RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

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BIBLIOTECHE: nuovi modelli

Che ne sarà delle biblioteche

Sul precedente numero di Vivavoce (n.84), la Redazione invitava i bibliotecari del Consorzio SBCR, nonché lettori, utenti, partener del Sistema Bibliotecario Castelli Romani a intervenire in merito al dibattito provocato in questo scorcio di estate da alcune recenti pubblicazioni - libri, articoli, interviste - che guardando al panorama delle biblioteche pubbliche, in Italia e nel mondo, azzardano ipotesi di nuovi modelli che rispondano in maniera più efficace alle sfide della società della conoscenza. La Redazione rivolgeva tale invito anche sull'onda di un progetto che il Consorzio SBCR in prima persona sta sperimentando intitolato "Biblioteca diffusa" e che nei suoi intenti risponde alle stesse finalità.
La prima risposta alla nostra sollecitazione ci arriva da Rosa Maria Cascella bibliotecaria, con esperienza quasi ventennale, del Sistema Bibliotecario dei Castelli Romani che risponde così alla domanda Che ne sarà delle biblioteche? provocata dal libro di Antonella Agnoli Le piazze del sapere. Biblioteche e liberta, Laterza 2009.


Biblioteche pubbliche come punti di ritrovo sociale e culturale, come spazi in cui sentirsi a proprio agio, accoglienti per gente di ogni età, estrazione sociale e paese. Dove non imbattersi in barriere, né fisiche, né, e forse soprattutto, psicologiche.
Biblioteche come luoghi accessibili, quindi. Aperti, confortevoli, comunicativi, socializzanti, dove tutti, ma proprio tutti, possano sentirsi accolti e benvoluti.
E ancora: spazi cittadini dove ospitare e promuovere corsi e attività di ogni genere, allestire mostre, realizzare incontri, suscitare dibattiti, ascoltare musica, vedere film. Dove conversare, anche; o incontrarsi con gli amici, scambiare opinioni sull'ultima fatica del regista preferito o il recentissimo boom letterario; esprimere la propria creatività, leggere una rivista o un quotidiano comodamente seduti in poltrona se non morbidamente stesi su una chaise-longue, e altro ancora, soprattutto sotto l'aspetto tecnologico.
Altro che biblioteche dove imperano austerità, opacità e vecchiezza; dove si possono trovare solo libri impolverati, disposti non si capisce come su antiquate scaffalature visitate da appena il 10-15% (all'estero un po' di più) della popolazione; luoghi elitari e passatisti presidiati all'entrata da personale distante e supponente che osserva e giudica con inequivocabile severità il malcapitato di turno, quasi osasse profanare con la sua aria incerta e timorosa il tempio del sapere.
Di che stiamo parlando? Di due modelli contrapposti di biblioteche, ovviamente, il secondo dei quali presumibilmente tanto diffuso, nella realtà e nell'immaginario comune, da costituire un vero ostacolo non solo per una loro più consistente frequentazione ma anche per l'affermarsi di una visione mobile e progressista della cultura.
Di conseguenza, ci si impone una improrogabile necessità: trasformare le biblioteche di pubblica lettura da spazi vetusti e demodé in luoghi agili, attuali, brillanti e movimentati come i centri commerciali, dove chiunque possa sentirsi invogliato ad andare, quasi si trattasse di piazze (coperte) in cui ritrovarsi naturalmente a passeggiare, fare capannelli, prendere il caffè o riposarsi in panchina. Grazie naturalmente alla mobilitazione di avanguardisti di ogni categoria professionale (ma soprattutto artisti visivi), per l'occasione accomunati nella loro creatività da un singolare impeto salvifico.
Altrimenti, non resta che attenderne l'ineluttabile estinzione, unitamente alle superate e ormai inadeguate professionalità.
Questo in sintesi il pensiero che colgo nel libro di Antonella Agnoli Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà.
Forse la mia è una interpretazione troppo drastica delle sue tesi, ma tant'è, a caldo le sue considerazioni e osservazioni mi provocano le seguenti riflessioni
Oggettivamente, che male c'è a sperare che le biblioteche pullulino di gente e attività? A immaginarci protagonisti di meravigliosi spazi possibilmente fulcri di inesauribile vivacità socio-culturale? A desiderare di affrancarci da luoghi (laddove ne esistano davvero) inospitali, anacronistici, infelici, depressi e deprimenti?
Nulla, ovviamente, se non fosse che tali aspirazioni sembrano scaturire non tanto da una volontà di dare nuovo impulso e maggiore incisività a una realtà da sperimentare ulteriormente nella sua particolarità, quanto da una... direi ansia sociale e culturale maggioritaria, anzi egemonica, che davvero non capisco.
Tuttavia, da questa diversa angolazione mi sembra del tutto legittimo pensare a un nuovo look, a un aspetto di sé che possa finalmente godere di un unanime e affollato consenso.
Purché non ci si aspetti che l'attrattiva estetica sia risolutiva del "problema" lettura (come non lo è stata, se non in una percentuale bassissima, l'introduzione dei film e internet: chi si è avvicinato alla biblioteca solo per questo, non è diventato lettore dei nostri libri).
In effetti, mi sembra che i libri e la lettura non rientrino tra le priorità di questa esuberante tensione avveniristica, se la biblioteca dovrà essere un luogo dove "fare semplicemente delle cose", o "... un pezzo di città dove per caso ci sono anche dei libri".
Cosi concepita, la biblioteca sicuramente diventerà un bellissimo porto di mare, ma, data la inevitabile se pur affascinante confusione, oltre che l'infinitezza dell'offerta culturale di cui i libri temo costituiranno un aspetto marginale, dovrà necessariamente darsi una nuova denominazione.
D'altronde, a che servono i libri in una società ogni giorno più moderna e catapultata nella ricerca incessante e febbrile di novità e originalità a tutti i costi? Che valore possono avere, se i bisogni culturali vogliono solo immediatezza, e la loro brevità e temporaneità non permette di offrire spessore e senso ad alcuna aspirazione dello spirito?
Chissà, forse dovremmo ridefinire anche il concetto di cultura, ed eliminarne il significato di coltivazione, cura, dedizione.
Credo sia proprio con questo spirito, invece, che come biblioteche lavoriamo da moltissimo tempo, cercando di valorizzare la continuità, la profondità e anche la lentezza in tutte le esperienze, umane e conoscitive, e forse soprattutto in quelle dove i libri non ci sono. Ed è solo in questo semplicissimo senso che ci si può definire "colte".
Nell'immaginario dei più, tuttavia, alimentato a volte dai libri stessi e poco contraddetto da noi bibliotecari, si ritiene che le biblioteche possano offrire solo libri polverosi, che siano noiose, erudite e intellettuali, incapaci di recepire e accogliere una socialità non convenzionale
e soprattutto inadeguate a far fronte a una molteplicità di richieste culturali.
Forse è arrivato il momento di far sapere all'immaginario comune che le cose non stanno propriamente così..
Personalmente, negli ultimi diciotto anni, come operatrice culturale prima e bibliotecaria poi ma anche come utente, ho conosciuto solo biblioteche (e non esclusivamente quelle dei Castelli Romani, notoriamente molto attente ai fermenti della società) che oltre alle proprie discrete raccolte (comunque sempre insufficienti e sempre da migliorare, giusto per ricordare che i libri non bastano mai) hanno saputo offrire alla cittadinanza, come promotrici e come ospiti, ANCHE una varietà piuttosto rilevante di attività e iniziative, semplicemente assecondando, ma a volte anticipando, lo spirito che anima il Manifesto Unesco delle biblioteche pubbliche (1994), il quale pur incoraggiando l'aspetto individuale e privato della cultura, non di meno ne evidenzia e favorisce il carattere plurale, attraverso una formazione anche di tipo collegiale o che possa attingere al patrimonio collettivo, popolare delle conoscenze, quale bene comune da proteggere e diffondere.
Solo per citarne alcune, corsi per ogni esigenza e gusto (lingue straniere e alfabetizzazione informatica persino con ultrasettantenni, pittura, fotografia, ceramica, ecc.), laboratori e circoli di lettura, storia, filosofia; caffè letterari, rassegne cinematografiche (anche con dibattiti e interventi di registi, critici, sceneggiatori), drammatizzazioni di fiabe, biblioteche Fuori Orario, Diffuse e Fuori di sé, serate di letture e performances ...gastronomiche, recitals, visite guidate in centri storici e naturalistici (con giovani formati in biblioteca), convegni, seminari, concerti, mostre e cene multietniche con tanto di immigrati coinvolti in prima persona, hanno "animato" spesso e volentieri dette biblioteche, in ambienti forse non sempre adeguatamente spaziosi, ma comunque caldi, confortevoli, dotati di tecnologie avanzate, sedute comode e...sì, il più delle volte con tanta partecipazione di utenti (scusate, ma clienti proprio non mi piace), abituali e occasionali, giovani e anziani, bianchi, gialli e neri.
Il tutto, giusto per non smentire la funzione principale (?) della biblioteca, di volta in volta corredato di vetrine di libri (e non solo) a tema, pensati con cura e attenzione ed esposti in bella mostra, pronti ad offrirsi nella loro peculiarità (approfondimento? espansione? apertura?), non per caso, ma volutamente, per scelta, e... chissà, forse proprio per questo particolarmente apprezzati.
Però...! Chi l'avrebbe detto che un manipolo di persone avulse dalla realtà e forse mummificate nella gestione di vecchie raccolte documentarie in piccole e medie biblioteche fossero capaci di pensare anche ad altro, e per giunta realizzarlo il più delle volte con quel valore aggiunto, e partecipato, che ci porta a voler distinguere il popolare dal massificato: offrire non tanto un prodotto culturale di facile consumo, quanto una certa continuità ed efficacia formativa, e con essa, data l'esperienza, anche una socialità non passeggera.
In verità, penso che le biblioteche pubbliche, in generale e non viceversa, siano perfettamente in grado, già ora, di rispondere a richieste socio-culturali diversificate o che possano esulare da legami con i libri (anche se molti di noi si inventano di tutto per trovarli).
Mi sembra che la comunicazione delle nostre attuali condizioni manchi di completezza, se decine e decine delle biblioteche di cui sopra non hanno mai ricevuto alcuna visita da parte di nessun osservatore, o se ci si adopera nel suggerire agli operatori delle biblioteche una serie di comportamenti, attenzioni e accorgimenti verso i luoghi e i visitatori che solo un immaginario cristallizzato e uno scarso riscontro con la realtà possono ritenere futuribili, dato che la stragrande maggioranza dei bibliotecari (vuoi per doti congenite, o per educazione, riflessione, autocritica, formazione coatta o anche ipocrisia) già da tempo, e ogni giorno, è in contatto con quel "Dio delle piccole cose" che ci aiuta ad arricchire e migliorare i compiti delle biblioteche.

Temo che visioni parziali della realtà delle biblioteche pubbliche, almeno quelle italiane, non facciano che approfondire il divario che vorremmo colmare tra le biblioteche e il loro potenziale pubblico.
Tutto bene, allora? Le biblioteche godono di ottima salute e le proposte di innovazione sono basate solo su congetture o analisi e dati inverosimili ?
No, ovviamente. Problemi e difficoltà (rilevati e non) che ne limitano la fruizione non mancano, ma è soprattutto su questi che ritengo dovremmo concentrare attenzione e risorse creative, per renderle davvero senza confini, proprio come i nostri libri che ci raccontano tutti i saperi di tutta l'umanità: orari insufficienti e troppo articolati; scarsa capacità informativa di tutto ciò che riguarda l'organizzazione del territorio, mancanza di servizi all'esterno (prestiti a domicilio, negli ospedali e case di riposo), presenza quasi nulla nelle aree più disagiate, pochi escamotages per vincere la pigrizia di potenziali nuovi utenti, ridotta comunicazione delle attività extralibrarie e degli acquisti; alcuni settori delle raccolte piuttosto lacunosi ,ecc.
E gli spazi per la conversazione? Oh... non mancherebbero, ma se i locali sono di tipo open e non esistono sale ad hoc per lo studio, tocca fare delle scelte: o gli studenti che vogliono il silenzio e sono interessati solo ai loro libri, o i fruitori attivi, che volentieri indugerebbero, sia tra loro che con i bibliotecari, per parlare di libri e film, ma anche del viaggio in Nuova Zelanda del figlio maggiore o dell' esperienza missionaria della nipote appena diciottenne, scambiarsi ricette di cucina e indirizzi web o semplicemente descrivere le bellezze della costiera amalfitana.
Ah... a proposito di rapporti con gli utenti. Di recente ho fatto un piccolissimo sondaggio sulla possibilità di un self-service automatizzato per prestiti e restituzioni: su venti persone di varie età, diciotto hanno dichiarato di temere una perdita del contatto umano.
Infine, una provocazione... spero a fin di bene e per una maggiore riflessione sui libri e il nostro stato : ma è proprio obbligatorio che i lettori debbano arrivare a costituire una maggioranza? Non sarà che prima o poi dovremo prendere atto che i libri possano costituire solo uno, dei tanti modi possibili per acquisire conoscenze, crescere, aprirci, dilettarci? E che forse colpevolizzare chi ne fa a meno può essere semplicemente controproducente?
Certo, per noi che li amiamo e li utilizziamo costantemente per studio, lavoro e piacere, i libri sono irrinunciabili, e spesso ci meravigliamo che non tutti condividano il senso o il contenuto che ci entusiasma.
Tuttavia, nonostante l'irriducibile passione con cui li trattiamo, le nostre innumerevoli iniziative e attività di educazione e promozione o la stessa istruzione scolastica, i lettori continuano ad essere una minoranza.
E' un mistero, in fondo.
Avete mai conosciuto bambini piccolissimi che costringono i genitori ad andare in biblioteca o in libreria due volte la settimana, pur non essendo mai stati iniziati da un adulto, almeno di proposito, né alla lettura né all'ascolto, e non si capisce come e perché sia scoppiata in loro la passione per i libri?
O di una stessa famiglia, alcuni componenti che sono accaniti lettori e altri che non leggerebbero nemmeno sotto tortura?
La verità è che non sappiamo quale sia la molla (se esiste per tutti) che fa scattare l'amore per i libri, e forse la disposizione stessa alla lettura non rientra tra le doti propriamente innate dell'uomo.
Altrimenti, non avremmo avuto centinaia di società che si sono sviluppate senza, possedendo al tempo stesso patrimoni culturali, artistici, spirituali e narrativi di tale ricchezza da non aver nulla da invidiare a quello della nostra civiltà letteraria.
Forse potremmo riconoscere che la lettura è una risorsa recente, dai tempi lunghi, in fase d'espansione, con alti e bassi, non un'esperienza superata o in via di esaurimento. E prevedere che ci vorrà ancora molto, prima che possa consolidarsi, diventare un bene comune e diffuso.
Nel frattempo però, come tutti coloro che confidano nelle possibilità dell'arte che amano, e pur se minoritaria la propugnano senza esitazioni, penso che dovremmo resistere, difendere e proteggere strenuamente libri e biblioteche (anche le più piccole e solitarie), sostenerne comunque la presenza, coltivarne la comunicazione, resistere a ogni periodico spauracchio, smetterla una volta per tutte di commiserarci per essere una minoranza e...anzi, perchè no, forti di questo stato, come tutte le minoranze che si rispettino, potremmo celebrare un nostro Librarian day , e trascorrere la giornata internazionale del libro (23 aprile) occupando piazze e strade con libri, utenti e anche iniziative.