RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Sagre & Profane

I miti, i riti, le storie

Nel campo degli studi storico-religiosi la mitologia romano-italica, o meglio la sua assenza, come vedremo in seguito, è stata, da sempre, al centro di teorie tra loro differenti. Non volendo, in questo lavoro, proporre nuove interpretazioni o sostenerne una a danno delle altre, ci limiteremo a produrre delle riflessioni su alcuni aspetti della cultura religiosa dei popoli che abitarono il Latium Vetus, e che diedero vita alla civiltà Romana. Per essere sinceri fino in fondo, alcune delle considerazioni, ospitate su queste pagine, prendono spunto dagli studi della «scuola romana» della cattedra di Religioni del mondo classico dell'Università degli Studi di Roma; altro ispiratore è lo storico delle religioni Dumézil, che rivoluzionò l'approccio analitico all'interpretazione della religione romana arcaica.
L'aspetto che più ha colpito gli studiosi è la mancanza totale, o quasi, di una mitologia romana, o latina. Contrariamente ai Greci, che elaborarono un universo mitologico complesso e originale, i Latini mostrarono una particolare propensione a storicizzare le loro origini, attribuendo ad avvenimenti lontani nel tempo, dai connotati a volte fantastici, la nascita della loro civiltà.
Per dirla con parole dello studioso francese Dumézil: "I miti sono stati semplicemente trasposti dal loro peculiare universo al mondo terreno e gli eroi non sono più dei ma grandi uomini di Roma che ne hanno assunto la fisionomia. Ciò nonostante essi hanno continuato ad esercitare, e forse perfino in modo migliore, la loro funzione di exempla, di incoraggiamenti, di giustificazioni, che è uno dei compiti della mitologia".
Fino alla fine della loro cultura tradizionale, i Romani mostreranno un'attenzione, estremamente rigorosa, nei confronti dei molteplici riti che caratterizzavano la loro vita pubblica e privata. Gli stessi collegi sacerdotali non furono i custodi di tradizioni mitiche o dogmatiche, ma gli inflessibili conservatori di arcaiche norme rituali.
Questa scelta avrà un peso determinante anche nelle loro vicende storiche; attribuire la centralità al rito, dal punto di vista concettuale, ha significato operare nell'ambito storico e sociale. Infatti, il rito, in quanto passibile d'intervento umano, non serve, come il mito, a destoricizzare, ma, al contrario, supporta l'uomo ad operare nella storia. Una cultura può scegliere tra il mutabile e l'immutabile, ciò che si vuole mutabile lo si fa attraverso il rito, ciò che si vuole immutabile lo si fa attraverso il mito.
Per questo Roma sarà sempre convinta di avere una missione divina di civilizzare l'orbe, ma tale convinzione fu sostenuta dall'agire nella storia, non suffragata da una "ideologia" religiosa, ma dagli eventi e dalle vicende che accompagnarono l'Urbe nel corso dei secoli.
La scelta della centralità del rito per i Romani costituirà, non un vano espediente per ingraziarsi il favore degli dei, ma la possibilità di incidere sulla realtà, segno del loro pragmatismo culturale, di realizzare un'armonia (la parola ritus deriva dalla radice indoeuropea rta, cioè 'ordine') cosmica contrapposta al caos dell'indefinito e del non regolamentato. Non a caso a Roma il non-rito è espresso da un aggettivo, irritus, che significava "vano", "inutile", "senza effetto".

Le migrazioni indoeuropee, che occuparono la vasta pianura, compresa tra il Tevere e i monti Lepini fino a Terracina, delimitata da una parte dai monti Tiburtini e dai monti Prenestini e dall'altra dal mare Tirreno, diedero vita alla cultura Latina. In quel territorio, denominato Latium Vetus, fiorì una civiltà costituita da popoli federati, indipendenti l'uno dall'altro, ma uniti da una stessa origine e da una stessa cultura. Questo vincolo politico e culturale era sancito, annualmente, dal culto federale di Juppiter Latiaris, officiato sul monte Albano, l'attuale monte Cavo.
Secondo la tradizione, fu Ascanio, figlio di Enea, a convocare per primo un'assemblea di Latini per onorare Giove Tonante, dopo aver fondato Alba Longa, e compiere riti propiziatori. Il Giove dei Latini assunse sia l'attributo di Tonans sia quello di Latiaris. Mentre il primo aggettivo indicava una qualità naturale, il secondo attribuiva al sommo dio latino un valore politico-geografico.
Dionigi D'Alicarnasso pone l'accento sulla centralità del luogo sacro quando scrive che: "fu scelto il Monte Albano per questa cerimonia (le feriae Latinae), perché era situato in una posizione centrale, che favoriva l'adunata concentrica delle popolazioni del Lazio verso un punto comune".
La festa di Giove, celebrata dai popoli latini e, successivamente, continuata dai Romani, si chiamava feriae Latinae; le notizie al riguardo sono ricavate da testimonianze del tempo in cui Roma ne curava l'esecuzione, tuttavia, tutte le fonti concordano nell'attribuirne l'origine ai Prisci Latini.
La cerimonia prevedeva la sospensione delle ostilità, un pasto comune e il mercato. Il pasto comune era il sacrificio di un toro bianco immolato a Giove. Le cui carni venivano distribuite ai delegati delle comunità latine presenti. Il mercato era istituzionale: "si doveva far mercato", dicono espressamente le fonti. La ritualità di questa festa mirava a riattualizzare annualmente l'unità culturale e politica latina, sotto la garanzia di Giove.
Riassumendo: Ascanio, primo sovrano di Alba Longa istituisce per primo l'usanza di onorare Giove Tonante/Laziale; il luogo scelto per come sede per onorare il sommo dio latino era in una posizione centrale, tale da favorire la riunione di tutti i popoli latini; le feste dedicate al dio, che dureranno per molti secoli, prevedevano la sospensione di eventuali ostilità dei partecipanti, un pasto in comune con le carni del toro sacrificato e l'organizzazione di un mercato.
A ben vedere, l'aggettivo 'Laziale' di Giove e la scelta "centrale" della sede cultuale, esprimono una forte valenza geopolitica del dio, inoltre, il complesso rituale delle feriae Latinae, sembra denotare una funzione politica e diplomatica della festa. E' presumibile che la sospensione delle ostilità consentisse, in un ambiente cordiale e pacificato, la ricucitura di fratture esistenti tra le genti latine; il pasto comune delle carni sacrificate sanciva il rinnovarsi del patto tra i popoli che costituivano la confederazione latina. In ultimo, il mercato rinsaldava i legami commerciali e sociali.
Attenzione però, con questo non si vuole affermare che i latini avessero optato per una visione laica della cultura, anzi, le questioni politiche, sociali ed economiche, erano affidate alla "supervisione" del dio protettore della confederazione. Ma, e in questo l'originalità latina, piuttosto che relegare a un passato mitico e immutabile il patto di alleanza tra i Prisci latini, fu assegnato al rito, quindi all'agire umano, la possibilità di rinnovarlo annualmente, storicizzandolo sempre e comunque all'interno della sfera del sacro.

Un'altra divinità che ebbe una grande importanza per il Latium Vetus fu Diana Nemorense. Secondo la tradizione, il culto alla dea fu istituito da Oreste, che, dopo avere ucciso il re del Chersoneso Taurico (l'attuale Crimea), giunse nelle terre italiche con sua sorella, portando con sé, all'interno di una fascina di legna, la statua di Diana Taurica. Nel Chersoneso alla dea era attribuito un rituale cruento: ogni straniero giunto sulle sponde di quella terra veniva sacrificato sul suo altare.
Nel santuario dedicato alla divinità, vicino alle sponde del lago di Nemi, il culto assunse aspetti pacifici; dalle offerte votive ritrovate in loco si evince che Diana Nemorense era una dea cacciatrice, inoltre concedeva la fertilità alle donne e le assisteva durante il parto. Il 13 di agosto si celebrava la festa più importante del suo culto, il bosco sacro era illuminato dalle torce degli officianti, le donne, che avevano ricevuto l'intervento positivo della dea, si recavano inghirlandate, e con una torcia accesa, al santuario per sciogliere il voto. I giovani celebravano una cerimonia particolare: si organizzava un banchetto, i presenti consumavano un pasto a base di carne di capretto, dolciumi bollenti serviti su foglie di vite, e mele ancora attaccate ai loro rami.
Ma quello che più interessa esaminare, ai fini del presente lavoro, è un rituale che conviveva con il culto della dea cacciatrice. Nel bosco sacro di Nemi esisteva un albero particolare, solo uno schiavo fuggitivo poteva spezzarne un ramo, ma questa azione era il preludio di un combattimento cruento e mortale. Lo schiavo che fosse riuscito a cogliere una fronda di quella pianta, acquistava la possibilità di battersi con il sacerdote di Diana, il duello terminava con la morte di uno dei due contendenti, il vincitore avrebbe avuto il diritto di regnare con il titolo di Rex Nemorensis, ovvero il re del bosco.
Ancora in epoca imperiale era praticata l'usanza di conferire questo originale titolo regale attraverso il confronto armato. Si narra che l'imperatore Caligola, ritenendo che il re sacro di Nemi fosse rimasto in carica per troppo tempo, inviò un vigoroso individuo per sfidarlo e ucciderlo. Quello che le fonti non dicono riguarda il risultato del duello fatale.
Il Frazer, autore del Ramo d'Oro, libro che ha dato notorietà mondiale alla pratica dello scontro rituale del bosco di Nemi, riteneva che la fuga dello schiavo rappresentasse la fuga di Oreste, e che il suo combattimento con il re del bosco fosse il ricordo dei sacrifici umani offerti alla Diana Taurica.
Per Frazer il sacerdote di Diana rappresentava inoltre «dio morituro», ovvero un dio di cui esiste un mito di morte, il corrispondente divino del re-mago che viene ucciso e sostituito prima dell'esaurimento della sua "forza magica", dovuto all'invecchiamento.
Ma se analizziamo la figura del Rex Nemorensis da un punto di vista politico-culturale, l'esistenza e la sopravvivenza di questo rito potrebbe esprimere simbolicamente e concettualmente quella sorta di "avversione culturale" che i Latini prima e i Romani dopo, hanno sempre dimostrato nei confronti dell'istituto regale.
Come abbiamo visto nel caso del culto di Giove Laziale, i Latini non avevano un re supremo, è vero che ogni comunità latina aveva un sovrano, ma nessuno di questi primeggiava rispetto agli altri sovrani della confederazione. Non caso durante la festa in onore di Giove era evidente la volontà di far emergere l'importanza delle origini comuni e del legame culturale dei partecipanti al rituale. Anche leggendo la lista dei re di Alba Longa, ci si rende conto che uno dei nomi più utilizzati è quello di Silvio, in latino Silvius, che, tratto dalla radice silva (selva, bosco), può essere tradotto come silvestre, silvano, che vive o proviene dai boschi. Quasi a indicare che la carica di re fosse legata a un aspetto naturale più che culturale, quindi appartenuta a tempi lontani rispetto all'indirizzo "cittadino" che i Latini avevano preso, non a caso furono loro a definire Roma "l'Urbe", come a dire che la città eterna rapresentasse in assoluto il concetto di centro urbano. Inutile esporre le vicende che riguardano il passaggio dalla monarchia alla repubblica da parte dei Romani; le vicende dei sette re di Roma dimostrano spesso una certa conflittualità con l'istituto regale da parte dei Romani, conflittualità risolta solo con la costituzione e l'adozione della res pubblica come ordinamento politico e civile.
In questa ottica, il rex Nemorensis esprimeva una regalità destorificata, ossia diversa rispetto alla regalità storica delle città-regno latine. Mentre i sovrani storici erano re di città, il Rex Nemorensis era re di un bosco; i primi erano di famiglia regale, l'altro era di estrazione servile (uno schiavo fuggiasco); gli uni ereditavano la carica dal padre e l'altro la conquistava uccidendo il suo predecessore.
Quando l'istituto regale fu abbandonato dalle genti del Latium Vetus, continuò a sopravvivere una trasposizione dello stesso, il re del bosco, operante su un piano diverso, opposto alla scelta politico-istituzionale compiuta dai Latini: regalità opposta alla repubblica; la successione naturale alla carica del Rex (la legge del più forte) contrapposta alla scelta culturale (elezioni e nomine) delle cariche politiche e governative dello Stato romano; il re che governa un bosco rispetto a un Senato che decide le sorti di una città, anzi dell'Urbe per eccellenza.

Per la rubrica Sagre & Profane - Numero 84 settembre 2009