RIVISTA D'AREA DEI CASTELLI ROMANI

Arte

Arte-Pepite

Anna Onesti, una scrittura da pensare

Intervista di Maria Grazia Roncaccia

Aquiloni

D: Virtualmente ti ho conosciuta nel 1993 attraverso il catalogo, curato da Mariano Apa, della mostra Nobiltà dell'arte. Artisti nei Castelli Romani, tenutasi ad Albano Laziale. Realmente ti ho conosciuta qualche anno fa quando sei venuta a lavorare nella Biblioteca dell'Abbazia di Grottaferrata. Ho avuto il piacere di entrare nel tuo studio, vero laboratorio di sperimentazione. Le tue opere mi avevano già incuriosito per la presenza sulla tela di inserti di carta e la rappresentazione di elementi naturali, conchiglie, pesci e segni di scrittura orientale, una scrittura da pensare, come mi hai spiegato più tardi. Mi sembra che oggi la carta sempre più prepotentemente sia entrata nelle tue opere.

R: Oggi la carta entra da protagonista nel mio lavoro, essa è per me un materiale imprescindibile, mi avvolgo in questa materia come il baco nella sua seta. La carta orientale, quella giapponese in particolare, la washi, è il mio materiale d'elezione. Quello che amo in questo manufatto è ciò che oserei definire il senso antropologico della materia, perché è un prodotto che si è formato attraverso i gesti e la sapienza di un'antichissima tradizione artigianale. "Si dice che la carta sia realizzata dalle persone, ma sarebbe meglio dire che è la benedizione della natura a produrre carta", questa è una frase del grande intellettuale giapponese Sôetsu Yanagi che ben descrive il mio modo di sentire questo materiale. Le mie opere si compongono di cose essenziali, di elementi naturali. La natura oltre ad essere soggetto della mia pittura, è sostanza stessa del mio fare. I materiali che impiego sono spesso di origine organica, non solo la carta ottenuta dalla lavorazione del midollo dell'arbusto della pianta di kozo, ma anche i colori: il blu dell'indigofera tintoria, il rosso del legno del Brasile, il giallo della reseda, il bruno delle bacche d'ontano, l'arancio dei fiori di castagno e il nero dell'inchiostro di carbone, materiali che sento vivi e che cerco di trasformare nelle mie opere in materia pulsante. Lavoro spesso con tecniche che prevedono l'utilizzo di procedimenti indiretti come, l'impronta, il ricalco, il frottage, che mi permettono di reiterare forme svariate: cerchi, ovali o arabeschi floreali, stabilendo un ritmo che assume una cadenza meditativa ricca di assonanze, di rimandi, di echi e dove entrano in campo anche suggestioni e metodologie derivate dalle tecniche dell'automatismo surrealista, in particolare penso a Max Ernst alla sua Histoire Naturelle.

 

D: Hai partecipato a diverse mostre insieme a famosi artisti giapponesi. In che modo ti rapporti e ti differenzi da questi artisti con i quali condividi l'uso della carta e di alcune tecniche?

R: L'interesse per l'Estremo Oriente, in particolare per il Giappone, ha radici nella mia infanzia. Allora il Giappone era per me il luogo delle fiabe, un mondo totalmente altro, ricco di possibilità e di avventura, e io sognavo quei territori così lontani e diversi dalla mia realtà. Una sorta di sogno mitico che poi è diventato un itinerario alla scoperta di me e del mondo quando ho avuto l'opportunità di studiare in Giappone, dove ho approfondito le conoscenze relative sia alle tecniche di fabbricazione della carta giapponese tradizionale che alle antiche pratiche decorative legate alla tintura dei tessuti. Da allora affascinata dal mondo orientale lavoro cercando di stabilire un ponte tra tradizioni artistiche diverse, sia attraverso il contatto con gli artisti, sia con il recupero concreto di strumenti, materiali e tecniche, come quelle legate alla tintura dei tessuti ed usate in Giappone anche per decorare la carta.
I procedimenti che utilizzo sono l'itajimzome, tecnica in cui la carta è tinta dopo essere stata piegata, lo shiborizome, tecnica dove la carta è tinta dopo essere stata legata, l'arashi shibori dove la carta prima di essere tinta è arrotolata e stretta intorno ad una struttura tubolare, il katazome una tecnica dove si utilizzano mascherature di carta intagliata. La mia opera parte da un'estrema aderenza ai materiali utilizzati e cerca di affermare un'esperienza sensoriale del sentire ottico e fisico del tutto originale, grazie anche agli studiati procedimenti tecnici messi in atto, i quali prevedono l'uso di una manualità che prevede una ritualità senza tempo.

D: Da poco si è conclusa la suggestiva mostra Scrivere il cielo all'Istituto Giapponese di Cultura di Roma dove hai esposto aquiloni insieme al noto costruttore di aquiloni giapponese Toshiharu Umeya. Già altre volte ti sei cimentata con gli aquiloni. Perché gli aquiloni?

R: Nel 2005 ho iniziato la creazione degli aquiloni, realizzandoli con elementi essenziali: carta dipinta, stecche di bambù e fili di cotone, basando la loro costruzione sia su tipologie derivate da forme tradizionali giapponesi che sulle nostre tradizionali tipologie. Gli aquiloni, sono piccoli miracoli di perfezione tecnica, essi mi affascinano perché mi permettono di unire sapienza costruttiva e bellezza artistica insieme alla sostanza del gioco e al senso dello slancio spontaneo. Queste opere che io definisco Nuvole di Carta sono anche un atto di libertà. La possibilità di poter vedere danzare le mie carte librandole nel cielo ha indirizzato sempre più il mio lavoro verso la ricerca della leggerezza e del movimento, anche se la cura all'allestimento delle mie opere, la ricerca delle soluzioni più adatte alla loro installazione è stato sempre un elemento presente nel mio lavoro. Questa attenzione per lo spazio sono anche il frutto delle mie esperienze giovanili maturate quando, alla fine degli anni 70, frequentavo il corso di Scenografia presso l'Accademia delle Belle Arti di Roma sotto la guida di Toti Scialoja, un artista e un didatta che ha saputo formare una generazione di artisti.

D: Questa primavera c'è un grande fermento d'arte nel territorio dei Castelli : le mostre Le tuscolane+i alle Scuderie Aldobrandini, l'installazione Investiti d'arte, un progetto di comunicazione delle Biblioteche dei Castelli Romani, a Ciampino nel Casale dei Monaci, Arte in forma di libri a Grottaferrata nell'antica tipografia dell'Abbazia. Che significato ha esporre in questi luoghi?

R: Sono nata a Rocca di Papa, per motivi di studio ho vissuto ad Urbino e a Torino, sono poi tornata qui. Il fascino che il paesaggio dei Castelli Romani esercita su di me, con la sua innegabile bellezza è forte, anche se è una bellezza sempre più violata. In questi anni ho avuto l'opportunità di mostrare i miei lavori in diversi spazi del nostro territorio, non solo in quelli citati, ma anche al Museo Geofisico di Rocca di Papa e alla Galleria Comunale d'Arte Moderna di Ciampino. Per me che amo allestire le mie opere è stata una sfida misurarmi con questi spazi pubblici.

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Breve biografia

Anna Onesti è nata a Rocca di Papa, Roma, nel 1956. Ha studiato presso le Accademie delle Belle Arti di Roma, Urbino e Torino, diplomandosi in Scenografia con Toti Scialoja ed in Decorazione con Francesco Casorati. Nel corso della sua attività ha collaborato con importanti Istituzioni Internazionali impegnate nella salvaguardia del patrimonio culturale. Nel 1994, grazie ad una borsa di studio della Japan Foundation, intraprende il primo viaggio in Giappone, approfondendo le conoscenze relative alle tecniche di fabbricazione della carta giapponese artigianale insieme a quelle di antiche pratiche decorative. Queste tecniche tintorie applicate alle carte orientali, costituiscono i procedimenti privilegiati nell'esecuzione delle sue raffinate opere. La sua prima mostra personale risale al 1984 a Torino nell'ambito della rassegna: "Arti Visive Proposte", inizia così un'attività espositiva che la porta a presentare i suoi lavori in Italia e all'estero. Ha esposto in Estonia, Germania, Giappone, Iran, Tailandia in un itinerario che privilegia l'Oriente sul percorso delle antiche strade che hanno portato la carta in Europa.

 

Si ringrazia Massimo Fioravanti per le foto e Fabrizio Di Pietro per la collaborazione alla realizzazione degli aquiloni

Per la rubrica Arte - Numero 82 giugno 2009