dei nostri prodotti rispetto alle evoluzioni ed alle innovazioni delle regioni che ci circondano. Se si estrapola qualche raro caso, la maggior parte delle aziende è ancora legata a vigneti e cantine ormai obsolete e quindi si presenta sul mercato con netto ritardo rispetto ad altri produttori concorrenti.

La "tipicità" del prodotto (vino) è un dato essenziale? Va mantenuta e meglio definita? E come?
La tipicità è in due parole la ripetitività dei caratteri organolettici di una determinata varietà in un determinato territorio. In questo, gioca un ruolo fondamentale il grado di adattamento di un vitigno all'ambiente di coltivazione; questo è valutabile in modo soddisfacente dalla stima della stabilità dei caratteri produttivi e qualitativi di un vitigno, che viene quindi considerato adattabile se in ambienti diversi e variando le condizioni climatiche e podologiche fornisce standard qualitativi, soddisfacenti e stabili.
Nel caso dei Castelli Romani, essendo le varietà impiegate perlopiù neutre sotto il profilo organolettico, si può parlare di una tipicità tecnologica in quanto il profilo aromatico dei vini scaturisce da una corretta tecnologia di cantina (vedi vinificazione e fermentazione alcolica).

Quali prospettive può fornire a tutto il comparto vitivinicolo la "Strada dei Vini dei Castelli Romani" ed è una iniziativa sufficientemente conosciuta a cui, comunque, è bene aderire?
Tutto ciò che contribuisce alla promozione di un territorio, a far conoscere i suoi prodotti è benvenuto. A condizioni che non gravi economicamente sui produttori e che non favorisca l'uno piuttosto dell'altro. Deve essere quindi trasparente e gestita da manager.

Il marketing territoriale e l'e-commerce sono operazioni da sviluppare e coordinare? E come?
Il marketing territoriale in una zona vitivinicola a due passi da una città con più di due milioni di consumatori va da sé che è di fondamentale importanza. Occorre rieducare i consumatori più vicini (che spesso sono degli esperti enoturisti che ogni fine settimana sono capaci di prendere la macchina e compiere centinaia di km per raggiungere zone vitivinicole spesso di minor qualità della nostra ma meglio pubblicizzata) ed insegnargli ad apprezzare i prodotti della propria zona. Questo ovviamente non può essere fatto dalle singole aziende ma dagli enti di promozione preposti a tale scopo. Perché investire grandi sforzi ed energie per presenziare a fiere dall'altra parte del mondo quando non si fa nulla per avvicinare Roma e i romani ai vini laziali?
Per quanto riguarda l'e-commerce io credo che aldilà delle singole aziende si potrebbe creare un portale gestito dalla regione che, oltre alla promozione si occupi anche di mercato, vendita on-line e consegna dei prodotti.

Un miglioramento organolettico dei vini dei Castelli Romani può convivere con una migliore qualità di vita del viticoltore? E come?
Se per migliore qualità della vita si intende dal punto di vista del benessere economico, certamente si. Migliore è il vino, maggiore è la remunerazione per il viticoltore e quindi migliore qualità della vita.

Ringraziamo il dottor Peira per le sue dettagliate e chiare risposte su argomenti così complessi. Il dibattito continua ad essere aperto!
Con il prossimo numero riprenderà la rubrica della Piccola guida all'abbinamento cibo-vino (parte quinta).


Per la rubrica Enogastronomia - Numero 90 aprile 2010